Traduzione di Paragrafo 51, Libro 5 di Seneca

Versione originale in latino


Seneca Lucilio suo salutem
Quomodo quisque potest, mi Lucili: tu istic habes Aetnam, <et illuc> nobilissimum Siciliae montem - quem quare dixerit Messala unicum, sive Valgius, apud utrumque enim legi, non reperio, cum plurima loca evomant ignem, non tantum edita, quod crebrius evenit, videlicet quia ignis in altissimum effertur, sed etiam iacentia -, nos, utcumque possumus, contenti sumus Bais; quas postero die quam attigeram reliqui, locum ob hoc devitandum, cum habeat quasdam naturales dotes, quia illum sibi celebrandum luxuria desumpsit.
'Quid ergo? Ulli loco indicendum est odium?' Minime; sed quemadmodum aliqua vestis sapienti ac probo viro magis convenit quam aliqua, nec ullum colorem ille odit sed aliquem parum putat aptum esse frugalitatem professo, sic regio quoque est quam sapiens vir aut ad sapientiam tendens declinet tamquam alienam bonis moribus. Itaque de secessu cogitans numquam Canopum eliget, quamvis neminem Canopus esse frugi vetet, ne Baias quidem: deversorium vitiorum esse coeperunt. Illic sibi plurimum luxuria permittit, illic, tamquam aliqua licentia debeatur loco, magis solvitur. Non tantum corpori sed etiam moribus salubrem locum eligere debemus; quemadmodum inter tortores habitare nolim, sic ne inter popinas quidem. Videre ebrios per litora errantes et comessationes navigantium et symphoniarum cantibus strepentes lacus et alia quae velut soluta legibus luxuria non tantum peccat sed publicat, quid necesse est? Id agere debemus ut irritamenta vitiorum quam longissime profugiamus; indurandus est animus et a blandimentis voluptatum procul abstrahendus. Una Hannibalem hiberna solverunt et indomitum illum nivibus atque Alpibus virum enervaverunt fomenta Campaniae: armis vicit, vitiis victus est. Nobis quoque militandum est, et quidem genere militiae quo numquam quies, numquam otium datur: debellandae sunt in primis voluptates, quae, ut vides, saeva quoque ad se ingenia rapuerunt. Si quis sibi proposuerit quantum operis aggressus sit, sciet nihil delicate, nihil molliter esse faciendum. Quid mihi cum istis calentibus stagnis? Quid cum sudatoriis, in quae siccus vapor corpora exhausurus includitur? Omnis sudor per laborem exeat. Si faceremus quod fecit Hannibal, ut interrupto cursu rerum omissoque bello fovendis corporibus operam daremus, nemo non intempestivam desidiam, victori quoque, nedum vincenti, periculosam, merito reprehenderet: minus nobis quam illis Punica signa sequentibus licet, plus periculi restat cedentibus, plus operis etiam perseverantibus. Fortuna mecum bellum gerit: non sum imperata facturus; iugum non recipio, immo, quod maiore virtute faciendum est, excutio. Non est emolliendus animus: si voluptati cessero, cedendum est dolori, cedendum est labori, cedendum est paupertati; idem sibi in me iuris esse volet et ambitio et ira; inter tot affectus distrahar, immo discerpar. Libertas proposita est; ad hoc praemium laboratur. Quae sit libertas quaeris? Nulli rei servire, nulli necessitati, nullis casibus, fortunam in aequum deducere. Quo die illam intellexero plus posse, nil poterit: ego illam feram, cum in manu mors sit?
His cogitationibus intentum loca seria sanctaque eligere oportet; effeminat animos amoenitas nimia, nec dubie aliquid ad corrumpendum vigorem potest regio. Quamlibet viam iumenta patiuntur quorum durata in aspero ungula est: in molli palustrique pascuo saginata cito subteruntur. Et fortior miles ex confragoso venit: segnis est urbanus et verna. Nullum laborem recusant manus quae ad arma ab aratro transferuntur: in primo deficit pulvere ille unctus et nitidus. Severior loci disciplina firmat ingenium aptumque magnis conatibus reddit. Literni honestius Scipio quam Bais exulabat: ruina eiusmodi non est tam molliter collocanda. Illi quoque ad quos primos fortuna populi Romani publicas opes transtulit, C. Marius et Cn. Pompeius et Caesar, exstruxerunt quidem villas in regione Baiana, sed illas imposuerunt summis iugis montium: videbatur hoc magis militare, ex edito speculari late longeque subiecta. Aspice quam positionem elegerint, quibus aedificia excitaverint locis et qualia: scies non villas esse sed castra. Habitaturum tu putas umquam fuisse illic M. Catonem, ut praenavigantes adulteras dinumeraret et tot genera cumbarum variis coloribus picta et fluvitantem toto lacu rosam, ut audiret canentium nocturna convicia? Nonne ille manere intra vallum maluisset, quod in unam noctem manu sua ipse duxisset? Quidni mallet, quisquis vir est, somnum suum classico quam symphonia rumpi?
Sed satis diu cum Bais litigavimus, numquam satis cum vitiis, quae, oro te, Lucili, persequere sine modo, sine fine; nam illis quoque nec finis est nec modus. Proice quaecumque cor tuum laniant, quae si aliter extrahi nequirent, cor ipsum cum illis reveliendum erat. Voluptates praecipue exturba et invisissimas habe: latronum more, quos 'philêtas' Aegyptii vocant, in hoc nos amplectuntur, ut strangulent. Vale.

Traduzione all'italiano


Seneca saluta il suo Lucilio.
Ciascuno come può caro Lucilio: tu lì hai l'Etna, [...] il famosissimo monte della Sicilia (ma non capisco per quale motivo sia Messalla, sia Valgio - l'ho letto in entrambi - lo definiscano unico: moltissimi luoghi vomitano fuoco, e non solo quelli elevati, cosa abbastanza frequente, evidentemente perché il fuoco è spinto in alto, ma anche quelli bassi); io, per quanto posso, mi accontento di Baia; me ne sono andato, però il giorno dopo il mio arrivo: è un posto da evitare, nonostante certe bellezze naturali, poiché ha scelto di essere famoso per la sua dissolutezza.
"E allora, bisogna dichiarare guerra a certi luoghi?" No; ma come un certo abbigliamento si confà più di un altro all'uomo saggio e onesto ed egli, senza detestare nessun colore, ne ritiene qualcuno poco adatto a chi si professa sobrio, lo stesso vale per un luogo che un uomo saggio, o che aspira alla saggezza, evita, perché contrario alla moralità. Perciò se uno vuole vivere in ritiro, non sceglierà mai Canopo, sebbene Canopo non impedisca a nessuno di essere onesto, e neppure Baia: stanno diventando un ricettacolo di vizi. Là si concede moltissimo alla dissolutezza, là, come se si dovesse al posto una certa licenza, si abbandona ancor più ogni ritegno. Dobbiamo scegliere una località salutare non solo per il corpo, ma anche per la nostra condotta di vita; non vorrei certo abitare tra i carnefici e neppure nelle bettole. Che necessità c'è di vedere gente ubriaca che girovaga sulla spiaggia, che fa baldoria sulle navi; specchi d'acqua dove risuonano concerti e altre brutture che la dissolutezza, quasi sciolta da ogni legge, commette, e per giunta sotto gli occhi di tutti? Dobbiamo cercare di fuggire il più lontano possibile dalle sollecitazioni dei vizi; l'anima va fortificata e sottratta alle lusinghe dei piaceri. Bastò l'ozio di un solo inverno a fiaccare Annibale: le mollezze della Campania snervarono quell'uomo che le nevi alpine non avevano domato: vinse con le armi, ma fu vinto dai vizi. Anche noi siamo chiamati alle armi ed è una milizia che non concede mai tregua, né riposo: dobbiamo sconfiggere innanzitutto i piaceri che, come vedi, hanno travolto anche i caratteri più fieri. Se uno considera l'impegno dell'opera intrapresa, si renderà conto di non poter vivere in maniera molle e dissoluta. A che mi servono questi bagni caldi? A che le saune dove c'è racchiuso un vapore asciutto che indebolisce il corpo? È la fatica che deve spremere il sudore. Se facessimo come Annibale e tralasciassimo la guerra, interrompendo il corso delle imprese e ci dedicassimo alla cura del corpo, tutti giustamente ci rimprovererebbero questa inerzia intempestiva, pericolosa sia per il vincitore, sia, e tanto più, per chi è vicino alla vittoria. Noi ci troviamo in una situazione più critica di quella delle truppe cartaginesi: corriamo un pericolo più grave ritirandoci e, se continuiamo nella lotta, dobbiamo sostenere uno sforzo maggiore. La sorte combatte contro di me: non obbedirò agli ordini; non mi sottometto al suo giogo, anzi, e questo richiede maggiore coraggio, me lo scuoto di dosso. Non dobbiamo indebolire lo spirito: se cederò ai piaceri, devo cedere al dolore, alla fatica, alla povertà; l'ambizione e l'ira vorranno avere gli stessi diritti su di me; sono diviso, anzi lacerato, tra tante passioni. La posta in gioco è la libertà; a questo premio sono rivolte le mie fatiche. Chiedi che cosa sia la libertà? Non essere schiavi di niente, di nessuna necessità, di nessun caso, affrontare la fortuna alla pari. Quando comprenderò di essere più potente di lei, non potrà più farmi niente: dovrei esserle sottomesso, se ho il dominio sulla morte?
Se uno si dedica a queste meditazioni, deve scegliere posti austeri e puri; la bellezza eccessiva snerva lo spirito e senza dubbio un luogo può in qualche misura indebolirne il vigore. I cavalli da tiro che si sono induriti le unghie su terreni impervi, possono sopportare qualunque percorso: gli zoccoli di quelli allevati in pascoli molli e paludosi, invece, si logorano subito. Il soldato che proviene da località aspre è più forte: mentre è fiacco quello nato e vissuto in una casa di città. Chi passa dall'aratro alle armi non rifiuta nessuna fatica: ma se uno è ben curato ed elegante, cade al primo cimento. Un luogo più austero fortifica lo spirito e lo rende adatto alle grandi imprese. Scipione ritenne più dignitoso andare in esilio a Literno che a Baia: una simile disgrazia non può trovare posto fra tanta mollezza. Anche C. Mario, Gn. Pompeo e Cesare, cui la sorte diede per primi pubblici poteri sul popolo romano, costruirono le loro ville a Baia, ma le ubicarono sulle cime dei monti: sembrava loro più militare dominare dall'alto in lungo e in largo la zona sottostante. Guarda che posizione hanno scelto, in quali luoghi e come hanno innalzato le loro case: ti renderai conto che non sono ville, ma accampamenti. Pensi che Catone avrebbe mai abitato laggiù per contare le donne adultere che passano in barca là davanti e i tanti tipi di imbarcazioni variamente dipinte e le rose galleggianti sull'intero lago, o per sentire di notte schiamazzi e canti? Non avrebbe preferito stare in una trincea da lui stesso scavata per una notte? Un vero uomo non preferirebbe essere svegliato da una tromba di guerra, piuttosto che da una musica?
Ma abbiamo processato abbastanza Baia; i vizi, invece, non li processeremo mai abbastanza: ti scongiuro, Lucilio, combattili a oltranza senza mezze misure, poiché non hanno né misura, né fine. Scaccia tutte le passioni che dilaniano il tuo cuore e se non possono essere sradicate in modo diverso, stràppati con esse anche il cuore. Elimina soprattutto i piaceri e odiali profondamente; come i banditi, che gli Egiziani chiamano "fileti", ci abbracciano per strangolarci. Stammi bene.