Sallustio - Bellum Iugurthinum - 50

Versione originale in latino


Sed ubi Numidas quietos neque colli degredi animaduertit, veritus ex anni tempore et inopia aquae, ne siti conficeretur exercitus, Rutilium legatum cum expeditis cohortibus et parte equitum praemisit ad flumen, uti locum castris antecaperet, existimans hostis crebro impetu et transuersis proeliis iter suum remoraturos et, quoniam armis diffiderent, lassitudinem et sitim militum temptaturos. Deinde ipse pro re atque loco, sicuti monte descenderat, paulatim procedere, Marium post principia habere, ipse cum sinistrae alae equitibus esse, qui in agmine principes facti erant. At Iugurtha, ubi extremum agmen Metelli primos suos praetergressum videt, praesidio quasi duum milium peditum montem occupat, qua Metellus descenderat, ne forte cedentibus aduersariis receptui ac post munimento foret. Dein repente signo dato hostis invadit. Numidae alii postremos caedere, pars a sinistra ac dextra temptare, infensi adesse atque instare, omnibus locis Romanorum ordines conturbare. Quorum etiam qui firmioribus animis obvii hostibus fuerant, ludificati incerto proelio ipsi modo eminus sauciabantur, neque contra feriendi aut conserendi manum copia erat. Ante iam docti ab Iugurtha equites, ubi Romanorum turma insequi coeperat, non confertim neque in unum sese recipiebant, sed alius alio quam maxime diuersi. Ita numero priores, si ab persequendo hostis deterrere nequiuerant, disiectos ab tergo aut lateribus circumveniebant; sin opportunior fugae collis quam campi fuerat, ea vero consueti Numidarum equi facile inter virgulta euadere, nostros asperitas et insolentia loci retinebat.

Traduzione all'italiano


Ma poiché vide i Numidi restare immobili, senza discendere dal colle, temendo che per la stagione e per la scarsità d'acqua l'esercito potesse essere sfinito dalla sete, mandò avanti verso il fiume il luogotenente Rutilio con le coorti armate alla leggera e una parte della cavalleria perché occupasse per primo una posizione per l'accampamento. Prevedeva infatti che i nemici avrebbero ritardato la sua marcia con frequenti assalti e attacchi portati sui fianchi, e che, non fidando nelle armi, avrebbero fatto assegnamento sulla stanchezza e sulla sete dei suoi. Poi, egli, come richiedevano le circostanze e il terreno, cominciò ad avanzare lentamente nello stesso ordine in cui era sceso dal monte; teneva Mario dietro la prima linea, mentre lui stesso rimaneva con la cavalleria dell'ala sinistra, che nella marcia era diventata l'avanguardia. Ma Giugurta, quando vede che la retroguardia di Metello ha già oltrepassato le sue prime linee, con un presidio di circa duemila fanti occupa la cima da cui era disceso Metello, perché non servisse come rifugio e poi come difesa ai nemici in caso di ritirata. Poi all'improvviso dà il segnale e piomba sul nemico. Alcuni dei Numidi fanno strage nella retroguardia, altri attaccano da sinistra e da destra: assalgono e incalzano furiosamente, mettono scompiglio in tutto lo schieramento dei Romani. Di questi, anche coloro che avevano affrontato il nemico con maggior determinazione, rimanevano sconcertati da quel modo di combattere senza regole: essi soli venivano feriti da lontano, mentre non avevano la possibilità di colpire a loro volta o di venire al corpo a corpo. I cavalieri numidi, già istruiti da Giugurta, non appena uno squadrone romano cominciava a inseguirli, non si ritiravano in file serrate né in un unico luogo, ma si disperdevano quanto più potevano, chi in una direzione chi in un'altra. Così, superiori di numero com'erano, se non potevano impedire ai nemici di inseguirli, riuscivano però a scompaginarli e poi li aggiravano alle spalle o ai fianchi. Se invece alla fuga si prestava meglio il colle della pianura, i cavalli dei Numidi, già abituati, riuscivano facilmente a mettersi in salvo per di là, destreggiandosi tra i cespugli. I nostri, invece, erano ostacolati dal terrreno scosceso, di cui non avevano esperienza.