Traduzione di Versi vv. 208 - 243, Libro 1 di Ovidio

Versione originale in latino


Iuppiter hoc iterum sermone silentia rupit:
“Ille quidem poenas (curam hanc dimititte!) solvit;
quod tamen admissum, quae sit vindicta, docebo.
contigerat nostras infamia temporis aures;
quam cupiens falsam summo delabor Olympo
et deus humana lustro sub imagine terras.
longa mora est, quantum noxae sit ubique repertum,
enumerare: minor fuit ipsa infamia vero.
Maenala transieram latebris horrenda ferarum
et cum Cyllene gelidi pineta Lycaei:
Arcadis hinc sede set inhospita tecta tyranni
ingredior, traherent cum sera crepuscula noctem.
signa dedi venisse deum, vulgusque precari
coeperat: inridet primo pia vota Lycaon,
mox ait ‘experiar deus hic discrimine aperto
an sit mortalis: nec erit dubitabile verum.’
nocte gravem somno necopina perdere morte
comparat: haec illi placet experientia veri;
nec contentus eo, missi de gente Molossa
obsidis unius iugulum mucrone resolvit
atque ita semineces partim ferventi bus artus
mollit aquis, partim subiecto torri igni.
quod simul inposuit mensis, ego vindice flamma
in domino dignos everti tecta penates;
territus ipse fugit nactusque silentia ruris
exululat frustraque loqui conatur: ab ipso
colligit os rabiem solita eque cupidine caedis
vestitura in pecudes et nunc quoque sanguine gaudet.
In villos abeunt vestes, in crura lacerti:
fit lupus et veteris servat vestigia formae;
canizie eadem est, eadem violentia vulnus,
idem oculi lucent, eadem feritatis imago est.
occidit una domus, sed non domus una perire
digna fuit: quia terra patet, fera regnat Erinys.
in facinus iurasse putes! dent ocius omnes,
quas meruere pati, (sic stat sententia) poenas”

Traduzione all'italiano


Giove interruppe i silenzi per la seconda volta con questo discorso:
“Costui ha davvero pagato le sue colpe (allontanate queste preoccupazioni); spiegherò che cosa sia stato commesso, e quale sia la vendetta. L’infamia dell’epoca aveva toccato le nostre orecchie; scendo dalla cima dell’Olimpo, sperando che l’infamia sia falsa e osservo le terre da dio sotto immagine umana. Ci vorrebbe lungo tempo per raccontare quanta malvagità sia stata trovata dappertutto: la stessa infamia era minore della verità. Avevo superato il Menalo spaventoso per le tane delle belve e con le pinete di Cillene del gelido Liceo: entro da qui nelle dimore e nei tetti inospitali del signore Arcade, mentre i lenti crepuscoli portavano con sé la notte. Diedi dei segnali che era giunto un dio, e il popolo aveva cominciato a pregare: per prima cosa, Licaone deride le devote preghiere, e subito dice: ‘Io proverò se costui è dio oppure un uomo con una prova chiara che non sarà contestabile’. Si prepara a farmi fuori di notte con un omicidio premeditato mentre sono addormentato pesantemente, questa verifica della verità gli piace; ma non contento di ciò, con un pugnale taglia la gola di un prigioniero mandato dal popolo dei Molossi e in parte cuoce in acqua bollente le membra ancora vive, le altre parti le arrostisce con il fuoco. Non appena posa il cibo sul tavolo, io con fiamma vendicatrice rivolto i tetti sui Penati degni del padrone; lui spaventato fugge e avendo raggiunto il silenzio della campagna ulula e cerca invano di parlare: da lui stesso la bocca schiuma rabbia e si scaglia contro le greggi per la bramosia del consueto sangue e ancora oggi gode del sangue. I vestiti si trasformano in pelliccia, le braccia in zampe: diventa lupo e conserva le tracce del vecchio aspetto; la canizie è la stessa, lo sguardo è della stessa violenza, l’immagine di ferocia è la stessa. Una casa è crollata, ma non una sola casa era degna di morire: dovunque la terra si spanda, regnano le Erinni. Penseresti che tutti abbiano giurato di commettere delitti. Assai presto tutti paghino ciò che hanno meritato di patire, così è deciso.

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