Traduzione di Paragrafo 14, Libro 9 di Livio

Versione originale in latino


Per id tempus parantibus utrisque se ad proelium legati Tarentini interveniunt, denuntiantes Samnitibus Romanisque ut bellum omitterent: per utros stetisset quo minus discederetur ab armis, adversus eos se pro alteris pugnaturos. Ea legatione Papirius audita perinde ac motus dictis eorum cum collega se communicaturum respondit; accitoque eo, cum tempus omne in apparatu pugnae consumpsisset conlocutus de re haud dubia, signum pugnae proposuit. Agentibus divina humanaque, quae adsolent cum acie dimicandum est, consulibus Tarentini legati occursare responsum exspectantes; quibus Papirius ait: "auspicia secunda esse, Tarentini, pullarius nuntiat; litatum praeterea est egregie; auctoribus dis, ut videtis, ad rem gerendam proficiscimur". Signa inde ferre iussit et copias eduxit vanissimam increpans gentem, quae, suarum impotens rerum prae domesticis seditionibus discordiisque, aliis modum pacis ac belli facere aequum censeret. Samnites ex parte altera, cum omnem curam belli remisissent, quia aut pacem vere cupiebant aut expediebat simulare ut Tarentinos sibi conciliarent, cum instructos repente ad pugnam Romanos conspexissent, vociferari se in auctoritate Tarentinorum manere nec descendere in aciem nec extra vallum arma ferre; deceptos potius quodcumque casus ferat passuros quam ut sprevisse pacis auctores Tarentinos videantur. Accipere se omen consules aiunt et eam precari mentem hostibus ut ne vallum quidem defendant. Ipsi inter se partitis copiis succedunt hostium munimentis et simul undique adorti, cum pars fossas explerent, pars vellerent vallum atque in fossas proruerent, nec virtus modo insita sed ira etiam exulceratos ignominia stimularet animos, castra invasere; et pro se quisque non haec Furculas nec Caudium nec saltus invios esse, ubi errorem fraus superbe vicisset, sed Romanam virtutem, quam nec vallum nec fossae arcerent, memorantes caedunt pariter resistentes fusosque, inermes atque armatos, servos liberos, puberes impubes, homines iumentaque; nec ullum superfuisset animal, ni consules receptui signum dedissent avidosque caedis milites e castris hostium imperio ac minis expulissent. Itaque apud infensos ob interpellatam dulcedinem irae confestim oratio habita est, ut doceretur miles minime cuiquam militum consules odio in hostes cessisse aut cessuros; quin duces sicut belli ita insatiabilis supplicii futuros fuisse, ni respectus equitum sescentorum qui Luceriae obsides tenerentur praepedisset animos, ne desperata venia hostes caecos in supplicia eorum ageret perdere prius quam perire optantes. Laudare ea milites laetarique obviam itum irae suae esse ac fateri omnia patienda potius quam proderetur salus tot principum Romanae iuventutis.

Traduzione all'italiano


In quel momento, mentre i due schieramenti si preparavano allo scontro, da Taranto arrivarono degli ambasciatori che intimarono a Romani e Sanniti di rinunciare alla guerra: qualunque delle due parti si fosse opposta alla cessazione delle ostilità avrebbe dovuto combattere contro i Tarentini, schierati a fianco dell'altra. Udite le parole degli inviati, Papirio, fingendo di esserne rimasto turbato, rispose che si sarebbe consultato con il collega. Dopo averlo fatto convocare, avendo trascorso con lui tutto il tempo nei preparativi della battaglia e aver passato in esame con lui una cosa già decisa, diede il segnale di battaglia. Mentre i consoli erano impegnati nei sacrifici e nei preparativi che di solito precedono uno scontro campale, gli ambasciatori di Taranto si fecero loro incontro aspettando una risposta. Papirio replicò con queste parole: "O Tarentini, l'addetto ai polli ci fa sapere che gli auspici sono favorevoli. E poi, i sacrifici sono stati propizi. Come potete ben vedere, ci buttiamo nella mischia sotto la guida degli dèi". Diede così ordine di avanzare e si mise alla testa delle truppe, biasimando la superficialità di quelle genti che, incapaci com'erano di governarsi a causa delle discordie e dei sommovimenti interni, avevano l'ardire di dettare legge agli altri in materia di guerra e di pace. Dalla parte opposta i Sanniti, che avevano tralasciato ogni preparativo bellico - vuoi perché davvero volevano la pace, vuoi perché conveniva loro il fingerlo per assicurarsi l'appoggio dei Tarentini -, quando videro che i Romani si erano schierati in tutta fretta pronti a dare battaglia, urlarono di voler restare agli ordini dei Tarentini e di non avere intenzione di scendere in campo né di portare le armi al di là della trincea: anche se raggirati, avrebbero sopportato qualunque tipo di sciagura, pur di non dare l'impressione di disprezzare le proposte di pace dei Tarentini. I consoli dissero di accogliere quelle dichiarazioni come un augurio, e di pregare gli dèi affinché ispirassero ai nemici il proposito di non difendere nemmeno la trincea. Dopo essersi divisi le truppe tra di loro, si avvicinano ai dispositivi di difesa del nemico e li assalgono contemporaneamente da ogni punto: e mentre alcuni riempivano il fossato e altri sradicavano la trincea fortificata gettandola nel fossato, poiché non solo il valore innato ma anche il risentimento stimolava gli animi esacerbati dall'umiliazione, i Romani irruppero all'interno del campo nemico. Ciascuno ricordava di non avere di fronte a sé né le Forche né le gole impraticabili di Caudio, dove cioè l'inganno aveva avuto superbamente la meglio sull'errore, ma solo il valore romano che né la trincea né il fossato riuscivano a trattenere: massacrarono senza distinzione chi opponeva resistenza e chi si dava alla fuga, inermi e armati, schiavi e liberi, bambini e adolescenti, uomini e bestie. E non sarebbe sopravvissuto nessun essere vivente, se i consoli non avessero fatto suonare la ritirata, e non avessero spinto via a forza, con ordini carichi di minacce, gli uomini assetati di sangue. E ai soldati inferociti per l'interruzione imposta al piacere della vendetta i consoli tennero immediatamente un discorso, per ricordare loro che essi non erano né sarebbero stati secondi a nessuno dei soldati quanto a odio nei confronti dei nemici: anzi, come li avevano guidati in guerra, così li avrebbero portati a una vendetta senza pietà, se il pensiero dei 600 cavalieri tenuti in ostaggio a Luceria non avesse frenato la loro animosità, per paura che i nemici, non avendo più speranze di poter essere perdonati, si lasciassero trascinare ciecamente a uccidere i prigionieri, scegliendo così di annientare prima di essere annientati. I soldati salutarono queste parole con un applauso, soddisfatti che i loro animi impetuosi avessero trovato un freno, e si dissero pronti ad affrontare qualunque tipo di sofferenza, pur di evitare che venisse compromessa la salvezza di tanti nobili giovani romani.