Traduzione di Satira 6 - Il topo di campagna e il topo di città vv. 79 - 117, Libro 2 di Orazio

Versione originale in latino


Olim rusticus urbanum murem mus paupere fertur
accepisse cavo, veterem vetus hospes amicum,
asper et attentus quaesitis, ut tamen artum
solveret hospitiis animum. quid multa? neque ille
sepositi ciceris nec longae invidit avenae,
aridum et ore ferens acinum semesaque lardi
frusta dedit, cupiens varia fastidia cena
vincere tangentis male singula dente superbo,
cum pater ipse domus palea porrectus in horna
esset ador loliumque, dapis meliora relinquens.
Tandem urbanus ad hunc "quid te iuvat" inquit, "amice,
praerupti nemoris patientemvivere dorso?
vis tu homines urbemque feris praeponere silvis?
carpe viam, mihi crede, comes, terrestria quando
mortalis animas vivunt sortita neque ulla est
aut magno aut parvo leti fuga: quo, bone, circa,
dum licet, in rebus iucundis vive beatus,
vive memor, quam sis aevi brevis."haec ubi dicta
agrestem pepulere, domo levis exsilit; inde
ambo propositum peragunt iter, urbis aventes
moenia nocturni subrepere. iamque tenebat
nox medium caeli spatium, cum ponit uterque
in locuplete domo vestigia, rubro ubi cocco
tincta super lectos canderet vestis eburnos
multaque de magna superessent fercula cena,
quae procul exstructis inerant hesterna canistris.
ergo ubi purpurea porrectum in veste locavit
agrestem, veluti succinctus cursitat hospes
continuatque dapes nec non verniliter ipsis
fungitur officiis, praelambens omne quod adfert.
Ille cubans gaudet mutata sorte bonisque
rebus agit laetum convivam, cum subito ingens
valvarum strepitus lectis excussit utrumque.
currere per totum pavidi conclave magisque
exanimes trepidare, simul domus alta Molossis
personuit canibus. Tum rusticus: "haud mihi vita
est opus hac" ait et "valeas: me silva cavosque
tutus ab insidiis tenui solabitur ervo."

Traduzione all'italiano


Si racconta che una volta un topo di campagna accolse un topo di città nel suo povero buco, un ospite di vecchia data col suo vecchio amico,
grossolano e attaccato alle sue cose, comunque tale da aprire il suo cuore taccagno ai doveri ospitali. Perché farla lunga? Né gli fece risparmio di ceci tenuti da parte nè di sottile avena, e portando con la bocca un acino secco, gli offrì dei pezzetti rosicchiati di lardo,invano, desiderando, con la varietà della cena, vincere le ripugnanze dell’amico che toccava appena ogni cosa con dente schizzinoso, mangiava il farro e il loglio, lasciando il meglio del banchetto. Alla fine il topo di città gli disse: Perché ti piace, amico, vivere in preda delle ristrettezze sul dorso di un dirupo selvoso ? Vuoi preferire gli uomini e la città a queste selve incolte ?
Mettiti in cammino, dammi retta, compagno, giacchè le creature terrestri
Vivono un’esistenza mortale e non c’è nessuna via d’uscita o scappatoia dal destino, per il grande come per il piccolo. Perciò, caro,
finchè è possibile, vivi beato in mezzo ai piaceri, vivi memore di quanto tu sia di vita breve”. Queste parole scossero il topo di campagna , infatti balzò leggero fuori dalla sua casa; poi entrambi percorrono il cammino prefissato, vogliosi di insinuarsi di notte nelle mura della città. E già la notte
occupava il mezzo cielo, quando entrambi fermano i passi in un ricco palazzo, dove, dipinta di rossa porpora, una tovaglia brillava sopra i divani d’avorio
e dove erano rimasti molti avanzi da un grande banchetto che giacevano da parte in canestri ammonticchiati. Dunque, quando il topo di città sistemò disteso sulla tovaglia purpurea il topo di campagna, egli, con un vestito succinto, trotterella come fosse di casa e porta in continuazione vivande e , come fanno i servi, adempie ai loro stessi doveri, pregustando ogni piatto che porta.
Quello, standosene sdraiato, si rallegra della sorte mutata, e per quelle squisitezze, un gran sbattere di porte li fa saltare giù entrambi dal divano.
Impauriti, correvano per tutta la sala da pranzo e tremavano sempre più tramortiti, non l’alto palazzo rimbombò di cani molossi. Allora il topo di campagna disse: Questa vita non fa per me. Stammi bene: preferisco la selva, una tana al riparo da molti pericoli e mi consoleranno delle povere vecce.

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