Traduzione di Versi 1138 -1181 - La peste di Atene, Libro 6 di Lucrezio

Versione originale in latino


Haec ratio quondam morborum et mortifer aestus
finibus in Cecropis funestos reddidit agros
vastavitque vias, exhausit civibus urbem.
nam penitus veniens Aegypti finibus ortus,
aeëra permensus multum camposque natantis,
incubuit tandem populo Pandionis omni.
inde catervatim morbo mortique dabantur.
principio caput incensum fervore gerebant
et duplicis oculos suffusa luce rubentes.
sudabant etiam fauces intrinsecus atrae
sanguine et ulceribus vocis via saepta coibat
atque animi interpres manabat lingua cruore
debilitata malis, motu gravis, aspera tactu.
inde ubi per fauces pectus complerat et ipsum
morbida vis in cor maestum confluxerat aegris,
omnia tum vero vitai claustra lababant.
spiritus ore foras taetrum volvebat odorem,
rancida quo perolent proiecta cadavera ritu.
atque animi prorsum tum vires totius, omne
languebat corpus leti iam limine in ipso.
intolerabilibusque malis erat anxius angor
adsidue comes et gemitu commixta querella,
singultusque frequens noctem per saepe diemque
corripere adsidue nervos et membra coactans
dissoluebat eos, defessos ante, fatigans.
nec nimio cuiquam posses ardore tueri
corporis in summo summam fervescere partem,
sed potius tepidum manibus proponere tactum
et simul ulceribus quasi inustis omne rubere
corpus, ut est per membra sacer dum diditur ignis.
intima pars hominum vero flagrabat ad ossa,
flagrabat stomacho flamma ut fornacibus intus.
nil adeo posses cuiquam leve tenveque membris
vertere in utilitatem, at ventum et frigora semper.
in fluvios partim gelidos ardentia morbo
membra dabant nudum iacientes corpus in undas.
multi praecipites nymphis putealibus alte
inciderunt ipso venientes ore patente:
insedabiliter sitis arida corpora mersans
aequabat multum parvis umoribus imbrem.
nec requies erat ulla mali: defessa iacebant
corpora. mussabat tacito medicina timore,
quippe patentia cum totiens ardentia morbis
lumina versarent oculorum expertia somno.

Traduzione all'italiano


Questo tipo di morbo e (questo) flusso mortifero un tempo rese funesti i campi nei territori di Cecrope e devastò le vie e vuotò la città di abitanti. Infatti venendo dalle parti più interne dell’Egitto una volta sorto, dopo aver attraversato vaste regioni di cielo e le flottanti distese marine, infine infierì su tutto il popolo di Pandione. E allora a mucchi erano consegnati al morbo e alla morte. In principio avevano la testa bruciante di ardore infuocato ed entrambi gli occhi arrossati di luce continua. Poi le labbra sudavano, annerite dall’interno dal sangue e la via della voce cosparsa di piaghe si chiudeva e la lingua interprete della mente stillava sangue, fiaccata dal male, impacciata nel movimento, ruvida al tatto. Così non appena la forza della malattia attraverso le labbra aveva riempito il petto e si era estesa nello stesso cuore afflitto dei malati, allora in verità vacillavano tutte le barriere della vita. L’alito usciva fuori dalla bocca con un odore terrificante nello stesso modo in cui puzzano i cadaveri putrefatti insepolti. E subito le forze di tutto l’animo e tutto il corpo si indebolivano già sulla stessa soglia della morte. Era assiduamente compagna ai mali intollerabili un’ansiosa angoscia e un pianto mischiato a lamenti. Un frequente singulto spesso di notte e di giorno costringendo a contrarre continuamente i nervi e le membra disfaceva quelli già prima spossati, sfibrandoli. Né avresti potuto vedere in qualcuno bruciare per l’eccessivo calore la parte esterna alla superficie del corpo, ma piuttosto (avresti potuto vedere) che offriva alle mani una sensazione di normale calore e insieme che il corpo era tutto rosso, quasi per ulcere ardenti come avviene quando il fuoco sacro si diffonde nel corpo. In verità la parte più interna degli uomini bruciava fino alle ossa e una fiamma bruciava nello storico come dentro le fornaci. Assolutamente nulla per quanto leggera e sottile avresti potuto far risultare utile per le membra ad alcuno, ma sempre il vento e il freddo invernali. Una parte affidava le membra che bruciavano per la malattia ai fiumi gelidi e giacevano con il corpo nudo tra le onde. Molti precipitandosi a capofitto caddero nelle acque dei pozzi, arrivando l’ con la bocca spalancata e una sete insaziabilmente secca, travagliando i corpi, uguagliava una grande quantità di liquido a piccole gocce. E non era data alcuna pausa al male: i corpi giacevano sfiniti. La medicina esitava con un tacito timore poiché tante volte (i malati) volgevano gli occhi spalancati, ardenti per la malattia, e privi di sonno.

Trova ripetizioni online e lezioni private