Traduzione di Elegia 7, Libro 4 di Properzio

Versione originale in latino


Sunt aliquid Manes: letum non omnia finit,
luridaque euictos effugit umbra rogos.
Cynthia namque meo uisa est incumbere fulcro,
murmur ad extremae nuper humata uiae,
cum mihi somnus ab exsequiis penderet amoris,
et quererer lecti frigida regna mei.
eosdem habuit secum quibus est elata capillos,
eosdem oculos; lateri uestis adusta fuit,
et solitum digito beryllon adederat ignis,
summaque Lethaeus triuerat ora liquor.
spirantisque animos et uocem misit: at illi
pollicibus fragiles increpuere manus:
"perfide nec cuiquam melior sperande puellae,
in te iam uires somnus habere potest?
iamne tibi exciderant uigilacis furta Suburae
et mea nocturnis trita fenestra dolis?
per quam demisso quotiens tibi fune pependi,
alterna ueniens in tua colla manu!
saepe Venus triuio commissa est, pectore mixto
fecerunt tepidas pallia nostra uias.
foederis heu taciti, cuius fallacia uerba
non audituri diripuere Noti.
at mihi non oculos quisquam inclamauit euntis:
unum impetrassem te reuocante diem:
nec crepuit fissa me propter harundine custos,
laesit et obiectum tegula curta caput.
denique quis nostro curuum te funere uidit,
atram quis lacrimis incaluisse togam?
si piguit portas ultra procedere, at illuc
iussisses lectum lentius ire meum.
cur uentos non ipse rogis, ingrate, petisti?
cur nardo flammae non oluere meae?
hoc etiam graue erat, nulla mercede hyacinthos
inicere et fracto busta piare cado.
Lygdamus uratur ñ candescat lamina uernae -
sensi ego, cum insidiis pallida uina bibi ñ
at Nomas ñ arcanas tollat uersuta saliuas;
dicet damnatas ignea testa manus.
quae modo per uilis inspecta est publica noctes,
haec nunc aurata cyclade signat humum;
et grauiora rependit iniquis pensa quasillis,
garrula de facie si qua locuta mea est;
nostraque quod Petale tulit ad monumenta coronas,
codicis immundi uincula sentit anus;
caeditur et Lalage tortis suspensa capillis,
per nomen quoniam est ausa rogare meum.
te patiente meae conflauit imaginis aurum,
ardente e nostro dotem habitura rogo.
non tamen insector, quamuis mereare, Properti:
longa mea in libris regna fuere tuis.
iuro ego Fatorum nulli reuolubile carmen,
tergeminusque canis sic mihi molle sonet,
me seruasse fidem. si fallo, uipera nostris
sibilet in tumulis et super ossa cubet.
nam gemina est sedes turpem sortita per amnem,
turbaque diuersa remigat omnis aqua.
unda Clytaemestrae stuprum uehit altera, Cressae
portat mentitae lignea monstra bouis.
ecce coronato pars altera rapta phaselo,
mulcet ubi Elysias aura beata rosas,
qua numerosa fides, quaque aera rotunda Cybebes
mitratisque sonant Lydia plectra choris.
Andromedeque et Hypermestre sine fraude maritae
narrant historiae tempora nota suae:
haec sua maternis queritur liuere catenis
bracchia nec meritas frigida saxa manus;
narrat Hypermestre magnum ausas esse sorores,
in scelus hoc animum non ualuisse suum.
sic mortis lacrimis uitae sancimus amores:
celo ego perfidiae crimina multa tuae.
sed tibi nunc mandata damus, si forte moueris,
si te non totum Chloridos herba tenet:
nutrix in tremulis ne quid desideret annis
Parthenie: potuit, nec tibi auara fuit.
deliciaeque meae Latris, cui nomen ab usu est,
ne speculum dominae porrigat illa nouae.
et quoscumque meo fecisti nomine uersus,
ure mihi: laudes desine habere meas.
pelle hederam tumulo, mihi quae praegnante corymbo
mollia contortis alligat ossa comis.
ramosis Anio qua pomifer incubat aruis,
et numquam Herculeo numine pallet ebur,
hic carmen media dignum me scribe columna,
sed breue, quod currens uector ab urbe legat:
"hic Tiburtina iacet aurea Cynthia terra:
accessit ripae laus, Aniene, tuae."
nec tu sperne piis uenientia somnia portis:
cum pia uenerunt somnia, pondus habent.
nocte uagae ferimur, nox clausas liberat umbras,
errat et abiecta Cerberus ipse sera.
luce iubent leges Lethaea ad stagna reuerti:
nos uehimur, uectum nauta recenset onus.
nunc te possideant aliae: mox sola tenebo:
mecum eris, et mixtis ossibus ossa teram."
haec postquam querula mecum sub lite peregit,
inter complexus excidit umbra meos.

Traduzione all'italiano


Sono qualcosa i Mani, non tutto con la morte
finisce; un'ombra livida ha vinto, sfugge ai roghi.
Cinzia sul mio giaciglio reclina, lei da poco in fondo ad una
via chiassosa inumata, m'apparve quando il sonno
fluttuava in me, alle esequie dell'amore sospeso,
e nel mio grande e freddo letto mi lamentavo.
Quegli stessi capelli che aveva al funerale,
gli stessi occhi e la veste bruciata al fianco, e al dito
attaccato dal fuoco, il solito berillo,
scolorite dall'acqua di Lete le sue labbra.
Aveva slancio e voce come chi vive; eppure
fragili scricchiolavano ai pollici le mani.
«Perfido, che migliore sperarti un'altra donna
non deve, come il sonno può in tè aver forza? Come
già scordasti gli incontri furtivi, l'animata
Suburra, la finestra usa a insidie notturne
da cui, tesa la fune, quante volte discesi
alternando le mani, per gettarmi al tuo collo!
Abbracciati in un trivio, ci amavamo, e la fredda
strada si intiepidiva sotto i nostri mantelli.
Ah, fallaci parole di convenuti patti,
non le avrebbero udite, le dispersero i venti.
Già svaniva il mio sguardo, ne ci fu alcuno a chiamarmi per nome:
avrei vissuto ancora un giorno al tuo richiamo.
E con spaccata canna, accanto a me non strepito il custode:
una tegola rotta il mio capo alla porta
rivolto offese. E infine, chi sopra la mia bara mai ti vide
piegato riscaldare con lacrime l'oscura
toga? Se non volevi andare oltre la porta, almeno imporre
potevi che più lento il feretro avanzasse.
Perché, ingrato, sul rogo non implorasti i venti?
Perché non odoravano di nardo le mie fiamme?
Ti pesava anche questo, gettarmi dei giacinti
da poco prezzo e rompere sulla mia tomba un orcio?
Ligdamo senta il fuoco - rovente sia la lamina allo schiavo -
d'aver bevuto vino sbiancato dal veleno
m'accorsi, e Nomade, anche se, scaltra, i filtri arcani ella nasconde
trovi in un coccio ardente condanna alle sue mani.
Quella che hanno veduto pubblicamente vendere le notti
ha una ciclade d'oro che tocca il suolo e impone
gravi pesi di lana in ceste troppo grandi
a una schiava ciarliera, se dice che ero bella.
E così la mia vecchia Pelale che corone al mio sepolcro
portò, fu incatenata ad uno sporco ceppo.
Làiage hanno straziato, ai ritorti capelli,
sospesa, poi che ha osato invocare il mio nome.

Lasciasti che fondesse l'oro del mio ritratto, e si sarebbe
procurata la dote dal fuoco del mio rogo.
Non ti accuso, sebbene lo meriti, Properzio:
a lungo dominai nei tuoi libri. Ti giuro
sopra il magico carme dei fati, irrevocabile per tutti
- e più mite a me latri il cane con tré gole -
che io ti fui fedele. Se t'inganno, la vipera
sulla mia tomba sibili, dorma sulle mie ossa.
Poiché duplice meta la sorte assegna sul fangoso fiume
alla turba che in acque diverse va coi remi.
C'è un'onda che l'adultera Clitennestra trasporta
ed il mostro di legno della falsa giovenca
cretese. L'altra parte, su nave inghirlandata,
ecco, è dove felice brezza sfiora le rose
elisie, le timbrate corde e i vibranti bronzi
di Cibele e l'archetto di Lidia alle mitrate
danze suona. Ed Andròmeda e Ipermestra fedeli
spose, narrano il tempo che le rese famose.
L'una piange le braccia livide da materne
catene, le innocenti mani alle fredde rocce.
Ipermestra il delitto dalle sorelle osato
racconta, a cui non resse il suo cuore. In tal modo
il pianto della morte gli amori della vita
consola, ed io non dico quanto fosti infedele.
Ma di questo ti prego, se muoverti mi è dato
e se l'erba di doride non tutto ti possiede:
a Parternia nutrice nulla manchi negli anni di vecchiaia;
poteva, ma non volle con tè mostrarsi avara.
Latri mia prediletta, dal servizio nomata,
non protenda lo specchio alla nuova signora.
E tu, qualunque verso scrivesti nel mio nome,
brucialo: non serbare lodi di me, ma strappa
l'edera dalla tomba che nei gonfi corimbi alle mie tenere
ossa con implicate chiome si lega. Dove
s'adagia in campi ombrosi il fruttifero Aniene
e l'avorio di Èrcole non mai muta colore,
scrivi su una colonna un carme di me degno,
ma breve, che lo legga il viandante di corsa:
"Qui la splendida Cinzia in terra tiburtina
giace ed aggiunge, Aniene, prestigio alle tue rive".
E tu, non disprezzare i sogni provenienti dalle porte
dei beati: se vengono, tali sogni hanno peso.
Nella notte, che libera recluse ombre, vaghiamo;
erra, tolte le spranghe, anche Cerbero. È legge
con la luce tornare alle letee paludi
e il nocchiero, portandoci, il carico soppesa.
Ora t'abbiano altre; presto t'avrò io sola,
tu con me e con le tue consunte le mie ossa».
E quando, con dolente corruccio m'ebbe detto
queste parole, l'ombra scomparve nel mio abbraccio.

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