Traduzione di Versi 1143 - 1191, Libro 4 di Lucrezio

Versione originale in latino


Atque in amore mala haec proprio summeque secundo
inveniuntur; in adverso vero atque inopi sunt,
prendere quae possis oculorum lumine operto.
innumerabilia; ut melius vigilare sit ante,
qua docui ratione, cavereque, ne inliciaris.
nam vitare, plagas in amoris ne iaciamur,
non ita difficile est quam captum retibus ipsis
exire et validos Veneris perrumpere nodos.
et tamen implicitus quoque possis inque peditus
effugere infestum, nisi tute tibi obvius obstes
et praetermittas animi vitia omnia primum
aut quae corporis sunt eius, quam praepetis ac vis.
nam faciunt homines plerumque cupidine caeci
et tribuunt ea quae non sunt his commoda vere.
multimodis igitur pravas turpisque videmus
esse in deliciis summoque in honore vigere.
atque alios alii inrident Veneremque suadent
ut placent, quoniam foedo adflictentur amore,
nec sua respiciunt miseri mala maxima saepe.
nigra melichrus est, inmunda et fetida acosmos,
caesia Palladium, nervosa et lignea dorcas,
parvula, pumilio, chariton mia, tota merum sal,
magna atque inmanis cataplexis plenaque honoris.
balba loqui non quit, traulizi, muta pudens est;
at flagrans, odiosa, loquacula Lampadium fit.
ischnon eromenion tum fit, cum vivere non quit
prae macie; rhadine verost iam mortua tussi.
at nimia et mammosa Ceres est ipsa ab Iaccho,
simula Silena ac Saturast, labeosa philema.
cetera de genere hoc longum est si dicere coner.
sed tamen esto iam quantovis oris honore,
cui Veneris membris vis omnibus exoriatur;
nempe aliae quoque sunt; nempe hac sine viximus ante;
nempe eadem facit et scimus facere omnia turpi
et miseram taetris se suffit odoribus ipsa,
quam famulae longe fugitant furtimque cachinnant.
at lacrimans exclusus amator limina saepe
floribus et sertis operit postisque superbos
unguit amaracino et foribus miser oscula figit;
quem si iam ammissum venientem offenderit aura
una modo, causas abeundi quaerat honestas
et meditata diu cadat alte sumpta querella
stultitiaque ibi se damnet, tribuisse quod illi
plus videat quam mortali concedere par est.
nec Veneres nostras hoc fallit; quo magis ipsae
omnia summo opere hos vitae poscaenia celant,
quos retinere volunt adstrictosque esse in amore,
ne quiquam, quoniam tu animo tamen omnia possis
protrahere in lucem atque omnis inquirere risus
et, si bello animost et non odiosa, vicissim
praetermittere <et> humanis concedere rebus.

Traduzione all'italiano


E questi guai li ritrovi in un amore reale,
che va d'incanto: ma sono, in quello stento e infelice,
innumerevoli, tali che li puoi cogliere ad occhi
chiusi: e però sarà meglio starsene sin dal principio
sul chi va là, come ho detto, ed evitar di cacciarsi
ne' guai, perché men difficile è lo scansare di esporsi
alle frecciate d'amore, che non l'uscir dalle reti,
se vi si incappa, e Io infrangere i saldi lacci di Venere.
Pure, per quanto irretito e impastoiato, puoi trarti
d'impaccio, se non ti chiudi da tè la strada e non passi
sopra i difetti dell'animo, nonché del corpo, di quella
che ami e che brami fra tutte: come assai spesso accecati
dalla passione, fan gli uomini, che attribuiscono loro
pregi che proprio non hanno. Molte, malvage e sgraziate
per molte guise, vediamo che son tenute carissime
ed onorate per questo. Ed a vicenda gli amanti
si dàn la baia ed esortano gli altri a voler placar Venere
perché li affligge con una femmina laida, ne spesso
vedono, i miseri, il loro assai più grosso malanno.
Color del miele è la mora, la sozza e sciatta ha del semplice;
cesia, è il ritratto di Pallade; nervosa, asciutta, è gazzella;
piccina, un ninnolo, l'una è delle Grazie, ed è tutta
pepe: è un portento la grande e grossa, ricca di pregio:
balbetta, non sa parlare, «cinguetta»; muta, è pudica;
ma la noiosa, l'irosa, la chiacchierona è una fiamma
viva: è un sottile amorino se non può reggersi in piedi
per la magrezza, ed è gracile quando ha la tosse a morirne.
Ma ciccia e poppe da Bacco, è proprio Cerere; Satira
è la camusa, è Silena; e la labbrona è un baciozzo.
Sarebbe, se lo tentassi, lungo l'elenco. E sia pure
leggiadra al massimo in viso e irradii dalle sue membra
tutte le grazie di Venere tal donna: sì, ma ne esistono
dell'altre: sì, ma si visse senza costei per l'addietro:
sì, ma, si sa, fa costei ciò che le brutte, e da sola
la poveretta si ammorba con isgradevoli odori,
e sotto sotto, battendosela, se la sghignazzan le ancelle
pure con serti e con fiori l'amante escluso, piangendo,
ne ingombra spesso la soglia: unge i battenti superbi
con l'amaracino, e imprime, misero, i baci sull'uscio.
Se entrasse, se lo investisse una zaffata, una sola,
mendicherebbe un pretesto decente per isvignarsela,
andrebbe in fumo il rimprovero a lungo rimuginato,
e si darebbe del pazzo vedendo che le ha concesso
ben più di quanto non sia lecito dare a un mortale.
Ne questo sfugge alle Veneri nostre; anzi, a quelli che vogliono
tenere avvinti nei nodi e innamorati, con ogni
sforzo nascondono quanto avviene dietro le quinte.
Invano, che tè lo puoi raffigurar col pensiero
e puoi scoprire ogni loro lato ridicolo. E quando
d'animo è fine e non spiace, puoi sorvolar sui difetti
alla tua volta, ed indulgere a quelle umane fralezze.

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