Traduzione di Paragrafo 26, Libro 9 di Livio

Versione originale in latino


Eodem anno prodito hostibus Romano praesidio Luceria Samnitium facta; nec diu proditoribus impunita res fuit. Haud procul inde exercitus Romanus erat, cuius primo impetu urbs sita in plano capitur. Lucerini ac Samnites ad internecionem caesi; eoque ira processit ut Romae quoque, cum de colonis mittendis Luceriam consuleretur senatus, multi delendam urbem censerent. Praeter odium, quod exsecrabile in bis captos erat, longinquitas quoque abhorrere a relegandis tam procul ab domo civibus inter tam infestas gentes cogebat. Vicit tamen sententia ut mitterentur coloni; duo milia et quingenti missi. Eodem anno, cum omnia infida Romanis essent, Capuae quoque occultae principum coniurationes factae. De quibus cum ad senatum relatum esset, haudquaquam neglecta res: quaestiones decretae dictatoremque quaestionibus exercendis dici placuit. C. Maenius dictus; is M. Folium magistrum equitum dixit. Ingens erat magistratus eius terror; itaque sive timoris seu conscientiae vi, Calavios Ovium Noviumque - ea capita coniurationis fuerant - priusquam nominarentur apud dictatorem, mors haud dubie ab ipsis conscita iudicio subtraxit. Deinde, ut quaestioni Campanae materia decessit, versa Romam interpretando res: non nominatim qui Capuae sed in universum qui usquam coissent coniurassentve adversus rem publicam quaeri senatum iussisse et coitiones honorum adipiscendorum causa factas adversus rem publicam esse. Latiorque et re et personis quaestio fieri haud abnuente dictatore sine fine ulla quaestionis suae ius esse. Postulabantur ergo nobiles homines appellantibusque tribunos nemo erat auxilio quin nomina reciperentur. Inde nobilitas, nec ii modo in quos crimen intendebatur sed universi, simul negare nobilium id crimen esse quibus, si nulla obstetur fraude, pateat via ad honorem, sed hominum novorum; ipsos adeo dictatorem magistrumque equitum reos magis quam quaesitores idoneos eius criminis esse intellecturosque ita id esse simul magistratu abissent. Tum enimvero Maenius, iam famae magis quam imperii memor, progressus in contionem ita verba fecit: "et omnes ante actae vitae vos conscios habeo, Quirites, et hic ipse honos delatus ad me testis est innocentiae meae; neque enim, quod saepe alias, quia ita tempora postulabant rei publicae, qui bello clarissimus esset, sed qui maxime procul ab his coitionibus vitam egisset, dictator deligendus exercendis quaestionibus fuit. Sed, quoniam quidam nobiles homines - qua de causa vos existimare quam me pro magistratu quicquam incompertum dicere melius est - primum ipsas expugnare quaestiones omni ope adnisi sunt; dein, postquam ad id parum potentes erant, ne causam dicerent, in praesidia adversariorum, appellationem et tribunicium auxilium, patricii confugerunt; postremo repulsi inde - adeo omnia tutiora quam ut innocentiam suam purgarent visa - in nos inruerunt, et privatis dictatorem poscere reum vere cundiae non fuit; - ut omnes di hominesque sciant ab illis etiam quae non possint temptari ne rationem vitae reddant, me obviam ire crimini et offerre me inimicis reum, dictatura me abdico. Vos quaeso, consules, si vobis datum ab senatu negotium fuerit, in me primum et hunc M. Folium quaestiones exerceatis, ut appareat innocentia nostra nos, non maiestate honoris tutos a criminationibus istis esse." Abdicat inde se dictatura et post eum confestim Folius magisterio equitum; primique apud consules - iis enim ab senatu mandata res est - rei facti adversus nobilium testimonia egregie absolvuntur. Publilius etiam Philo multiplicatis summis honoribus post res tot domi belloque gestas, ceterum invisus nobilitati, causam dixit absolutusque est. Nec diutius, ut fit, quam dum recens erat quaestio per clara nomina reorum viguit: inde labi coepit ad viliora capita, donec coitionibus factionibusque adversus quas comparata erat oppressa est.

Traduzione all'italiano


Nel corso dello stesso anno Luceria passò dalla parte dei Sanniti dopo aver consegnato in mano nemica il presidio armato romano. Ma il tradimento non tardò a essere punito: l'esercito romano si trovava nella zona e la città, in aperta pianura, venne catturata al primo assalto. Gli abitanti di Luceria e i Sanniti furono passati per le armi e la rabbia arrivò a un punto tale che, quando a Roma si discusse in senato circa l'invio di una colonia a Luceria, molti espressero l'avviso di radere al suolo la città. A prescindere dal risentimento - fuor di misura nei confronti di un popolo sottomesso già due volte -, l'idea di inviare cittadini in una zona così lontana dalla patria e in mezzo a genti tanto ostili era in sé poco accetta. Ciò non ostante prevalse il parere di mandare coloni, in numero di 2.500. Nello stesso anno, mentre per i Romani la situazione era ovunque difficile, anche a Capua i membri più eminenti della città organizzarono in segreto una congiura. Al senato giunse notizia della cosa, e la voce non fu affatto trascurata: venne anzi aperta un'inchiesta e si decise di eleggere un dittatore che se ne occupasse. L'incarico toccò a Gaio Menio, che scelse Marco Folio in qualità di maestro di cavalleria. Quella magistratura metteva in grandissima soggezione: perciò, spinti dalla paura o dalla consapevolezza della propria colpa, i Calavii Ovio e Novio, i maggiori responsabili della congiura, prima ancora di comparire di fronte al dittatore, evitarono il processo togliendosi la vita (non vi fu dubbio che si trattasse di suicidio). Venuta meno la materia di indagine in Campania, l'inchiesta si spostò a Roma, dove la si interpretò nel senso che il senato avesse dato disposizione di indagare non solo sui responsabili del complotto di Capua, ma più in generale su tutte quelle persone che, in qualunque parte, avessero preso degli accordi privati o congiurato contro lo Stato (di conseguenza anche le coalizioni realizzate per ottenere incarichi politici risultavano ai danni dello Stato). L'indagine era destinata a estendersi in relazione sia ai fatti indagati sia agli inquisiti, e il dittatore non faceva nulla per impedire che il suo diritto di inchiesta risultasse illimitato. Vennero così incriminati alcuni esponenti del patriziato, il cui appello ai tribuni risultò vano perché nessuno di essi volle intervenire contro le denunce a loro carico. E allora l'intero corpo nobiliare - e non solo coloro contro cui erano dirette le accuse - sostenne che quelle accuse non dovevano essere rivolte ai patrizi (per i quali la via alle cariche non avrebbe avuto ostacoli se le cose si fossero svolte senza brogli), ma agli uomini nuovi: quanto al dittatore e al maestro di cavalleria, in relazione al reato inquisito erano loro stessi più degni di fare da imputati che da inquisitori, e se ne sarebbero resi conto non appena il loro mandato fosse scaduto. Menio allora, preoccupandosi più della propria rispettabilità che non della carica detenuta, prese la parola di fronte all'assemblea e pronunciò questo discorso: "Voi tutti siete al corrente dei miei trascorsi, Quiriti, e questa stessa carica che mi è stata conferita è la prova inconfutabile della mia onestà. Infatti per portare avanti un'inchiesta avete dovuto ricorrere, per avere un dittatore, non a chi si fosse maggiormente distinto per valori militari (come in altri casi in cui le esigenze del paese rendevano necessaria una scelta di quel genere), bensì a chi avesse trascorso i suoi giorni il più lontano possibile da quelle conventicole. Ma siccome alcuni esponenti della nobiltà hanno prima cercato con ogni mezzo di mandare a monte l'inchiesta - preferisco che il motivo lo giudichiate voi, piuttosto che ad affermare una cosa non provata sia io nella mia qualità di magistrato -, successivamente, non essendo riusciti nei propri intenti, e volendo evitare di comparire in giudizio per difendersi, si sono ridotti all'arma difensiva propria degli avversari, e cioè l'appello al popolo e il veto dei tribuni. E alla fine, poiché anche in quella direzione la via era sbarrata, ogni altra soluzione è sembrata loro più sicura che provare la propria innocenza, al punto da lanciarsi addosso a noi, senza nemmeno vergognarsi, da privati cittadini quali sono, di pretendere che sul banco degli imputati salga il dittatore. E io, perché tutti, uomini e dèi, sappiano che essi tentano anche l'impossibile, pur di non dover rendere conto della propria condotta di vita, e che non mi oppongo all'accusa e mi offro ai nemici in qualità di imputato, rinuncio alla dittatura. Vi prego, consoli, se il senato vi affiderà l'incarico di portare avanti l'inchiesta contro di me innanzitutto e contro Marco Folio, di fare in modo che risulti in maniera evidente che a tutelarci dalle accuse rivolte da queste persone non è stato il rispetto per la carica che ricopriamo, bensì la nostra innocenza". Poi rinunciò alla dittatura, e dopo di lui fu Folio a deporre sùbito la carica di maestro di cavalleria. E dopo esser stati sottoposti a processo per primi dai consoli (ai quali il senato aveva affidato l'inchiesta), furono assolti in maniera onorevole, non ostante le testimonianze contrarie dei nobili. Anche Publilio Filone, che in passato aveva più volte ricoperto le più alte cariche per essersi distinto in pace e in guerra, ma non aveva il favore della nobiltà, venne processato e assolto. Ma come spesso accade, l'inchiesta relativa alle personalità di maggiore spicco non andò oltre le fasi iniziali, spostandosi poi tra gli strati subalterni della popolazione, fino a esser messa a tacere dagli ambienti e dai circoli contro cui era stata istruita.