Traduzione di Paragrafo 29, Libro 3 di Seneca

Versione originale in latino


Seneca Lucilio suo salutem
De Marcellino nostro quaeris et vis scire quid agat. Raro ad nos venit, non ulla alia ex causa quam quod audire verum timet, a quo periculo iam abest; nulli enim nisi audituro dicendum est. Ideo de Diogene nec minus de aliis Cynicis qui libertate promiscua usi sunt et obvios <quosque> monuerunt dubitari solet an hoc facere debuerint. Quid enim, si quis surdos obiurget aut natura morbove mutos? 'Quare' inquis 'verbis parcam? Gratuita sunt. Non possum scire an ei profuturus sim quem admoneo: illud scio, alicui me profuturum, si multos admonuero. Spargenda manus est: non potest fieri ut non aliquando succedat multa temptanti.' Hoc, mi Lucili, non existimo magno viro faciendum: diluitur eius auctoritas nec habet apud eos satis ponderis quos posset minus obsolefacta corrigere. Sagittarius non aliquando ferire debet, sed aliquando deerrare; non est ars quae ad effectum casu venit. Sapientia ars est: certum petat, eligat profecturos, ab iis quos desperavit recedat, non tamen cito relinquat et in ipsa desperatione extrema remedia temptet.
Marcellinum nostrum ego nondum despero; etiam nunc servari potest, sed si cito illi manus porrigitur. Est quidem periculum ne porrigentem trahat; magna in illo ingeni vis est, sed iam tendentis in pravum. Nihilominus adibo hoc periculum et audebo illi mala sua ostendere. Faciet quod solet: advocabit illas facetias quae risum evocare lugentibus possunt, et in se primum, deinde in nos iocabitur; omnia quae dicturus sum occupabit. Scrutabitur scholas nostras et obiciet philosophis congiaria, amicas, gulam; ostendet mihi alium in adulterio, alium in popina, alium in aula; ostendet mihi lepidum philosophum Aristonem, qui in gestatione disserebat - hoc enim ad edendas operas tempus exceperat. De cuius secta cum quaereretur, Scaurus ait 'utique Peripateticus non est'. De eodem cum consuleretur Iulius Graecinus, vir egregius, quid sentiret, 'non possum' inquit 'tibi dicere; nescio enim quid de gradu faciat', tamquam de essedario interrogaretur. Hos mihi circulatores qui philosophiam honestius neglexissent quam vendunt in faciem ingeret. Constitui tamen contumelias perpeti: moveat ille mihi risum, ego fortasse illi lacrimas movebo, aut si ridere perseverabit, gaudebo tamquam in malis quod illi genus insaniae hilare contigerit. Sed non est ista hilaritas longa: observa, videbis eosdem intra exiguum tempus acerrime ridere et acerrime rabere. Propositum est aggredi illum et ostendere quanto pluris fuerit cum multis minoris videretur. Vitia eius etiam si non excidero, inhibebo; non desinent, sed intermittent fortasse autem et desinent, si intermittendi consuetudinem fecerint. Non est hoc ipsum fastidiendum, quoniam quidem graviter affectis sanitatis loco est bona remissio.
Dum me illi paro, tu interim, qui potes, qui intellegis unde quo evaseris et ex eo suspicaris quousque sis evasurus, compone mores tuos, attolle animum, adversus formidata consiste; numerare eos noli qui tibi metum faciunt. Nonne videatur stultus, si quis multitudinem eo loco timeat per quem transitus singulis est? Aeque ad tuam mortem multis aditus non est licet illam multi minentur. Sic istuc natura disposuit: spiritum tibi tam unus eripiet quam unus dedit.
Si pudorem haberes, ultimam mihi pensionem remisisses; sed ne ego quidem me sordide geram in finem aeris alieni et tibi quod debeo impingam. 'Numquam volui populo placere; nam quae ego scio non probat populus, quae probat populus ego nescio.' 'Quis hoc?' inquis, tamquam nescias cui imperem. Epicurus; sed idem hoc omnes tibi ex omni domo conclamabunt, Peripatetici, Academici, Stoici, Cynici. Quis enim placere populo potest cui placet virtus? Malis artibus popularis favor quaeritur. Similem te illis facias oportet: non probabunt nisi agnoverint. Multo autem ad rem magis pertinet qualis tibi videaris quam aliis; conciliari nisi turpi ratione amor turpium non potest. Quid ergo illa laudata et omnibus praeferenda artibus rebusque philosophia praestabit? Scilicet ut malis tibi placere quam populo, ut aestimes iudicia, non numeres, ut sine metu deorum hominumque vivas, ut aut vincas mala aut finias. Ceterum, si te videro celebrem secundis vocibus vulgi, si intrante te clamor et plausus, pantomimica ornamenta, obstrepuerint, si tota civitate te feminae puerique laudaverint, quidni ego tui miserear, cum sciam quae via ad istum favorem ferat? Vale.

Traduzione all'italiano


Seneca saluta il suo Lucilio.
Mi chiedi notizie del nostro Marcellino e vuoi sapere che fa. Viene di rado a trovarmi, unicamente perché teme di sentirsi dire la verità; ma non corre questo pericolo; la verità bisogna dirla solo a chi è disposto ad ascoltarla. Perciò in genere ci si chiede se fosse giusto il comportamento di Diogene e degli altri Cinici che usavano una libertà indiscriminata e ammonivano chiunque capitasse a tiro. Che giova rimproverare le persone sorde o mute per natura o per malattia? "Ma perché", ribatti, "dovrei risparmiare le parole? Non costano niente. Non posso sapere se gioverò all'individuo che ammonisco: so, però che se ammonisco molti potrò essere utile a qualcuno. Bisogna sempre tendere la mano: chi fa molti tentativi, prima o poi riesce a qualcosa." Non credo, Lucilio mio, che un grande uomo debba agire così: la sua autorità diminuisce e non ha sufficiente peso su coloro che potrebbe correggere se fosse meno svilita. L'arciere non deve colpire il bersaglio di quando in quando, ma deve sbagliare solo di quando in quando; non è un'arte quella che arriva allo scopo per caso. La saggezza è un'arte: miri al sicuro, scelga chi può fare progressi, si allontani da quelli su cui non ha speranze, e tuttavia non rinunci sùbito e, anche in casi disperati, tenti rimedi estremi.
Ancora non dispero del nostro Marcellino; ancora si può salvare, purché gli si tenda sùbito la mano. C'è, però il pericolo che trascini con sé chi gliela porge; ha una grande forza d'ingegno, ma già rivolta al male. Correrò tuttavia, questo pericolo e mi arrischierò a mostrargli i suoi vizi. Farà come al solito: ricorrerà a quelle facezie che riescono a far ridere anche chi sta piangendo e scherzerà dapprima su di sé, poi su di noi; anticiperà tutto quello che intendo dirgli. Frugherà nelle nostre scuole e rinfaccerà ai filosofi le elargizioni ricevute, le amanti, la ghiottoneria. Mi mostrerà che uno ha commesso adulterio, un altro si è dato al bere, un terzo è a corte; mi segnalerà l'arguto filosofo Aristone, che dissertava di filosofia in lettiga - aveva scelto questo momento per svolgere il suo lavoro. Scauro, interrogato sulla sua setta di appartenenza, rispose: "Certo non è un peripatetico"; e Giulio Grecino, uomo insigne, cui fu chiesto cosa ne pensasse, disse: "Non posso risponderti perché non so come se la cavi a piedi", quasi gli avessero domandato un parere su un gladiatore che combatte dal carro. Marcellino mi getterà in faccia questi ciarlatani che sarebbero stati più onesti se quella filosofia di cui fanno mercato l'avessero tralasciata. Ho, però deciso di sopportare le sue ingiurie: mi faccia pure ridere, io forse lo farò piangere, oppure, se continuerà a ridere, ne sarò contento, come si può esserlo di un male: almeno gli è capitato un genere di pazzia ilare. Ma questa ilarità non può durare a lungo: facci caso, vedrai le medesime persone ridere sfrenatamente e sfrenatamente andare in collera in breve tempo. È mia intenzione avvicinarlo e mostrargli quanto varrebbe di più se valesse meno agli occhi della massa. Anche se non riuscirò a estirpare i suoi vizi, vi metterò un freno; non scompariranno del tutto, ma almeno cesseranno a intervalli; e forse potranno addirittura scomparire, se gli intervalli diventeranno un'abitudine. Non è un risultato da disdegnare: per gli ammalati gravi una pausa della malattia è quasi una guarigione.
Mentre io mi preparo a curarmi di lui, frattanto, tu che puoi, che sai da che cosa ti sei tirato fuori e quindi sei in grado di capire dove potrai arrivare, regola le tue abitudini, innalza lo spirito, stai saldo contro ciò che temi; non metterti a considerare quanti ti fanno paura. Se uno temesse la folla in un punto dove può passare solo una persona per volta non sembrerebbe stupido? Ugualmente non sono molti a poterti dare la morte, anche se molti te la minacciano. È una legge di natura: una sola persona ti ha dato la vita, una sola te la toglierà.
Se avessi un po' di rispetto, mi avresti condonato l'ultima rata; ma neppure io, arrivato alla fine dei miei debiti, voglio comportarmi da avaro e ti darò per forza quanto ti devo. "Non ho mai voluto piacere al popolo: il popolo non apprezza le cose che io so, e io non so le cose che apprezza il popolo." "Chi ha scritto questa frase?" chiedi, come se non sapessi a chi do l'ordine di pagare. Epicuro; ma questo stesso concetto te lo esprimeranno a gran voce tutti insieme i filosofi di ogni scuola, peripatetici, accademici, stoici, cinici: se uno ama la virtù, come può piacere al popolo? Il favore popolare si ottiene con mezzi loschi. Devi renderti simile a loro: non ti apprezzeranno, se non ti riconosceranno uguale. Ma l'opinione che hai di te stesso è molto più importante dell'opinione altrui; solo con sistemi disonesti ci si può accattivare il favore dei disonesti. Che cosa, dunque, ti potrà insegnare quella filosofia tanto lodata e preferibile a tutte le arti e a tutti i beni? Naturalmente a voler piacere a te stesso più che al popolo, a valutare i giudizi, ma non in base al numero, a vivere senza paura degli dèi e degli uomini, a vincere i mali o a mettervi un limite. Ma se vedrò che sei famoso per i giudizi favorevoli del popolo, se al tuo ingresso risuoneranno grida e applausi, onori da pantomimi, se in tutta la città faranno le tue lodi donne e ragazzi, perché non dovrei avere compassione di te? So qual è la strada che porta a questo genere di favore. Stammi bene.