Lucano - Bellum Civile (Pharsalia) - 1 - 32

Versione originale in latino


Bella per Emathios plus quam civilia campos
Iusque datum sceleri canimus, populumque potentem
In sua victrici conversum viscera dextra,
Cognatasque acies, et rupto foedere regni,
Certatum totis concussi viribus orbis
In commune nefas, infestisque obvia signis
Signa, pares aquilas, et pila minantia pilis.
Quis furor, o cives, quae tanta licentia ferri,
Gentibus invisis Latium praebere cruorem?
Cumque superba foret Babylon spolianda tropaeis
Ausoniis, umbraque erraret Crassus inulta,
Bella geri placuit nullos habitura triumphos?
Heu quantum terrae potuit pelagique parari
Hoc, quem civiles hauserunt, sanguine, dextrae,
Unde venit Titan, et nox ubi sidera condit,
Quaque dies medius flagrantibus aestuat horis,
Et qua bruma, rigens ac nescia vere remitti,
Adstringit Scythico glacialem frigore pontum!
Sub iuga iam Seres, iam barbarus isset Araxes,
Et gens si qua iacet nascenti conscia Nilo.
Tunc, si tantus amor belli tibi, Roma, nefandi,
Totum sub Latias leges cum miseris orbem,
In te verte manus: nondum tibi defuit hostis.
At nunc semirutis pendent quod moenia tectis
Urbibus Italiae, lapsisque ingentia muris
Saxa iacent, nulloque domus custode tenentur
Rarus et antiquis habitator in urbibus errat,
Horrida quod dumis multosque inarata per annos
Hesperia est, desuntque manus poscentibus arvis,
Non tu, Pyrrhe ferox, nec tantis cladibus auctor
Poenus erit: nulli penitus discindere ferro
Contigit: alta sedent civilis vulnera dextrae.

Traduzione all'italiano


Cantiamo le guerre attraverso i campi di Emazia più che quelle civili, la legittimità concessa al delitto, il popolo potente che si rivolta verso le sue stesse viscere con la destra vittoriosa, le truppe consanguinee e, rotto il patto della tirannide, il combattere ( lett. Il fatto che si è combattuto ) del mondo sconvolto da tutte le forze, in una comune empietà, e le insegne poste di fronte alle insegne ostili, aquile uguali e giavellotti che minacciano altri giavellotti. Quale pazzia, o cittadini, quale abuso così grande di armi dare il sangue del Lazio a genti nemiche? Mentre invece si sarebbe dovuta spogliare la superba Babilonia dei trofei Ausonii e mentre Crasso errava come ombra senza vendetta, piacque che fossero fatte guerre che non avrebbero avuto nessun trionfo? O, quanta terra e mare poteva essere conquistata con questo sangue che le destre civili versarono, da dove sorge il sole a dove la notte nasconde le stelle, e per dove il mezzogiorno brucia di ore infuocate e per dove l’inverno rigido e incapace di placarsi in primavera stringe il glaciale mare con il freddo scitico: già sarebbero stati sotto i gioghi i Seri, già il barbaro Arasse e la popolazione, se esiste, che è consapevole del Nilo che nasce! Ora, o Roma, tu ha un così grande amore della guerra empia, mentre potresti sottomettere sotto le leggi latine tutto il mondo, rivolgi la mano verso di te: non ancora ti sono mancati i nemici. Ma ora che le mura minacciano di cadere sulle case diroccate, nelle città dell’Italia, colpiti i muri da grandi massi giacciono e non sono difese da nessun custode, vaga qualche sparuto ed antico abitante nelle città, il fatto che l’Esperia è irta di rovi ed è rimasta senza essere arata molti anni e mancano le mani ai campi che le chiedono, non tu, o feroce Pirro, sei stato autore di tante sciagure, né il Cartaginese: a nessuno toccò in sorte di penetrare a fondo con il ferro: in fondo stanno le ferite delle mani destre dei civili.

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