Traduzione di Paragrafo 31, Libro 4 di Seneca

Versione originale in latino


Seneca Lucilio suo salutem
Agnosco Lucilium meum: incipit quem promiserat exhibere. Sequere illum impetum animi quo ad optima quaeque calcatis popularibus bonis ibas: non desidero maiorem melioremque te fieri quam moliebaris. Fundamenta tua multum loci occupaverunt: tantum effice quantum conatus es, et illa quae tecum in animo tulisti tracta. Ad summam sapiens eris, si cluseris aures, quibus ceram parum est obdere: firmiore spissamento opus est quam in sociis usum Ulixem ferunt. Illa vox quae timebatur erat blanda, non tamen publica: at haec quae timenda est non ex uno scopulo sed ex omni terrarum parte circumsonat. Praetervehere itaque non unum locum insidiosa voluptate suspectum, sed omnes urbes. Surdum te amantissimis tuis praesta: bono animo mala precantur. Et si esse vis felix, deos ora ne quid tibi ex his quae optantur eveniat. Non sunt ista bona quae in te isti volunt congeri: unum bonum est, quod beatae vitae causa et firmamentum est, sibi fidere. Hoc autem contingere non potest, nisi contemptus est labor et in eorum numero habitus quae neque bona sunt neque mala; fieri enim non potest ut una ulla res modo mala sit, modo bona, modo levis et perferenda, modo expavescenda. Labor bonum non est: quid ergo est bonum? Laboris contemptio. Itaque in vanum operosos culpaverim: rursus ad honesta nitentes, quanto magis incubuerint minus que sibi vinci ac strigare permiserint, admirabor et clamabo, 'tanto melior, surge et inspira et clivum istum uno si potes spiritu exsupera'. Generosos animos labor nutrit. Non est ergo quod ex illo <voto> vetere parentum tuorum eligas quid contingere tibi velis, quid optes; et in totum iam per maxima acto viro turpe est etiam nunc deos fatigare. Quid votis opus est? Fac te ipse felicem; facies autem, si intellexeris bona esse quibus admixta virtus est, turpia quibus malitia coniuncta est. Quemadmodum sine mixtura lucis nihil splendidum est, nihil atrum nisi quod tenebras habet aut aliquid in se traxit obscuri, quemadmodum sine adiutorio ignis nihil calidum est, nihil sine aere frigidum, ita honesta et turpia virtutis ac malitiae societas efficit. Quid ergo est bonum ? Rerum scientia. Quid malum est? Rerum imperitia. Ille prudens atque artifex pro tempore quaeque repellet aut eliget; sed nec quae repellit timet nec miratur quae eligit, si modo magnus illi et invictus animus est. Summitti te ac deprimi veto. Laborem si non recuses, parum est: posce. 'Quid ergo?' inquis 'labor frivolus et supervacuus et quem humiles causae evocaverunt non est malus?' Non magis quam ille qui pulchris rebus impenditur, quoniam animi est ipsa tolerantia quae se ad dura et aspera hortatur ac dicit, 'quid cessas? Non est viri timere sudorem'. Huc et illud accedat, ut perfecta virtus sit, aequalitas ac tenor vitae per omnia consonans sibi, quod non potest esse nisi rerum scientia contingit et ars per quam humana ac divina noscantur. Hoc est summum bonum; quod si occupas, incipis deorum socius esse, non supplex. 'Quomodo' inquis 'isto pervenitur?' Non per Poeninum Graiumve montem nec per deserta Candaviae; nec Syrtes tibi nec Scylla aut Charybdis adeundae sunt, quae tamen omnia transisti procuratiunculae pretio: tutum iter est, iucundum est, ad quod natura te instruxit. Dedit tibi illa quae si non deserueris, par deo surges. Parem autem te deo pecunia non faciet: deus nihil habet Praetexta non faciet: deus nudus est. Fama non faciet nec ostentatio tui et in populos nominis dimissa notitia: nemo novit deum, multi de illo male existimant, et impune. Non turba servorum lecticam tuam per itinera urbana ac peregrina portantium: deus ille maximus potentissimusque ipse vehit omnia. Ne forma quidem et vires beatum te facere possunt: nihil horum patitur vetustatem. Quaerendum est quod non fiat in dies peius, cui non possit obstari. Quid hoc est? Animus, sed hic rectus, bonus, magnus. Quid aliud voces hunc quam deum in corpore humano hospitantem? Hic animus tam in equitem Romanum quam in libertinum, quam in servum potest cadere. Quid est enim eques Romanus aut libertinus aut servus? Nomina ex ambitione aut iniuria nata. Subsilire in caelum ex angulo licet: exsurge modo
[list][...] et te quoque dignum
finge deo. [/list]
Finges autem non auro vel argento: non potest ex hac materia imago deo exprimi similis; cogita illos, cum propitii essent, fictiles fuisse. Vale.

Traduzione all'italiano


Seneca saluta il suo Lucilio
Riconosco il mio Lucilio: comincia a mostrarsi quale aveva promesso: tu hai calpestato i beni cari alla massa e ti sei diretto alle più alte forme di bene: persevera in quel tuo slancio. Non desidero che tu divenga più grande o migliore di quanto hai cercato di essere. Hai fondamenta solide e ampie: realizza quanto hai tentato e metti in atto i tuoi propositi. In breve, raggiungerai la saggezza, se ti tapperai le orecchie; ma chiuderle con la cera è poco: Ulisse, raccontano, l'adoperò per i suoi compagni: per te occorre un tappo più efficace. Le voci che egli temeva erano lusingatrici, ma isolate: queste che dobbiamo temere noi, invece, non risuonano da un solo scoglio, ma da ogni angolo della terra. Non devi oltrepassare un unico luogo sospetto per i suoi insidiosi piaceri, ma tutte le città. Fa' il sordo anche con le persone che ti amano di più: ti augurano il male nonostante le loro buone intenzioni. E se vuoi essere felice, prega gli dèi che non ti capiti niente di quanto esse desiderano. Non sono veri beni quelli che costoro vogliono si accumulino in te: uno solo è il bene, causa e fondamento della felicità: la fiducia in se stessi. Ma non la si può ottenere se non si è indifferenti all'attività e la si annovera fra le cose che non sono né buone, né cattive: non è possibile che una stessa cosa un po' sia un male, un po' sia un bene, un po' leggera e tollerabile, un po' terrificante. L'attività non è un bene: ma allora che cos'è il bene? L'indifferenza all'attività. Disapproverei, perciò quelli che si danno da fare inutilmente. Se uno, invece, indirizza i suoi sforzi a obiettivi onesti, quanto più si applica senza lasciarsi vincere o concedersi riposo, lo ammirerò e gli griderò: "Fatti animo, alzati, tira un bel respiro e supera questo pendio, se puoi, tutto d'un fiato." L'attività nutre gli animi generosi. Non è, dunque, il caso che tu decida le tue aspirazioni, i tuoi desideri in base a quel vecchio voto dei tuoi genitori; è vergognoso per un uomo che è passato ormai attraverso tutti i più alti incarichi importunare ancora gli dèi. Che bisogno c'è di preghiere? Renditi felice da solo; e ci riuscirai, se avrai capito che i beni sono quelli cui si unisce la virtù, i mali quelli cui si unisce il vizio. Niente risplende se non è impregnato di luce, niente è oscuro se non ciò che sta nelle tenebre o riceve su di sé un'ombra; niente è caldo senza l'intervento del fuoco e niente è freddo senza l'aria; così l'associazione con la virtù o con il vizio rende le azioni oneste o disoneste. Cos'è, dunque, il bene? La conoscenza della realtà. Che cos'è il male? L'ignoranza. Il saggio, artefice della sua vita, respinge o sceglie ogni cosa secondo le circostanze; ma se ha un animo grande e indomito, non teme quello che respinge, e non guarda con ammirazione ciò che sceglie. Non voglio che tu ti arrenda o ceda. Non rifiutare l'attività è poco: devi cercarla. "Come?" ribatti. "Non è un male l'attività vana e superflua, motivata da cause meschine?" Non più di quella che impieghiamo in belle azioni, poiché è la stessa tenacia dello spirito che si incita a imprese ardue e difficili e dice: "Perché desisti? Non è virile temere il sudore." E perché la virtù sia perfetta, bisogna che a tutto questo si aggiunga uniformità di pensiero e un tenore di vita sempre coerente a se stesso, e ciò è impossibile se manca la conoscenza della realtà e la scienza dei problemi umani e divini. Questo è il sommo bene; e se lo raggiungi, cominci a essere compagno degli dèi, non loro supplice. "Come vi si arriva?" domandi. Non attraversando le Alpi Pennine o Graie, o i deserti della Candavia; non devi affrontare le Sirti, Scilla o Cariddi, che hai, però dovuto passare per guadagnarti la tua piccola carica: la strada è sicura, piacevole e la natura ti ha preparato ad essa. Ti ha dato qualità che, sfruttate, ti innalzeranno alla pari di un dio. Il denaro, invece, non potrà fare altrettanto: dio non possiede niente. E non lo potrà la toga pretesta: dio non ha veste. Neppure la fama o il metterti in mostra o la notorietà del tuo nome fra le genti: nessuno conosce dio; molti lo giudicano male e impunemente. E nemmeno una turba di servi che porti la tua lettiga per le strade urbane ed extraurbane: dio, che è l'essere più grande e più potente, porta lui l'universo. Neppure la bellezza e la forza possono renderti felice: non resistono alla vecchiaia. Bisogna cercare un bene che non si guasti giorno per giorno, che non conosca ostacoli. Qual è? Lo spirito, ma deve essere retto, onesto, grande. E come altro puoi chiamarlo, se non un dio che dimora nel corpo umano? Uno spirito simile può trovarsi sia in un cavaliere romano, che in un liberto o in uno schiavo. Cosa sono, infatti, un cavaliere romano, un liberto, uno schiavo? Nomi nati dall'ambizione o dall'ingiustizia. È possibile arrivare al cielo anche da un cantuccio: innalzati
[list]e rendi anche te degno di un dio.[/list]
Ma non potrai farlo con l'oro o con l'argento; non si può da questi metalli tirar fuori un'immagine simile alla divinità; pensa che gli dèi, quando ci erano propizî, erano fatti di creta. Stammi bene.