Traduzione di Paragrafo 27, Libro 3 di Seneca

Versione originale in latino


Seneca Lucilio suo salutem
'Tu me' inquis 'mones? Iam enim te ipse monuisti, iam correxisti? Ideo aliorum emendationi vacas?' Non sum tam improbus ut curationes aeger obeam, sed, tamquam in eodem valetudinario iaceam, de communi tecum malo colloquor et remedia communico. Sic itaque me audi tamquam mecum loquar; in secretum te meum admitto et te adhibito mecum exigo. Clamo mihi ipse, 'numera annos tuos, et pudebit eadem velle quae volueras puer, eadem parare. Hoc denique tibi circa mortis diem praesta: moriantur ante te vitia. Dimitte istas voluptates turbidas, magno luendas: non venturae tantum sed praeteritae nocent. Quemadmodum scelera etiam si non sunt deprehensa cum fierent, sollicitudo non cum ipsis abit, ita improbarum voluptatum etiam post ipsas paenitentia est. Non sunt solidae, non sunt fideles; etiam si non nocent, fugiunt. Aliquod potius bonum mansurum circumspice; nullum autem est nisi quod animus ex se sibi invenit. Sola virtus praestat gaudium perpetuum, securum; etiam si quid obstat, nubium modo intervenit, quae infra feruntur nec umquam diem vincunt.' Quando ad hoc gaudium pervenire continget? Non quidem cessatur adhuc, sed festinetur. Multum restat operis, in quod ipse necesse est vigiliam, ipse laborem tuum impendas, si effici cupis; delegationem res ista non recipit. Aliud litterarum genus adiutorium admittit Calvisius Sabinus memoria nostra fuit dives; et patrimonium habebat libertini et ingenium; numquam vidi hominem beatum indecentius. Huic memoria tam mala erat ut illi nomen modo Ulixis excideret, modo Achillis, modo Priami, quos tam bene noverat quam paedagogos nostros novimus. Nemo vetulus nomenclator, qui nomina non reddit sed imponit, tam perperam tribus quam ille Troianos et Achivos persalutabat. Nihilominus eruditus volebat videri. Hanc itaque compendiariam excogitavit: magna summa emit servos, unum qui Homerum teneret, alterum qui Hesiodum; novem praeterea lyricis singulos assignavit. Magno emisse illum non est quod mireris: non invenerat, faciendos locavit. Postquam haec familia illi comparata est, coepit convivas suos inquietare. Habebat ad pedes hos, a quibus subinde cum peteret versus quos referret, saepe in medio verbo excidebat. Suasit illi Satellius Quadratus, stultorum divitum arrosor et, quod sequitur, arrisor, et, quod duobus his adiunctum est, derisor, ut grammaticos haberet analectas. Cum dixisset Sabinus centenis millibus sibi constare singulos servos, 'minoris' inquit 'totidem scrinia emisses'. Ille tamen in ea opinione erat ut putaret se scire quod quisquam in domo sua sciret. Idem Satellius illum hortari coepit ut luctaretur, hominem aegrum, pallidum, gracilem. Cum Sabinus respondisset, 'et quomodo possum? Vix vivo', 'noli, obsecro te' inquit 'istuc dicere: non vides quam multos servos valentissimos habeas?' Bona mens nec commodatur nec emitur; et puto, si venalis esset, non haberet emptorem: at mala cotidie emitur.
Sed accipe iam quod debeo et vale. 'Divitiae sunt ad legem naturae composita paupertas.' Hoc saepe dicit Epicurus aliter atque aliter, sed numquam nimis dicitur quod num quam satis discitur; quisbusdam remedia monstranda, quibusdam inculcanda sunt. Vale.

Traduzione all'italiano


Seneca saluta il suo Lucilio.
"Tu mi dai consigli?" potresti dire. "Li hai già dati a te stesso, ti sei corretto? Perciò ti dedichi a correggere gli altri?" Non sono così impudente da volere assumermi, io malato, la cura del prossimo; ma come se mi trovassi nel medesimo ospedale, ti parlo della comune malattia e divido con te le medicine. Perciò ascoltami come se parlassi con me stesso. Ti faccio entrare nel segreto della mia anima e davanti a te mi giudico. Grido a me stesso: "Conta i tuoi anni e ti vergognerai di avere i medesimi desideri di quando eri fanciullo, di cercare le medesime cose. Si avvicina il giorno della morte, garantisciti che i tuoi vizi muoiano prima di te. Allontana questi torbidi piaceri, che devi scontare a caro prezzo: non nuocciono solo quelli futuri, ma anche quelli passati. Anche se i delitti non sono scoperti, rimane sempre il rimorso, così il pentimento che nasce dai piaceri disonesti non finisce con loro. Non sono reali, né costanti; se pure non danneggiano, svaniscono. Cerca piuttosto un bene duraturo; ma è duraturo solo quel bene che l'animo trova in sé. Soltanto la virtù procura una gioia stabile e sicura; anche se c'è un ostacolo, fa' come le nubi, che si frappongono, ma non vincono mai la luce del giorno." Quando si potrà raggiungere questa gioia? Finora non siamo rimasti inoperosi, dobbiamo, però affrettarci. Resta ancora molto lavoro ed è necessario che vigili, che fatichi proprio tu, se vuoi portarlo a termine; in altri tipi di studio si può ricevere un aiuto, qui non sono ammesse deleghe. Ai miei tempi viveva Calvisio Sabino, un riccone, che aveva patrimonio e indole da liberto; non ho mai visto un uomo agiato in modo più indecente. Costui aveva una memoria così debole che dimenticava il nome di Ulisse, di Achille, o di Priamo: eppure li conosceva bene quanto noi conosciamo i nostri maestri. Nessun vecchio schiavo nomenclatore, il quale anziché riferire i nomi esatti, li inventi di sana pianta, ha mai salutato i cittadini confondendoli tanto quanto lui confondeva i Troiani e gli Achei. E tuttavia voleva apparire erudito. Escogitò perciò questo espediente: spese una grande somma per comprare dei servi: uno che ricordasse a memoria Omero, un altro Esiodo; assegnò inoltre uno schiavo a ciascuno dei nove lirici. Non c'è da stupirsi che avesse speso tanto: non avendone trovati già istruiti, pagò per farli preparare. Dopo essersi procurato questa servitù, cominciò a molestare i suoi ospiti. Teneva ai suoi piedi questi schiavi e a essi di volta in volta chiedeva i versi da recitare, e tuttavia spesso si interrompeva a metà di una parola. Satellio Quadrato, uno sfruttatore di ricchi insensati, e di conseguenza adulatore e, caratteristica legata a queste due, schernitore, gli consigliò di assumere dei letterati per raccattare gli avanzi della mensa. Quando Sabino disse che ogni servo gli costava centomila sesterzi, ribatté: "A minor prezzo avresti comprato altrettante casse di libri." Egli, tuttavia, riteneva di saperne più di qualunque altro in casa sua. Questo stesso Satellio cominciò a incitarlo a praticare la lotta, benché fosse malato, pallido e gracile. E quando Sabino gli rispose: "E in che modo potrei farlo? A stento mi reggo in piedi." "Non dire così, ti prego," gli disse, "non vedi quanti servi forti hai?" La saggezza non si prende in prestito, e nemmeno si compra; e ritengo che se anche fosse in vendita, non si troverebbero compratori: la stupidità, invece, si compra quotidianamente.
Ma prendi ormai quanto ti devo e arrivederci. "La povertà regolata secondo le leggi della natura è ricchezza." Lo dice spesso Epicuro ora in un modo, ora nell'altro, ma non si ripete mai troppo quello che non si impara mai abbastanza; a qualcuno bisogna indicare i rimedi, ad altri bisogna inculcarli. Stammi bene.