Sallustio - Bellum Iugurthinum - 64

Versione originale in latino


Igitur ubi Marius haruspicis dicta eodem intendere videt, quo cupido animi hortabatur, ab Metello petendi gratia missionem rogat. Cui quamquam virtus, gloria atque alia optanda bonis superabant, tamen inerat contemptor animus et superbia, commune nobilitatis malum. Itaque primum commotus insolita re mirari eius consilium et quasi per amicitiam monere, ne tam praua inciperet neu super fortunam animum gereret: non omnia omnibus cupienda esse, debere illi res suas satis placere; postremo caueret id petere a populo Romano, quod illi iure negaretur. Postquam haec atque alia talia dixit neque animus Mari flectitur, respondit, ubi primum potuisset per negotia publica, facturum sese quae peteret. Ac postea saepius eadem postulanti fertur dixisse, ne festinaret abire: satis mature illum cum filio suo consulatum petiturum. Is eo tempore contubernio patris ibidem militabat. Annos natus circiter viginti. Quae res Marium cum pro honore, quem affectabat, tum contra Metellum vehementer accenderat. Ita cupidine atque ira, pessimis consultoribus, grassari; neque facto ullo neque dicto abstinere, quod modo ambitiosum foret; milites, quibus in hibernis praeerat, laxiore imperio quam antea habere; apud negotiatores, quorum magna multitudo Vticae erat, criminose simul et magnifice de bello loqui: dimidia pars exercitus si sibi permitteretur, paucis diebus Iugurtham in catenis habiturum; ab imperatore consulto trahi, quod homo inanis et regiae superbiae imperio nimis gauderet. Quae omnia illis eo firmiora videbantur, quia diuturnitate belli res familiaris corruperant et animo cupienti nihil satis festinatur.

Traduzione all'italiano


Mario, vedendo allora che le parole dell'aruspice tendevano a quello stesso obiettivo cui lo spingeva la sua ambizione, chiede a Metello il congedo per presentarsi candidato. Ma Metello, che pure era uomo straordinariamente ricco di coraggio, di amor di gloria e di altre doti care agli onesti, aveva però un carattere arrogante e peccava di superbia, male comune della nobiltà. Sorpreso, dapprima, dall'insolita richiesta, si meraviglia del suo proposito e quasi a titolo di amicizia lo invita a desistere da un progetto così malaccorto e a non coltivare ambizioni superiori alla sua condizione. Aggiungeva che non tutto è alla portata di tutti: Mario poteva essere pago del suo stato e doveva insomma guardarsi dal richiedere al popolo romano ciò che a buon diritto gli sarebbe stato negato. Poiché con queste e altre affermazioni simili non riuscì a piegare la volontà di Mario, gli rispose che avrebbe soddisfatto la sua richiesta non appena le esigenze di servizio glielo avessero permesso. Poi, di fronte alle insistenze di Mario, si dice che gli consigliò di non aver fretta di partire, perché sarebbe già stato abbastanza presto per lui chiedere il consolato insieme a suo figlio, il quale prestava allora servizio militare al seguito del padre e aveva circa vent'anni. Questa risposta aveva maggiormente rinfocolato in Mario sia il desiderio della carica cui aspirava sia il risentimento contro Metello. Perciò le sue azioni si ispiravano a due pessime consigliere: l'ambizione e la collera. Non tralasciava alcun gesto o alcuna parola, purché potesse procurargli favore. Trattava i soldati ai suoi ordini nei quartieri invernali con disciplina meno severa rispetto a prima e con i mercanti, presenti in gran numero a Utica, parlava della guerra muovendo critiche e facendo grandi promesse. Diceva che se gli fosse stata data soltanto una metà dell'esercito, in pochi giorni avrebbe avuto Giugurta in catene. Il comandante, invece, protraeva a bella a posta la guerra, perché, uomo vano e superbo come un re, si compiaceva troppo dell'esercizio del potere. Tutte queste critiche parevano loro tanto più fondate, in quanto la lunga durata della guerra aveva danneggiato i loro interessi e per chi è impaziente non si fa mai presto abbastanza.