Traduzione di Paragrafo 41, Libro 9 di Livio

Versione originale in latino


Fabio ob egregie perdomitam Etruriam continuatur consulatus; Decio collega datur. Valerius praetor quartum creatus. Consules partiti provincias; Etruria Decio, Samnium Fabio evenit. Profectus ad Nuceriam Alfaternam, cum pacem petentes, quod uti ea cum daretur noluissent, aspernatus esset, oppugnando ad deditionem subegit. Cum Samnitibus acie dimicatum. Haud magno certamine hostes victi; neque eius pugnae memoria tradita foret, ni Marsi eo primum proelio cum Romanis bellassent. Secuti Marsorum defectionem Paeligni eandem fortunam habuerunt. Decio quoque, alteri consuli, secunda belli fortuna erat. Tarquiniensem metu subegerat frumentum exercitui praebere atque indutias in quadraginta annos petere. Volsiniensium castella aliquot vi cepit; quaedam ex his diruit ne receptaculo hostibus essent; circumferendoque passim bello tantum terrorem sui fecit ut nomen omne Etruscum foedus ab consule peteret. Ac de eo quidem nihil impetratum; indutiae annuae datae. Stipendium exercitu Romano ab hoste in eum annum pensum et binae tunicae in militem exactae; ea merces indutiarum fuit. Tranquillas res iam Etruscis turbavit repentina defectio Umbrorum, gentis integrae a cladibus belli, nisi quod transitum exercitus ager senserat. Ii concitata omni iuventute sua et magna parte Etruscorum ad rebellionem compulsa tantum exercitum fecerant ut relicto post se in Etruria Decio ad oppugnandam inde Romam ituros, magnifice de se ac contemptim de Romanis loquentes, iactarent. Quod inceptum eorum ubi ad Decium consulem perlatum est, ad urbem ex Etruria magnis itineribus pergit et in agro Pupiniensi ad famam intentus hostium consedit. Nec Romae spernebatur Umbrorum bellum; et ipsae minae metum fecerant expertis Gallica clade quam intutam urbem incolerent. Itaque legati ad Fabium consulem missi sunt, ut, si quid laxamenti a bello Samnitium esset, in Umbriam propere exercitum duceret. Dicto paruit consul magnisque itineribus ad Mevaniam, ubi tum copiae Umbrorum erant, perrexit. Repens adventus consulis, quem procul Umbria in Samnio bello alio occupatum crediderant, ita exterruit Umbros ut alii recedendum ad urbes munitas, quidam omittendum bellum censerent; plaga una - Materinam ipsi appellant - non continuit modo ceteros in armis sed confestim ad certamen egit. Castra vallantem Fabium adorti sunt. Quos ubi effusos ruere in munimenta consul vidit, revocatos milites ab opere, prout loci natura tempusque patiebatur, ita instruxit; cohortatusque praedicatione vera qua in Tuscis, qua in Samnio partorum decorum, exiguam appendicem Etrusci belli conficere iubet et vocis impiae poenas expetere, qua se urbem Romanam oppugnaturos minati sunt. Haec tanta sunt alacritate militum audita ut clamor sua sponte ortus loquentem interpellaverit ducem. Ante imperium deinde concentu tubarum ac cornuum cursu effuso in hostem feruntur. Non tamquam in viros aut armatos incurrunt; mirabilia dictu, signa primo eripi coepta signiferis, deinde ipsi signiferi trahi ad consulem armatique milites ex acie in aciem transferri et, sicubi est certamen, scutis magis quam gladiis geritur res; umbonibus incussaque ala sternuntur hostes. Plus capitur hominum quam caeditur atque una vox ponere arma iubentium per totam fertur aciem. Itaque inter ipsum certamen facta deditio est a primis auctoribus belli. Postero insequentibusque diebus et ceteri Umbrorum populi deduntur: Ocriculani sponsione in amicitiam accepti.

Traduzione all'italiano


Come premio per la brillante sottomissione dell'Etruria Fabio ottenne il prolungamento del consolato, avendo Decio come collega. Valerio venne eletto pretore per la quarta volta. I consoli si divisero tra loro gli incarichi: a Decio toccò in sorte l'Etruria, mentre a Fabio andò il Sannio. Partito alla volta di Nocera Alfaterna, Fabio, dopo aver respinto la richiesta di pace fatta da quella città (perché non aveva voluto accettarla quando essa era stata offerta dai Romani), la attaccò costringendola alla resa incondizionata. Affrontò poi in campo aperto i Sanniti, sconfiggendoli senza eccessivo impegno. Di questa battaglia non ne sarebbe rimasta notizia, se nell'occasione i Marsi non avessero combattuto per la prima volta contro i Romani. Alla defezione dei Marsi seguì quella dei Peligni, che andarono incontro allo stesso destino. La guerra ebbe esito positivo anche per l'altro console, Decio, il quale spaventò i Tarquiniensi al punto tale da costringerli a fornire frumento all'esercito e a chiedere una tregua quarantennale. Prese poi con la forza alcune roccaforti degli abitanti di Volsinii, distruggendone una parte, per evitare che offrissero rifugio ai nemici. Scorrazzando e devastando in lungo e in largo la zona, seminò un panico tale da portare l'intera gente etrusca a chiedere al console un trattato di pace. Il trattato fu negato, mentre venne concessa una tregua di un anno, il cui prezzo fu il pagamento all'esercito romano dello stipendio di quell'anno in corso, e la fornitura di due tuniche a ogni soldato. A turbare la situazione ormai sotto controllo in Etruria fu la sollevazione degli Umbri, popolo che non aveva avuto ancora contatti con i disastri della guerra, salvo il fatto di aver subito da parte dei Romani devastazioni delle campagne. Chiamati alle armi tutti i loro giovani e sobillata gran parte degli Etruschi a ricominciare la guerra, gli Umbri raccolsero un esercito tanto massiccio che, lasciatisi alle spalle Decio in Etruria, nutrivano il baldanzoso progetto di porre l'assedio a Roma, e nei loro discorsi mostravano grande fiducia nei propri mezzi e disprezzo per i Romani. Quando la notizia dei loro movimenti arrivò alle orecchie del console Decio, questi a marce forzate si diresse dall'Etruria a Roma, fermandosi nella regione di Pupinia, in attesa di notizie sul nemico. A Roma la guerra contro gli Umbri non veniva trascurata, e già soltanto le minacce lanciate dal nemico avevano spaventato la gente, che in occasione del disastro causato dai Galli avevano già avuto modo di saggiare quanto fosse insicura la posizione della città. E proprio per questo inviarono una delegazione al console Fabio con l'ordine di portare immediatamente l'esercito in Umbria, se solo la guerra contro i Sanniti gli avesse lasciato un attimo di tregua. Il console obbedì, e si diresse a marce forzate verso Mevania, dove in quel momento si trovavano le forze degli Umbri. L'arrivo improvviso del console, che i nemici credevano fosse lontano dall'Umbria alle prese con un altro conflitto nel Sannio, li terrorizzò a tal punto che c'era chi proponeva di barricarsi all'interno delle mura, chi invece di lasciar perdere la guerra. Una sola popolazione - da loro chiamata Materina - non si limitò soltanto a convincere le altre a rimanere in armi, ma le trascinò sùbito allo scontro. Assalirono Fabio mentre era impegnato a fortificare il campo. E il console, quando li vide riversarsi in massa contro le difese, richiamò i soldati dalle loro occupazioni e li schierò come la conformazione del terreno e le circostanze gli permettevano. Li esortò ricordando con parole accorate i grandi riconoscimenti militari ottenuti combattendo sia in Etruria sia nel Sannio, e li invitò a porre fine a quella ridicola appendice della guerra con gli Etruschi, e a far scontare agli Umbri le loro scellerate dichiarazioni, che minacciavano un attacco a Roma. Le sue parole suscitarono un entusiasmo tale negli uomini da portarli a levare un urlo spontaneo col quale interruppero il discorso del comandante. Prima ancora di ricevere l'ordine, prima che i corni e le trombe si mettessero a suonare, si lanciarono contro il nemico correndo col cuore in gola. Si gettarono come se gli altri non fossero guerrieri, quasi non indossassero le armi. E - cosa questa ben più difficile a credersi - cominciarono a strappare di mano le insegne agli alfieri, per poi trascinare addirittura gli alfieri di fronte al console, spingere tra le linee romane i soldati nemici con ancora le armi in pugno e, là dove la lotta infuriava, servirsi più degli scudi che delle spade, scaraventando a terra gli avversari con la punta dello scudo o con una spallata. Il numero dei prigionieri superò quello dei caduti, mentre per tutto il campo si sentiva soltanto una voce, ovvero quella dei vincitori che li invitavano a deporre le armi. Fu così che, nel mezzo dello scontro, si arresero proprio quelli che avevano scatenato la guerra. L'indomani e i giorni successivi si arresero anche le altre tribù di Umbri: agli abitanti di Ocricoli venne però formalmente promesso che sarebbero stati accolti tra gli amici di Roma.