Traduzione di Paragrafo 35, Libro 9 di Livio

Versione originale in latino


Dum ea Romae geruntur, iam Sutrium ab Etruscis obsidebatur consulique Fabio imis montibus ducenti ad ferendam opem sociis temptandasque munitiones, si qua posset, acies hostium instructa occurrit; quorum ingentem multitudinem cum ostenderet subiecta late planities, consul, ut loco paucitatem suorum adiuvaret, flectit paululum in clivos agmen - aspreta erant strata saxis - inde signa in hostem obvertit. Etrusci omnium praeterquam multitudinis suae qua sola freti erant immemores proelium ineunt adeo raptim et avide, ut abiectis missilibus quo celerius manus consererent stringerent gladios vadentes in hostem. Romanus contra nunc tela, nunc saxa, quibus eos adfatim locus ipse armabat, ingerere. Igitur scuta galeaeque ictae cum etiam quos non volneraverant turbarent - neque subire erat facile ad propio rem pugnam neque missilia habebant quibus eminus rem gererent - stantes et expositos ad ictus cum iam satis nihil tegeret, quosdam etiam pedem referentes fluctuantemque et instabilem aciem redintegrato clamore strictis gladiis hastati et principes invadunt. Eum impetum non tulerunt Etrusci versisque signis fuga effusa castra repetunt; sed equites Romani praevecti per obliqua campi cum se fugientibus obtulissent, omisso ad castra itinere montes petunt; inde inermi paene agmine ac vexato volneribus in silvam Ciminiam penetratum. Romanus multis milibus Etruscorum caesis, duodequadraginta signis militaribus captis, castris etiam hostium cum praeda ingenti potitur. Tum de persequendo hoste agitari coeptum.

Traduzione all'italiano


Mentre a Roma si verificavano questi fatti, Sutri era stretta d'assedio dagli Etruschi, e il console Fabio, che stava guidando l'esercito lungo le pendici dei monti Cimini per portare aiuto agli alleati e attaccare i dispositivi di difesa dei nemici, se avesse trovato qualche passaggio praticabile, si imbatté nell'esercito etrusco schierato in ordine di battaglia. L'ampia pianura sottostante gli permetteva di constatare che le forze del nemico erano cospicue, e cercando di sopperire all'inferiorità numerica dei suoi con la posizione occupata, fece loro deviare leggermente la marcia, in modo tale da farli risalire lungo il declivio (che era scosceso e coperto di massi); quindi rivolse il fronte contro il nemico. E gli Etruschi, non pensando ad altro che alla loro superiorità numerica, nella quale avevano una cieca fiducia, si buttarono nella mischia con una foga e una impazienza tali che, per arrivare il più in fretta possibile al corpo a corpo, gettarono a terra le aste e avanzarono contro gli avversari con le spade sguainate. I Romani, invece, non smettevano di scagliare verso il basso tanto i loro giavellotti quanto i sassi, arma questa offerta in abbondanza dal luogo. Pertanto per gli Etruschi non era facile arrivare al corpo a corpo perché, anche quando non venivano feriti, rimanevano storditi dai colpi che piovevano sugli elmi e sugli scudi, e non avevano armi da lancio con le quali affrontare il combattimento a distanza. E mentre restavano fermi, esposti ai colpi, senza che ormai nulla li potesse più proteggere, e alcuni cominciavano a ritornare sui propri passi, gli hastati e i principes, levando di nuovo il grido di battaglia, si lanciarono con le spade in pugno contro quella massa instabile e ondeggiante. Gli Etruschi non ressero l'urto, e voltate le spalle fuggirono disordinatamente in direzione dell'accampamento. Ma i cavalieri romani attraversarono la pianura in diagonale, andando a sbarrare la strada ai fuggitivi, che, rinunciando a raggiungere l'accampamento, ripiegarono verso i monti. Di lì, quasi disarmati e ridotti a mal partito dalle ferite, si rifugiarono nella selva Ciminia. I Romani, dopo aver massacrato parecchie migliaia di Etruschi e aver loro sottratto trentotto insegne militari, si impadronirono anche dell'accampamento nemico, raccogliendovi un grosso bottino. Fu allora che si iniziò a pensare al modo di dare la caccia al nemico.