Sallustio - Bellum Iugurthinum - 73

Versione originale in latino


Igitur Metellus, ubi de casu Bomilcaris et indicio patefacto ex perfugis cognovit, rursus tamquam ad integrum bellum cuncta parat festinatque. Marium fatigantem de profectione, simul et inuitum et offensum sibi parum idoneum ratus, domum dimittit. Et Romae plebes litteris, qua de Metello ac Mario missae erant, cognitis volenti animo de ambobus acceperant. Imperatori nobilitas, quae antea decori fuit, invidiae esse; at illi alteri generis humilitas fauorem addiderat. Ceterum in utroque magis studia partium quam bona aut mala sua moderata. Praeterea seditiosi magistratus uulgum exagitare, Metellum omnibus contionibus capitis arcessere, Mari virtutem in maius celebrare. Denique plebes sic accensa, uti opifices agrestesque omnes, quorum res fidesque in manibus sitae erant. relictis operibus frequentarent Marium et sua necessaria post illius honorem ducerent. Ita perculsa nobilitate post multas tempestates nouo homini consulatus mandatur. Et postea populus a tribuno plebis T. Manlio Mancino rogatus, quem vellet cum Iugurtha bellum gerere, frequens Marium iussit. Sed paulo ... Decreverat: ea res frustra fuit.

Traduzione all'italiano


Metello pertanto, quando viene a sapere dai disertori della fine di Bomilcare e della scoperta della cospirazione, si affretta nuovamente a fare tutti i preparativi come per una nuova guerra. Concede di tornare in patria a Mario, che chiedeva con insistenza di partire, perché, essendo insofferente di rimanere e ostile nei suoi confronti, gli sembrava ormai poco adatto ai suoi scopi. A Roma la plebe, appreso il contenuto delle lettere inviate sul conto di Metello e di Mario, aveva accolto con soddisfazione le notizie su entrambi. L'origine nobile, che prima era stata titolo d'onore per il comandante, ora gli nuoceva; viceversa l'umiltà dei natali aveva accresciuto la popolarità dell'altro. Del resto il giudizio nei confronti dell'uno e dell'altro fu influenzato più dallo spirito di parte che dai meriti e dai difetti propri di ciascuno. C'erano poi magistrati sediziosi che istigavano il popolo; in tutte le assemblee accusavano Metello di delitti capitali ed esaltavano oltre misura il valore di Mario. Infine la plebe ne fu tanto infiammata, che tutti gli artigiani e i contadini, che non avevano altra risorsa o credito che il lavoro delle loro braccia, lasciavano le loro attività per accorrere in folla attorno a Mario e attribuivano più importanza al suo successo che ai loro interessi. Così, tra la costernazione dei nobili, dopo anni e anni, il consolato fu conferito a un uomo nuovo. In seguito, quando il tribuno della plebe Tito Manlio Mancino chiese al popolo quale generale dovesse condurre la guerra contro Giugurta, Mario fu designato a grande maggioranza. Eppure poco prima il senato aveva riconfermato la Numidia a Metello, ma tale decisione fu vana.