Seneca - De Providentia - 9 - 12

Versione originale in latino


Ecce spectaculum dignum ad quod respiciat intentus operi suo deus, ecce par deo dignum: vir fortis cum fortuna mala compositus, utique si et provocavit. Non video, inquam, quid habeat in terris Iuppiter pulchrius, si convertere animum velit, quam ut spectet Catonem, iam partibus non semel fractis, stantem nihilo minus inter ruinas publicas rectum: “Licet, inquit, omnia in unius dicionem concesserint, custodiantur legionibus terrae, classibus maria, Caesarianus portas miles obisideat, Cato qua exeat habet; una manu latam libertati viam faciet. Ferrum istud, etiam civili bello purum et innoxium, bonas tandem ac nobiles edet operas: libertatem, quam patriae non potuit, Catoni dabit. Aggredere, anime, diu meditatum opus, eripe te rebus humanis! Iam Petreius et Iuba concurrerunt iacentque alter alterius manu caesi: fortis et egregia fati conventio, sed quae non deceat magnitudinem nostram. Tam turpe est Catoni mortem ab ullo petere quam vitam”. Liquet mihi cum magno spectasse gaudio deos, dum ille vir, acerrimus sui vindex, alienae saluti consulit et instruit discedentium fugam, dum studia etiam nocte ultima tractat, dum gaudium sacro pectori infigit, dum viscera spargit et illam sanctissimam animam indignamque quae ferro contaminaretur manu educit. Inde crediderim fuisse parum certum et efficax vulnus: non fuit diis immortalibus satis spectare Catonem semel; retenta ac revocata virtus est, ut in difficiliore parte se ostenderet: non enim tam magno animo mors initur quam repetitur. Quidni libenter spectarent alumnum suum tam claro ac mirabili exitu evadentem? Mors illo consecrat, quorum exitum et qui timent laudant.

Traduzione all'italiano


Ecco uno spettacolo degno al quale rivolga lo sguardo Dio, intento alla sua opera, ecco un uomo pari ad un dio: un uomo forte unito per natura ad una sorte malvagia, soprattutto se l’ha anche provocata. Non vedo, dico, che cosa abbia Giove in terra di più bello, se volesse rallegrarsi l’animo, che guardare Catone, già battuta la sua fazione non una sola volta, che sta saldo non meno eretto tra le pubbliche rovine: “E’ possibile, dice, che tutte le cose siano cadute nel potere di uno solo, che le terre siano custodite dalle legioni, i mari da navi, che un soldato Cesariano occupi le porte, Catone ha per dove evadere; con una sola mano renderà la via aperta per la libertà. Quest’arma, pura ed incolpevole anche dalla guerra civile, finalmente produrrà cose buone e nobili: la libertà, che non poté (dare) alla patria, la darà a Catone. Affronta, o animo, l’opera a lungo meditata, togliti dalle cose umane! Ormai Petreio e Giuba si sono scontrati e giacciono uccisi l’uno dalla mano dell’altro: scelta nobile ed egregia del fato, ma che non si addice alla nostra grandezza. E’ tanto turpe per Catone chiedere la morte a qualcuno piuttosto che la vita.”
Per me è evidente che gli déi abbiano guardato con grande gioia mentre quel famoso uomo, accanitissimo rivendicatore di sé, provvede alla salvezza altrui e prepara la fuga di coloro che si allontanano, mentre anche nell’ultima notte svolge gli studi, mentre conficca la spada nel sacro petto, mentre riversa le viscere e quell’anima santissima ed indegna che fosse contaminata dalla spada fece uscire con la mano. Da qui potrei credere che la ferita sia stata poco sicura ed efficace: non fu abbastanza per gli déi immortali guardare Catone una volta; la virtù fu trattenuta e richiamata, affinchè si mostrasse in una parte più difficile: infatti non con animo tanto grande la morte entra quanto è reclamata. Perché non contemplare volentieri il loro alunno che usciva da un esito tanto famoso e memorabile? La morte esalta coloro dei quali anche coloro che (li) temono lodano la fine.

Trova ripetizioni online e lezioni private