Traduzione di Paragrafo 34, Libro 9 di Livio

Versione originale in latino


Haec sine ullius adsensu cavillante Appio "en" inquit, "Quirites, illius Appi progenies, qui decemvirum in annum creatus altero anno se ipse creavit, tertio nec ab se nec ab ullo creatus privatus fasces et imperium obtinuit, nec ante continuando abstitit magistratu quam obruerent eum male parta, male gesta, male retenta imperia. Haec est eadem familia, Quirites, cuius vi atque iniuriis compulsi, extorres patria Sacrum montem cepistis; haec, adversus quam tribunicium auxilium vobis comparastis; haec, propter quam duo exercitus Aventinum insedistis; haec, quae fenebres leges, haec, quae agrarias semper impugnavit; haec conubia patrum et plebis interrupit; haec plebi ad curules magistratus iter obsaepsit. Hoc est nomen multo quam Tarquiniorum infestius vestrae libertati. Itane tandem, Appi Claudi? Cum centesimus iam annus sit ab Mam. Aemilio dictatore, tot censores fuerunt, nobilissimi fortissimique viri, nemo eorum duodecim tabulas legit? Nemo id ius esse, quod postremo populus iussisset, sciit? Immo vero omnes sciverunt et ideo Aemiliae potius legi parverunt quam illi antiquae qua primum censores creati erant, quia hanc postremam iusserat populus et quia, ubi duae contrariae leges sunt, semper antiquae obrogat nova. An hoc dicis, Appi, non teneri Aemilia lege populum? An populum teneri, te unum exlegem esse? Tenuit Aemilia lex violentos illos censores, C. Furium et M. Geganium, qui quid iste magistratus in re publica mali facere posset indicarunt, cum ira finitae potestatis Mam. Aemilium, principem aetatis suae belli domique, aerarium fecerunt; tenuit deinceps omnes censores intra centum annorum spatium; tenet C. Plautium, collegam tuum iisdem auspiciis, eodem iure creatum. An hunc non, ut qui optimo iure censor creatus esset, populus creavit? Tu unus eximius es in quo hoc praecipuum ac singulare valeat? Quem tu regem sacrificiorum crees? Amplexus regni nomen, ut qui optimo iure rex Romae creatus sit, creatum se dicet. Quem semestri dictatura, quem interregno quinque dierum contentum fore putes? Quem clavi figendi aut ludorum causa dictatorem audacter crees? Quam isti stolidos ac socordes videri creditis eos qui intra vicesimum diem ingentibus rebus gestis dictatura se abdicaverunt aut qui vitio creati abierunt magistratu. Quid ego antiqua repetam? Nuper intra decem annos C. Maenius dictator, quia, cum quaestiones severius quam quibusdam potentibus tutum erat exerceret, contagio eius quod quaerebat ipse criminis obiectata ab inimicis est, ut privatus obviam iret crimini, dictatura se abdicavit. Nolo ego istam in te modestiam; ne degeneraveris a familia imperiosissima [superbissima]; non die, non hora citius quam necesse est magistratu abieris, modo ne excedas finitum tempus. Satis est aut diem aut mensem censurae adicere? Triennium, inquit, et sex menses ultra quam licet Aemilia lege censuram geram, et solus geram. Hoc quidem iam regno simile est. An collegam subrogabis, quem ne in demortui quidem locum subrogari fas est? Paenitet enim, quod antiquissimum sollemne et solum ab ipso, cui fit, institutum deo ab nobilissimus antistitibus eius sacri ad servorum ministerium religiosus censor deduxisti, gens antiquior originibus urbis huius, hospitio deorum immortalium sancta, propter te ac tuam censuram intra annum ab stirpe exstincta est, nisi universam rem publicam eo nefario obstrinxeris, quod ominari etiam reformidat animus. Urbs eo lustro capta est, quo demortuo collega C. Iulio [censore], L. Papirius Cursor, ne abiret magistratu, M. Cornelium Maluginensem collegam subrogavit. Et quanto modestior illius cupiditas fuit quam tua, Appi? Nec solus nec ultra finitum lege tempus L. Papirius censuram gessit; tamen neminem invenit qui se postea auctorem sequeretur; omnes deinceps censores post mortem collegae se magistratu abdicarunt. Te nec quod dies exit censurae nec quod collega magistratu abiit nec lex nec pudor coercet: virtutem in superbia, in audacia, in contemptu deorum hominumque ponis. Ego te, Appi Claudi, pro istius magistratus maiestate ac verecundia quem gessisti, non modo manu violatum sed ne verbo quidem inclementiori a me appellatum vellem; sed et haec quae adhuc egi pervicacia tua et superbia coegit me loqui, et, nisi Aemiliae legi parveris, in vincula duci iubebo nec, cum ita comparatum a maioribus sit ut comitiis censoriis, nisi duo confecerint legitima suffragia, non renuntiato altero comitia differantur, ego te, qui solus censor creari non possis, solum censuram gerere nunc patiar." Haec taliaque cum dixisset, prendi censorem et in vincula duci iussit. Approbantibus sex tribunis actionem collegae, tres appellanti Appio auxilio fuerunt; summaque invidia omnium ordinum solus censuram gessit.

Traduzione all'italiano


Mentre Appio Claudio ricorreva a questi cavilli, senza tuttavia trovare alcuno che lo sostenesse, Sempronio disse: "Ecco a voi, Quiriti, un discendente di quell'Appio che, eletto decemviro per un anno, l'anno successivo si nominò da solo, e nel corso del terzo anno - pur non essendo stato nominato né da se stesso né da alcun altro - mantenne le insegne del potere anche come privato cittadino, e abbandonò la carica soltanto quando fu travolto da un potere male acquisito, mal gestito e mal conserva-to. Questa è la stessa famiglia che a forza di violenze e di soprusi vi spinse, esuli dalla terra natia, a ritirarvi sul monte Sacro. La stessa contro la quale voi vi siete tutelati creando l'intercessione dei tribuni. La stessa per colpa della quale due vostri eserciti sono andati ad accamparsi sull'Aventino, la stessa che si è sempre schierata contro le leggi sul tasso di interesse e le leggi agrarie. È stata questa famiglia a opporsi ai matrimoni tra patrizi e plebei, e a sbarrare alla plebe la strada alle magistrature curuli: per la vostra libertà questo è un nome molto più pericoloso di quello dei Tarquini. Dunque, Appio Claudio, pur essendo già trascorsi cento anni dalla dittatura di Mamerco Emilio, dei tanti censori che ci sono stati - uomini tra i più nobili e validi -, possibile che nessuno di loro abbia letto le XII tavole? Che nessuno di loro fosse al corrente che l'ultima deliberazione presa dal popolo ha valore di legge? A essere sinceri lo sapevano tutti, e proprio per questo hanno obbedito alla legge Emilia piuttosto che a quella in virtù della quale vennero nominati i primi censori, perché era questa l'ultima approvata dal popolo, e poi perché, nel caso di due leggi in contrasto, è sempre la nuova ad abrogare la vecchia. Oppure sostieni, o Appio, che il popolo non è tenuto a rispettare la legge Emilia? O che il popolo è tenuto a farlo, mentre tu sei il solo a esserne esentato? La legge Emilia vincolò quei censori violenti, Gaio Furio e Marco Geganio, i quali dimostrarono quale sia il danno potenzialmente arrecabile allo Stato da quella magistratura, nel momento in cui, volendosi vendicare della limitazione imposta alla loro autorità, retrocedettero nell'ultima classe Mamerco Emilio, l'uomo migliore del suo tempo in pace e in guerra. Quella legge ha poi vincolato cento anni di censori, e adesso è un vincolo per il tuo collega Gaio Plauzio, eletto in base ai tuoi stessi auspici e dotato dei tuoi stessi diritti. Oppure il popolo non lo ha eletto censore con pieni diritti? Sei tu la sola eccezione, e vale soltanto per te questo bizzarro e unico privilegio? Ma allora quale re dei sacrifici nomineresti? Visto che ha il nome di re, potrà credere di essere nominato re di Roma con pieni diritti? A chi pensi che basterà una dittatura di sei mesi o un interregno di cinque giorni? Chi avrai il coraggio di eleggere dittatore solo per piantare un chiodo o per far svolgere i giochi? Come devono sembrare stupidi e insensati a quest'uomo coloro che, compiute gesta memorabili, rinunciarono alla dittatura a venti giorni dalla nomina, o quelli che rinunciarono all'incarico per essere stati eletti in maniera irregolare! Ma perché andare a frugare nel passato? Di recente, circa dieci anni or sono, il dittatore Gaio Menio, mentre stava conducendo un'inchiesta con un rigore eccessivo per la sicurezza di taluni potenti, accusato dai propri nemici dello stesso reato sul quale stava indagando, rinunciò alla dittatura per poter affrontare l'accusa nelle vesti di privato cittadino. Da te non pretendo certo una simile misura, ma non voglio nemmeno che tu finisca per tralignare da una famiglia superba e arrogante quanto nessun'altra: non abbandonare la tua carica un solo giorno e una sola ora prima del dovuto, lìmitati soltanto a non superare il termine previsto. Ti è sufficiente aggiungere alla censura un giorno o un mese? "Terrò la censura" replichi tu "tre anni e sei mesi più del limite concesso dalla legge Emilia, e lo farò da solo". Ma questo sì che è come essere re! Oppure nominerai al posto di Plauzio un altro collega, quando non è consentito sostituire nemmeno un censore defunto? Non ti rimorde, o meticoloso censore pieno di scrupoli, di aver sottratto un rito antichissimo - il solo istituito di persona dal dio in onore del quale viene celebrato - ai nobilissimi sacerdoti di quel culto, per affidarlo a servi dello Stato, e di vedere una famiglia più antica delle origini di questa città, sacra per aver offerto ospitalità agli dèi immortali, estinguersi sin nelle radici nell'arco di un anno e solo per colpa tua e della tua censura? No, tu vuoi contaminare la repubblica tutta con quell'istinto criminoso che la mia mente inorridisce anche solo a nominare! Roma finì in mano nemica in quel lustro durante il quale, morto il censore Gaio Giulio, il collega Lucio Papirio Cursore, per non rinunciare alla carica, nominò al suo posto Marco Cornelio Maluginense. E quanto più misurata fu la sua ambizione, Appio! Infatti Lucio Papirio non detenne la censura da solo né oltre i termini consentiti dalla legge. Eppure non trovò nessuno che in séguito si uniformasse alla sua iniziativa: col passare del tempo, tutti i censori rinunciarono alla carica dopo la morte del collega. Tu non ti fai trattenere né dalla scadenza del termine prefissato per la censura, né dalle dimissioni del collega e neppure dalla legge e dalla vergogna. Tu ritieni che l'arroganza sia una virtù, e così la sfrontatezza e il disprezzo degli dèi e degli uomini. Per la maestà e il rispetto dovuto alla magistratura che hai detenuto, Appio Claudio, vorrei non solo evitare di arrivare alla violenza, ma anche di rivolgerti una sola parola meno che riguardosa. La tua caparbietà e la tua arroganza mi hanno però costretto a usare le parole che hai appena sentito, e se non ti atterrai alla legge Emilia, darò ordine di farti arrestare. E siccome i nostri avi hanno stabilito che, nelle elezioni a censore, se due candidati non hanno raggiunto il tetto di voti previsto dalla legge, si ripeta la votazione, senza però nominare censore il solo candidato che abbia raggiunto il tetto di voti previsto, dato che tu non puoi nominarti censore da solo, adesso io non permetterò che tu eserciti da solo la censura". Pronunciato questo discorso, ordinò di arrestare e imprigionare Appio. Mentre sei dei tribuni approvarono l'azione proposta dal collega, furono in tre a intercedere per Appio il quale aveva fatto ricorso all'appello. E così egli tenne da solo la censura, tra il disprezzo di tutte le classi di cittadini.