Traduzione di Paragrafo 39, Libro 9 di Livio

Versione originale in latino


Dictator postero die auspiciis repetitis pertulit legem; et profectus cum legionibus ad terrorem traducti silvam Ciminiam exercitus nuper scriptis ad Longu lam pervenit acceptisque a Marcio consule veteribus militibus in aciem copias eduxit. Nec hostes detractare visi pugnam. Instructos deinde armatosque, cum ab neutris proelium inciperet, nox oppressit. Quieti aliquamdiu nec quis diffidentes viribus nec hostem spernentes, stativa in propinquo habuere. Nam et cum Umbrorum exercitu acie depugnatum est; fusi tamen magis quam caesi hostes, quia coeptam acriter non tolerarunt pugnam; et ad Vadimonis lacum Etrusci lege sacrata coacto exercitu, cum vir virum legisset, quantis nunquam alias ante simul copiis simul animis dimicarunt; tantoque irarum certamine gesta res est ut ab neutra parte emissa sint tela. Gladiis pugna coepit et acerrime commissa ipso certamine, quod aliquamdiu anceps fuit, accensa est, ut non cum Etruscis totiens victis sed cum aliqua nova gente videretur dimicatio esse. Nihil ab ulla parte movetur fugae; cadunt antesignani et, ne nudentur propugnatoribus signa, fit ex secunda prima acies. Ab ultimis deinde subsidiis cietur miles; adeoque ad ultimum laboris ac periculi ventum est ut equites Romani omissis equis ad primos ordines peditum per arma, per corpora evaserint. Ea velut nova inter fessos exorta acies turbavit signa Etruscorum; secuta deinde impetum eorum, utcumque adfecta erat, cetera multitudo tandem perrumpit ordines hostium. Tunc vinci pertinacia coepta et averti manipuli quidam; et, ut semel dedere hi terga, etiam <ceteri> certiorem capessere fugam. Ille primum dies fortuna vetere abundantes Etruscorum fregit opes; caesum in acie quod roboris fuit: castra eo impetu capta direptaque.

Traduzione all'italiano


Il giorno successivo, rinnovati gli auspici, il dittatore fece approvare la legge. Partito da Roma con le legioni appena arruolate sull'onda del panico generato dalla notizia che l'esercito aveva superato la selva Ciminia, giunse nei pressi di Longula. Ricevute dal console Marcio le legioni già in servizio, schierò i suoi in ordine di battaglia. E i nemici non parvero riluttanti all'idea di combattere. Quando le due parti erano già schierate e con le armi in pugno, senza però che nessuna delle due volesse iniziare il combattimento, vennero sorprese dal calar della notte. Rimasti inattivi per qualche tempo da quel momento in poi, pur non mancando di fiducia nei propri mezzi né sottovalutando il nemico, i due contendenti collocarono i rispettivi accampamenti fissi a breve distanza l'uno dall'altro. Anche contro gli Umbri i Romani si misurarono in campo aperto: i nemici furono messi in fuga, subendo però poche perdite, perché non resistettero a lungo allo scontro, nel quale si erano lanciati con estremo accanimento. Anche gli Etruschi, arruolato con una legge sacrata un esercito, nel quale ogni uomo si sceglieva un altro uomo, si scontrarono presso il lago di Vadimone, con uno spiegamento di forze e un accanimento mai visti in passato. La battaglia venne combattuta con un furore tale, che nessuno dei due contendenti arrivò a scagliare le armi da lancio. Lo scontro iniziato con le spade divenne via via sempre più acre, mantenendosi a lungo nell'incertezza, al punto che i Romani non avevano l'impressione di combattere contro gli Etruschi già sconfitti tante altre volte, ma contro qualche popolo nuovo. Nessuna delle due parti accennava alla fuga: gli uomini della prima linea crollarono e, per evitare che i reparti restassero privi di copertura, la seconda fila rimpiazzò la prima. Poi vennero chiamati allo scontro anche gli ultimi riservisti. E la situazione arrivò a essere talmente critica, che i cavalieri romani, scendendo da cavallo, raggiunsero le prime file di fanti avanzando tra le armi e i corpi dei caduti. Entrati in campo, come un esercito fresco, in mezzo a uomini stanchi, gettarono lo scompiglio tra le linee etrusche. Seguendo poi il loro slancio, il resto delle truppe, pur allo stremo delle forze, riuscì finalmente a prevalere sullo schieramento nemico. Allora la tenacia degli Etruschi cominciò a cedere e alcuni manipoli presero a indietreggiare, dandosi inequivocabilmente alla fuga non appena ebbero voltato le spalle. Quel giorno venne spezzata per la prima volta la potenza etrusca, in auge dai tempi antichi. Il fiore delle loro truppe venne massacrato sul campo, e con quello stesso attacco i Romani ne catturarono l'accampamento saccheggiandolo.