Sannazzaro - Elegie - 9 - Ad ruinas Cumarum

Versione originale in latino


Hic, ubi Cumeae surgebant inclyta famae
moenia, Tyrrheni gloria prima maris;
longinquis quo saepe hospes properabat ab oris,
visurus tripodas, Delie magne, tuos;
et vagus antiquos intrabat navita portus
quaerens Daedaliae conscia signa fugae;
(credere quis quondam potuit, dum fata manebant)?
nunc silva agrestes occulit alta feras.
Aque ubi fatidicae latuere arcana Sibyllae,
nunc claudit saturas vespere pastor oves.
Quaeque prius sanctos cogebat curia patres,
serpentum facta est, alituumque domus.
Plenaque tot passim generosis atria ceris,
ipsa sua tandem subruta mole iacent.
Calcanturque olim sacris onerata trophaeis
limina: distractos et tegit herba Deos.
Tot decora, artificumque manus, tot nota sepulchra,
totque pios cineres una ruina premit.
Et iam intra solasque domos, disiectaque passim
culmina setigeros advena figit apros.
Nec tamen hoc Graiis cecinit Deus ipse carinis,
praevia nec lato missa columba mari.
Et querimur, cito si nostrae data tempora vitae
diffugiunt? urbes mors violenta rapit.
Atque utinam mea me fallant oracula vatem,
vanus et a longa posteritate ferar.
Vec tu semper eris, quae septem amplecteris arces,
nec tu, quae mediis aemula surgis aquis.
Et te (quis putet hoc?) altrix mea, durus arator
vertet; et: "Urbs, dicet, haec quoque clara fuit".
Fata trahunt homines; fatis urgentibus, urbes,
et quodcumque vides, auferet ipsa dies.

Traduzione all'italiano


Qui, dove sorgevano le inclite mura della famosa Cuma, prima gloria del mar Tirreno; dove spesso lo straniero accorreva da spiagge lontane per visitare, o grande Delio, i tuoi tripodi; e l'errabondo navigante entrava negli antichi porti cercando le tracce della fuga di Dedalo (chi poté credere allora, quanto durava la sua fortuna?); ora una fitta foresta nasconde belve selvagge. E dove erano nascosti i segreti della profetica Sibilla, ora il pastore chiude le pecore sazie al tramonto. E quella curia che prima riuniva i venerando senatori, è divenuta dimora di serpenti e di uccelli. E gli atri pieni di tante illustri statue di cera, ora giacciono abbattute dal loro stesso peso. Vengono calpestate soglie un tempo adorne di sacri monumenti e l'erba ricopre le statue divelte degli dei. Tante bellezze, tante opere di artisti, tanti celebri sepolcri, tante venerabili spoglie sono ridotte ad una sola rovina. Ed ormai, tra le case abbandonate e i tetti crollati, un estraneo va a caccia di cinghiali selvatici. E tuttavia il dio non ha predetto questo alle navi greche, né la colomba inviata (che precede nel mare aperto) innanzi nel vasto mare. E ci lamentiamo, se presto fugge il tempo della vita che ci è concesso? Una morte violenta distrugge la città. E volesse il cielo che le mie profezie mi ingannino e che io sia ritenuto un falso veggente dalla generazione futura. Neppure tu che abbracci i sette colli vivrai sempre, né tu, rivale che sorgi in mezzo alle acque. E te (chi potrebbe crederlo?) mia nutrice; ara un rozzo contadino; e dice: "Anche questa città è stata famosa". Il destino trascina gli uomini; sotto l'incalzare del fato, lo scorrere stesso del tempo porterà via le città e tutto quello che vedi.

Trova ripetizioni online e lezioni private