Traduzione di Paragrafo 33, Libro 9 di Livio

Versione originale in latino


Q. Fabius, insequentis anni consul, bellum ad Sutrium excepit; collega Fabio C. Marcius Rutulus datus est; ceterum et Fabius supplementum ab Roma adduxit et novus exercitus domo accitus Etruscis venit. Permulti anni iam erant cum inter patricios magistratus tribunosque nulla certamina fuerant, cum ex ea familia, quae velut fatales cum tribunis ac plebe erat, certamen oritur. Ap. Claudius censor circumactis decem et octo mensibus, quod Aemilia lege finitum censurae spatium temporis erat, cum C. Plautius collega eius magistratu se abdicasset, nulla vi compelli ut abdicaret potuit. P. Sempronius erat tribunus plebis, qui finiendae censurae inter legitimum tempus actionem susceperat, non popularem magis quam iustam nec in volgus quam optimo cuique gratiorem. Is cum identidem legem Aemiliam recitaret auctoremque eius Mam. Aemilium dictatorem laudibus ferret, qui quinquennalem ante [censuram] et longinquitate potestatem dominantem intra sex mensum et anni coegisset spatium, "dic agedum" inquit, "Appi Claudi, quidnam facturus fueris, si eo tempore quo C. Furius et M. Geganius censores fuerunt censor fuisses." Negare Appius interrogationem tribuni magno opere ad causam pertinere suam; nam, etsi tenuerit lex Aemilia eos censores, quorum in magistratu lata esset, quia post illos censores creatos eam legem populus iussisset, quodque postremum iussisset id ius ratumque esset, non tamen aut se aut eorum quemquam, qui post eam legem latam creati censores essent, teneri ea lege potuisse.

Traduzione all'italiano


Quinto Fabio, console l'anno successivo, assunse il comando delle operazioni sotto Sutri. Suo collega fu Gaio Marcio Rutilo. Fabio portò anche rinforzi da Roma, mentre per gli Etruschi arrivò un nuovo esercito dalle loro terre. Era già da molti anni che tra magistrati patrizi e tribuni della plebe non c'erano motivi di contrasto, quand'ecco che un attrito venne causato dalla famiglia cui sembrava fosse toccato in sorte il destino di essere in perenne lite con i tribuni e con la plebe. Il censore Appio Claudio, a diciotto mesi di distanza dalla fine del suo mandato (era l'arco di tempo previsto dalla legge Emilia), benché il suo collega Gaio Plauzio avesse rinunciato alla magistratura, non si lasciò convincere da alcun tipo di pressione a fare altrettanto. Tribuno della plebe era Publio Sempronio, il quale aveva intrapreso un'azione legale per far sì che alla censura venisse posto termine entro il limite cronologico previsto dalla norma, azione non meno popolare che giusta, e non meno gradita al popolo che ai patrizi. Il tribuno, dopo aver letto e riletto la legge Emilia e aver elogiato il dittatore Mamerco Emilio che l'aveva presentata, perché aveva ridotto a diciotto mesi il limite della censura prima quinquennale, diminuendo così l'eccesso di potere che la lunga durata conferiva a quella magistratura, così parlò: "Ebbene, Appio Claudio, dimmi che cosa avresti fatto se tu fossi stato censore quando lo furono Gaio Furio e Marco Geganio?". Appio rispose che la domanda del tribuno non aveva troppa pertinenza col suo caso: infatti anche se la legge Emilia aveva colpito i censori durante il cui mandato essa era stata promulgata, poiché il popolo aveva approvato la legge dopo l'elezione di quei censori (e la volontà espressa dal popolo ha valore di legge), ciò non ostante né lui né chiunque altro fosse stato nominato censore dopo l'approvazione di quella legge poteva esser tenuto a rispettarla.