Traduzione di Versi 1138 - 1229, Libro 5 di Lucrezio

Versione originale in latino


Haec ratio quondam morborum et mortifer aestus
finibus in cecropis funestos reddidit agros,
vastavitque vias, exhausit civibus urbem.
nam penitus veniens Aegypti finibus ortus,
aëra permensus multum camposque natantis,
incubuit tandem populo Pandionis omni.
inde catervatim morbo mortique dabantur.
principio caput incensum fervore gerebant
et duplicis oculos suffusa luce rubentes.
sudabant etiam fauces intrinsecus atrae
sanguine et ulceribus vocis via saepta coibat
atque animi interpres manabat lingua cruore
debilitata malis, motu gravis, aspera tactu.
inde ubi per fauces pectus complerat et ipsum
morbida vis in cor maestum confluxerat aegris,
omnia tum vero vitai claustra lababant.
spiritus ore foras taetrum volvebat odorem,
rancida quo perolent proiecta cadavera ritu.
atque animi prorsum <tum> vires totius, omne
languebat corpus leti iam limine in ipso.
intolerabilibusque malis erat anxius angor
adsidue comes et gemitu commixta querella,
singultusque frequens noctem per saepe diemque
corripere adsidue nervos et membra coactans
dissoluebat eos, defessos ante, fatigans.
nec nimio cuiquam posses ardore tueri
corporis in summo summam fervescere partem,
sed potius tepidum manibus proponere tactum
et simul ulceribus quasi inustis omne rubere
corpus, ut est per membra sacer dum diditur ignis.
intima pars hominum vero flagrabat ad ossa,
flagrabat stomacho flamma ut fornacibus intus.
nil adeo posses cuiquam leve tenveque membris
vertere in utilitatem, at ventum et frigora semper.
in fluvios partim gelidos ardentia morbo
membra dabant nudum iacientes corpus in undas.
multi praecipites nymphis putealibus alte
inciderunt ipso venientes ore patente:
insedabiliter sitis arida corpora mersans
aequabat multum parvis umoribus imbrem.
nec requies erat ulla mali: defessa iacebant
corpora. mussabat tacito medicina timore,
quippe patentia cum totiens ardentia morbis
lumina versarent oculorum expertia somno.
multaque praeterea mortis tum signa dabantur:
perturbata animi mens in maerore metuque,
triste supercilium, furiosus voltus et acer,
sollicitae porro plenaeque sonoribus aures,
creber spiritus aut ingens raroque coortus,
sudorisque madens per collum splendidus umor,
tenvia sputa minuta, croci contacta colore
salsaque per fauces rauca vix edita tussi.
in manibus vero nervi trahere et tremere artus
a pedibusque minutatim succedere frigus
non dubitabat. item ad supremum denique tempus
conpressae nares, nasi primoris acumen
tenve, cavati oculi, cava tempora, frigida pellis
duraque in ore, iacens rictu, frons tenta manebat.
nec nimio rigida post artus morte iacebant.
octavoque fere candenti lumine solis
aut etiam nona reddebant lampade vitam.
quorum siquis, ut est, vitarat funera leti,
ulceribus taetris et nigra proluvie alvi
posterius tamen hunc tabes letumque manebat,
aut etiam multus capitis cum saepe dolore
corruptus sanguis expletis naribus ibat.
huc hominis totae vires corpusque fluebat.
profluvium porro qui taetri sanguinis acre
exierat, tamen in nervos huic morbus et artus
ibat et in partis genitalis corporis ipsas.
et graviter partim metuentes limina leti
vivebant ferro privati parte virili,
et manibus sine non nulli pedibusque manebant
in vita tamen et perdebant lumina partim.
usque adeo mortis metus iis incesserat acer.
atque etiam quosdam cepere oblivia rerum
cunctarum, neque se possent cognoscere ut ipsi.
multaque humi cum inhumata iacerent corpora supra
corporibus, tamen alituum genus atque ferarum
aut procul absiliebat, ut acrem exiret odorem,
aut, ubi gustarat, languebat morte propinqua.
nec tamen omnino temere illis solibus ulla
comparebat avis, nec tristia saecla ferarum
exibant silvis. languebant pleraque morbo
et moriebantur. cum primis fida canum vis
strata viis animam ponebat in omnibus aegre;
extorquebat enim vitam vis morbida membris.
incomitata rapi certabant funera vasta
nec ratio remedii communis certa dabatur;
nam quod ali dederat vitalis aëris auras
volvere in ore licere et caeli templa tueri,
hoc aliis erat exitio letumque parabat.

Traduzione all'italiano


E nella terra di Cécrope, un giorno, un tale contagio,
un tale soffio mortifero avvelenò le campagne,
rese deserte le strade e spopolò la città.
Apparso in fondo all'Egitto, venendo sin di là dentro,
percorso ch'ebbe gran tratto d'aria e di piani ondeggianti,
su tutto il popolo alfine si riversò di Pandione:
e a mucchi se ne ammalavano e ne morivano gli uomini.
Da prima avevano il capo arso da un grande calore,
lucidi tutti e due gli occhi e rosseggiami di fiamme.
Sudavan sangue, oltre a questo, le nere fauci al di dentro,
si rinserrava ostruito da piaghe il varco alla voce,
e indebolita dal male, torpida al moto, aspra al tatto,
stillava sangue la lingua che fa d'interprete all'anima.
E quando poi l'infezione giù per la gola ai meschini
stipava il petto e scendeva sin dentro il cuore dolente,
allora sì che crollava ogni trincea della vita.
Mandava il fiato fuor dalla bocca un atroce fetore,
quello di cui putrefatte puzzan le salme insepolte,
ed ogni forza dell'animo, ogni vigore del corpo
languiva come se fossero sull'orlo già della tomba.
E sempre un'ansia angosciosa e un lagno misto di gemiti
si accompagnavano a quegli intollerabili mali.
Ed un singulto continuo che li sforzava assai spesso
la notte e il giorno a contrarre muscoli e nervi, spossandoli,
debilitava coloro ch'eran già stanchi da prima.
Ne avresti, al tatto, potuto sentire che l'epidermide
ardesse, alla superficie, d'un eccessivo calore,
anzi alle mani essa dava il senso d'essere tiepida,
ma tutto il corpo era rosso di chiazze, a mo' delle ustioni
che si hanno quando serpeggia il fuoco sacro per gli arti.
Sino al midollo avvampavano invece i visceri interni,
come in fornace avvampavano le fiamme dentro lo stomaco
ne si potevan le membra avvantaggiar d'alcun drappo,
per quanto lieve e sottile, bensì del freddo e del vento sempre.
Taluni, lanciandosi nudi nell'onde, bagnavano
le membra ardenti nei gelidi fiumi, e non pochi ne caddero
a precipizio giù nelle acque dei pozzi dall'alto,
nell'atto stesso di andarvi con spalancata la bocca.
Che, divorando l'arsura inestinguibile i corpi,
rendeva uguale la grossa fiumana al breve rigagnolo.
Senza ristoro era il male, erano i corpi stremati,
e si chiudeva in un pavido riserbo la medicina,
quando sbarravan girandoli intorno tutte le volte
gli occhi che ardevan del male e non sapevano il sonno.
E molti sintomi ancora preannunziavan la morte.
Sconvolto l'animo, in preda alla mestizia, al timore:
triste il cipiglio, stravolto e corrucciato l'aspetto:
gli orecchi sempre in tormento, pieni di rombi: affrettato,
o lento e a tratti, il respiro: giù per il collo, perlaceo
e ruscellante il sudore: sottile l'espettorato,
raro, venato di giallo e salso, e con un tossire
roco cacciato a fatica fuori dell'ugola. I nervi
si rattrappivano nelle mani, tremavan le membra,
e senza indugio pian piano saliva il freddo dai piedi.
Vicini infine alla estrema ora, apparivan compresse
le nari, aguzza la punta del naso, gli occhi infossati,
cave le tempie, la pelle fredda, stirata sul viso
ed atteggiata ad un ghigno: restava tesa la fronte.
Si irrigidivan le membra poco di poi nella morte.
Ed al tornare del sole con la sua candida lampada,
l'ottavo giorno od il nono, anche, rendevan la vita.
Ma chi scampava alla morte e al funerale, e ve n'era,
pure la peste e la morte se lo prendevan con delle
ulceri sconce ed un negro flusso di ventre più tardi:
o, con dolori di capo, il sangue guasto sovente,
anche, gli usciva copioso dalle narici intasate:
di qui fluivan dal corpo tutte le forze dell'uomo.
Se poi sfuggiva a quel nero atroce flusso di sangue,
pure nei nervi e negli arti gli entrava il male, e sin negli
organi stessi del sesso. Si troncan molti, temendo
in modo grave la porta letèa, le parti virili,
e vivono anche evirati: altri rimangono senza
i piedi e senza le mani, ma in vita ciò non di meno:
altri si cavano gli occhi, tanto il terror della morte
si addentra in loro terribile. E ve ne furon di quelli
che smemoraron del tutto, sino a non essere in grado,
nemmeno, di riconoscersi. E s'anche in terra giacevano
gli uni sugli altri in gran numero non sotterrati i cadaveri,
pure gli uccelli e le fiere o ne schizzavan d'un balzo
via, per sottrarsi all'atroce fetore, o, se li toccavano,
languivan presso a morire. Nessun uccello in quei giorni
ardiva farsi vedere, e non uscivan le bestie
feroci fuori dei boschi: erano infetti dal male
la maggior parte, e perivano. E primi i cani fedeli
miseramente spiravano distesi in tutte le strade,
che a viva forza la peste strappava loro la vita:
Rapidi, a gara, i trasporti, senza cortei, desolati;
ne v'era un modo di cura generalmente efficace:
ciò per cui gli uni restavano a respirar le vitali
aure dell'aria ed a volgere gli occhi alla volta del cielo,
era esiziale per gli altri, e procurava la morte.