Traduzione di Paragrafo 16, Libro 9 di Livio

Versione originale in latino


Convenit iam inde per consules reliqua belli perfecta. Aulius cum Ferentanis uno secundo proelio debellavit urbemque ipsam, quo se fusa contulerat acies, obsidibus imperatis in deditionem accepit. Pari fortuna consul alter cum Satricanis, qui cives Romani post Caudinam cladem ad Samnites defecerant praesidiumque eorum in urbem acceperant, rem gessit. Nam cum ad moenia Satrici admotus esset exercitus legatisque missis ad pacem cum precibus petendam triste responsum ab consule redditum esset, nisi praesidio Samnitium interfecto aut tradito ne ad se remearent, plus ea voce quam armis inlatis terroris colonis iniectum. Itaque subinde exsequentes quaerendo a consule legati quonam se pacto paucos et infirmos crederet praesidio tam valido et armato vim allaturos, ab iisdem consilium petere iussi quibus auctoribus praesidium in urbem accepissent, discedunt aegreque impetrato ut de ea re consuli senatum responsaque ad se referri sineret ad suos redeunt. Duae factiones senatum distinebant, una cuius principes erant defectionis a populo Romano auctores, altera fidelium civium; certatum ab utrisque tamen est ut ad reconciliandam pacem consuli opera navaretur. Pars altera, cum praesidium Samnitium, quia nihil satis praeparati erat ad obsidionem tolerandam, excessurum proxima nocte esset, enuntiare consuli satis habuit qua noctis hora quaque porta et quam in viam egressurus hostis foret; altera, quibus invitis descitum ad Samnites erat, eadem nocte portam etiam consuli aperuerunt armatosque clam hoste in urbem acceperunt. Ita duplici proditione et praesidium Samnitium insessis circa viam silvestribus locis necopinato oppressum est, et ab urbe plena hostium clamor sublatus momentoque unius horae caesus Samnis, Satricanus captus, et omnia in potestate consulis erant; qui quaestione habita quorum opera defectio esset facta, quos sontes comperit, virgis caesos securi percussit praesidioque valido imposito arma Satricanis ademit. Inde ad triumphum decessisse Romam Papirium Cursorem scribunt, qui eo duce Luceriam receptam Samnitesque sub iugum missos auctores sunt. Et fuit vir haud dubie dignus omni bellica laude, non animi solum vigore sed etiam corporis viribus excellens. Praecipua pedum pernicitas inerat, quae cognomen etiam dedit; victoremque cursu omnium aetatis suae fuisse ferunt [et] seu virium vi seu exercitatione multa, cibi vinique eundem capacissimum; nec cum ullo asperiorem, quia ipse invicti ad laborem corporis esset, fuisse militiam pediti pariter equitique; equites etiam aliquando ausos ab eo petere ut sibi pro re bene gesta laxaret aliquid laboris; quibus ille "ne nihil remissum dicatis, remitto" inquit, "ne utique dorsum demulceatis cum ex equis descendetis". Et vis erat in eo viro imperii ingens pariter in socios civesque. Praenestinus praetor per timorem segnius ex subsidiis suos duxerat in primam aciem; quem cum inambulans ante tabernaculum vocari iussisset, lictorem expedire securem iussit. Ad quam vocem exanimi stante Praenestino, "agedum, lictor, excide radicem hanc" inquit "incommodam ambulantibus", perfusumque ultimi supplicii metu multa dicta dimisit. Haud dubie illa aetate, qua nulla virtutum feracior fuit, nemo unus erat vir quo magis innixa res Romana staret. Quin eum parem destinant animis magno Alexandro ducem, si arma Asia perdomita in Europam vertisset. -

Traduzione all'italiano


In séguito ci si trovò d'accordo nell'affermare che le restanti operazioni belliche erano state portate a compimento dai consoli. Con la vittoria in un'unica battaglia, Aulo pose fine alla guerra coi Ferentani e accettò la resa della loro città, dove era andato a rifugiarsi l'esercito sbaragliato, imponendo la consegna di ostaggi. Stessa sorte ebbe la campagna condotta dall'altro console contro i Satricani, i quali, non ostante fossero cittadini romani, dopo la disfatta di Caudio erano passati dalla parte dei Sanniti, e ne avevano accolto un presidio armato in città. Quando l'esercito arrivò nei pressi delle mura di Satrico, dalla città arrivarono degli ambasciatori con supplichevoli richieste di pace. Il console però rispose con durezza che non tornassero da lui se non dopo aver fatto a pezzi o consegnato il presidio dei Sanniti. Queste parole spaventarono i coloni più di un attacco armato. Perciò gli ambasciatori tornarono immediatamente dal console per chiedergli in che modo ritenesse che loro, deboli e sparuti com'erano, avrebbero potuto sopraffare un presidio tanto forte e armato. Allora il console ingiunse loro di andare a farsi consigliare da quelle stesse persone che li avevano spinti ad accettare il presidio in città. Poi, dopo aver a malapena ottenuto di poter consultare il senato sulla questione e quindi di riferire la risposta al console, si congedarono rientrando in città. All'interno del senato c'erano due opposte fazioni: alla testa di una di esse c'erano quanti avevano suggerito la defezione da Roma, a capo dell'altra c'erano invece i cittadini rimasti fedeli. Ciò non ostante, pur di tornare alla pace, entrambi gli schieramenti fecero a gara nel dimostrarsi premurosi verso il console. Siccome il presidio sannita aveva intenzione di uscire nel corso della notte successiva (non essendo in grado di sostenere un assedio), una delle due fazioni non fece altro che informare il console a quale ora della notte e per quale porta e strada il nemico sarebbe uscito. L'altro partito invece - quello che si era opposto alla defezione dalla parte dei Sanniti -, nel corso della stessa notte aprì le porte al console e, senza farsi accorgere dal nemico, accolse in città i soldati romani. Così, grazie a questo doppio tradimento, il presidio armato dei Sanniti fu sorpreso e sopraffatto dai Romani che si erano andati ad appostare in una fitta macchia lungo la strada, mentre in città si alzò alto il grido dei soldati che vi erano penetrati. Nell'arco di un'ora i Sanniti furono sbaragliati e Satrico occupata, e ogni cosa finì in potere del console: istruita un'inchiesta sulle responsabilità dell'ammutinamento, fece frustare e decapitare quanti vennero riconosciuti colpevoli e, dopo aver imposto una forte guarnigione armata in città, fece disarmare i Sanniti. Gli autori che sostengono che Luceria venne riconquistata e i Sanniti fatti passare sotto il giogo da Papirio Cursore, riportano che dopo quei fatti Papirio rientrò a Roma per celebrarvi il trionfo. Papirio fu uomo degno di ogni elogio sul piano militare, eccezionale non solo per la tempra interiore, ma anche per la prestanza fisica. Era straordinariamente veloce di gambe, qualità questa che gli valse il soprannome di Cursore, e si dice che ai suoi tempi nessuno riuscisse a superarlo nella corsa, sia per la grande forza fisica, sia per il notevole allenamento. Oltre a questa caratteristica, era un mangiatore e un bevitore formidabile. Durante il suo mandato, tanto per i fanti quanto per i cavalieri il servizio militare era duro come non lo era mai stato agli ordini di nessun altro, visto che egli stesso aveva un fisico contro il quale nulla poteva la fatica: ad alcuni cavalieri che un giorno avevano avuto il coraggio di chiedergli l'esenzione da un servizio come ricompensa a un'azione ben condotta, rispose: "Perché non possiate dire che non vi abbia esentati da alcunché, vi esimo dall'accarezzare il dorso dei cavalli quando scenderete di sella". Il suo prestigio era grandissimo sia presso gli alleati sia presso i concittadini. Una volta il comandante del contingente di Preneste aveva per paura tardato a portare i suoi uomini dalle retrovie alla prima linea: il console, passeggiando di fronte alla sua tenda, lo fece chiamare fuori e poi diede ordine al littore di slegare la scure. Siccome il prenestino, sentendo queste parole, era mezzo morto dallo spavento, Papirio disse: "Avanti, o littore, taglia questa radice che dà fastidio a chi passeggia", e quindi lasciò libero l'ufficiale alleato che era in preda al panico per paura di una condanna a morte, non andando al di là dell'imposizione di un'ammenda in denaro. E senza dubbio in quel periodo, che fu ricco di valori più di ogni altro, non c'era nessun altro uomo su cui la potenza di Roma potesse poggiare in maniera più sicura. Alcuni sostengono addirittura che Papirio sarebbe stato un generale degno di tenere testa ad Alessandro Magno, se solo quest'ultimo, una volta sottomessa l'Asia, avesse rivolto i suoi eserciti contro l'Europa.