Traduzione di Paragrafo 12 - L'esilio e la morte, Libro 23 (Hannibal) di Nepote

Versione originale in latino


Quae dum in Asia geruntur, accidit casu, ut legati Prusiae Romae apud T. Quintium Flamininum consularem cenarent atque ibi de Hannibale mentione facta ex his unus diceret eum in Prusiae regno esse. Id postero die Flamininus senatui detulit. Patres conscripti, qui Hannibale vivo numquam se sine insidiis futuros existimarent, legatos in Bithyniam miserunt, in his Flamininum, qui ab rege peterent, ne inimicissimum suum secum haberet sibique dederet. His Prusia negare ausus non est: illud recusavit, ne id a se fieri postularent, quod adversus ius hospitii esset: ipsi, si possent, comprehenderent; locum ubi esset, facile inventuros. Hannibal enim uno loco se tenebat, in castello, quod ei a rege datum erat muneri, idque sic aedificarat, ut in omnibus partibus aedificii exitus haberet, scilicet verens, ne usu veniret, quod accidit. Huc cum legati Romanorum venissent ac multitudine domum eius circumdedissent, puer ab ianua prospiciens Hannibali dixit plures praeter consuetudinem armatos apparere. Qui imperavit ei, ut omnes fores aedificii circumiret ac propere sibi nuntiaret, num eodem modo undique obsideretur. Puer cum celeriter, quid esset, renuntiasset omnisque exitus occupatos ostendisset, sensit id non fortuito factum, sed se peti neque sibi diutius vitam esse retinendam. Quam ne alieno arbitrio dimitteret, memor pristinarum virtutum venenum, quod semper secum habere consuerat, sumpsit.

Traduzione all'italiano


Mentre venivano fatte queste cose in Asia, avvenne per caso che i rappresentanti di Prusia in Roma cenassero da Tito Quinzio Flaminino ex-console; e che lì, fatta menzione di Annibale, uno di essi dicesse che lui era nel regno di Prusia. Il giorno dopo Flaminino lo riferì (ciò) al senato. I senatori, i quali ritenevano che non sarebbero mai stati liberi da insidie finché Annibale era vivo, mandarono ambasciatori in Bitinia, fra i quali Flaminino, che chiedessero al re che non tenesse con sé il loro grande nemico e che lo consegnasse a loro. Prusia non osò dire di no a loro; rifiutò questo che non chiedessero che fosse fatto da lui ciò che era contrario alla legge dell'ospitalità; lo prendessero loro stessi, se potevano ; essi avrebbero facilmente trovato il luogo in cui era. Annibale, infatti, si tratteneva in una sola località, in una fortezza che gli era stata data dal re in dono, e l'aveva costruita in modo che in ogni parte dell'edificio avesse uscite, evidentemente temendo che avvenisse di fatto ciò che accadde. Essendo arrivati gli ambasciatori dei romani là, e avendo già circondato la sua casa con una moltitudine (in folla), un ragazzo guardando dalla porta disse ad Annibale che più uomini del solito apparivano armati. Questi gli ordinò che facesse il giro di tutte le porte della fortezza e che gli riferisse rapidamente se fosse assediato allo stesso modo da ogni parte. Poiché lo schiavo (gli) aveva riferito in fretta che cosa ci fosse gli aveva rivelato che tutte le uscite erano state occupate, comprese che ciò non era avvenuto per caso, ma che lui era ricercato e che la vita a lui non dovesse essere conservata più a lungo. Per non perderla all'arbitrio altrui, memore delle passate virtù, trangugiò un veleno, che sempre era solito avere con sé.