Traduzione di Paragrafo 11, Libro 9 di Livio

Versione originale in latino


Tum Pontius "nec ego istam deditionem accipiam" inquit, "nec Samnites ratam habebunt. Quin tu, Sp. Postumi, si deos esse censes, aut omnia inrita facis aut pacto stas? Samniti populo omnes quos in potestate habuit aut pro iis pax debetur. Sed quid ego te appello, qui te captum victori cum qua potes fide restituis? Populum Romanum appello; quem si sponsionis ad Furculas Caudinas factae paenitet, restituat legiones intra saltum quo saeptae fuerunt. Nemo quemquam deceperit; omnia pro infecto sint; recipiant arma quae per pactionem tradiderunt; redeant in castra sua; quidquid pridie habuerunt quam in conloquium est ventum habeant; tum bellum et fortia consilia placeant, tum sponsio et pax repudietur. Ea fortuna, iis locis quae ante pacis mentionem habuimus geramus bellum; nec populus Romanus consulum sponsionem nec nos fidem populi Romani accusemus. Nunquamne causa defiet cur victi pacto non stetis? Obsides Porsinnae dedistis; furto eos subduxistis. Auro civitatem a Gallis redemistis; inter accipiendum aurum caesi sunt. Pacem nobiscum pepigistis ut legiones vobis captas restitueremus; eam pacem inritam facitis. Et semper aliquam fraudi speciem iuris imponitis. Non probat populus Romanus ignominiosa pace legiones servatas? Pacem sibi habeat, legiones captas victori restituat; hoc fide, hoc foederibus, hoc fetialibus caerimoniis dignum erat. Ut quidem tu quod petisti per pactionem habeas, tot cives incolumes, ego pacem quam hos tibi remittendo pactus sum non habeam, hoc tu, A. Corneli, hoc vos, fetiales, iuris gentibus dicitis? Ego vero istos quos dedi simulatis nec accipio nec dedi arbitror, nec moror quo minus in civitatem oblactam sponsione commissa iratis omnibus dis, quorum eluditur numen, redeant. Gerite bellum, quando Sp. Postumius modo legatum [fetialem] genu perculit. Ita di credent Samnitem civem Postumium, non civem Romanum esse et a Samnite legatum Romanum violatum; eo vobis iustum in nos factum esse bellum. Haec ludibria religionum non pudere in lucem proferre et vix pueris dignas ambages senes ac consulares fallendae fidei exquirere. I, lictor, deme vincla Romanis; moratus sit nemo quo minus ubi visum fuerit abeant." Et illi quidem, forsitan et publica, sua certe liberata fide ab Caudio in castra Romana inviolati redierunt.

Traduzione all'italiano


Allora Ponzio disse: "Né io accetterò questa consegna, né i Sanniti la riterranno valida. Perché tu, Spurio Postumio, se credi che gli dèi esistano, non consideri nullo l'intero accordo, oppure non ti attieni ai patti? Al popolo sannita vanno consegnati quelli che sono stati in suo potere, o al posto loro va riconosciuta la pace. Ma perché dovrei rivolgermi a te, che ti consegni nelle mani del vincitore, mantenendo, per quel che è in tuo potere, la parola data? È al popolo romano che mi appello: se è pentito della promessa fatta alle Forche Caudine, allora deve riconsegnarci le legioni all'interno della gola dove sono state accerchiate. Che nessuno abbia ingannato nessuno: che ogni cosa sia considerata come non avvenuta; riprendano le armi consegnate a norma dei patti, e si tengano tutto quello che avevano prima di avviare le consultazioni: e allora decidano pure per la guerra e per le maniere forti, e allora soltanto ripudino la garanzia e la pace. Noi la guerra la facciamo attenendoci a quelle condizioni e attestandoci in quelle posizioni nelle quali ci trovavamo prima di affrontare l'argomento della pace; il popolo romano non si metta quindi a criticare la garanzia data dai consoli, e noi evitiamo di lamentarci della mancanza di lealtà dimostrata dal popolo romano. Potrà mai mancarvi un pretesto per non attenervi ai patti dopo una sconfitta? Avete consegnato degli ostaggi a Porsenna, e ve li siete ripresi con l'inganno. Roma l'avete riscattata dai Galli a peso d'oro, per poi massacrarli mentre ricevevano l'oro. Con noi avete concordato la pace affinché vi restituissimo le legioni cadute prigioniere, e adesso quella pace la ritenete priva di valore. E rivestite sempre l'inganno con un velo di apparente legalità. Al popolo romano non sta bene che l'esercito si sia salvato grazie a una pace infamante? Ma che allora si tenga la pace e restituisca al vincitore le legioni che avevamo catturato: questo sì che sarebbe in accordo con la lealtà, con i patti e coi riti sacri dei feziali. Ma che tu ottenga quanto hai chiesto nei patti - ovvero la salvezza di tanti cittadini -, e che io non abbia invece quella pace che ho concordato in cambio del rilascio di questi uomini, tutto questo tu, o Aulo Cornelio, e voi, o feziali, lo ritenete conforme al diritto delle genti? Io non accetto né considero consegnati questi soldati che voi fingete di consegnare, e non impedisco loro di rientrare nella città vincolata dall'adempimento della garanzia, lasciando che ad accompagnarli sia la rabbia degli dèi tutti, della cui divinità vi fate beffe. Dichiarateci pure guerra, col pretesto che un attimo fa Spurio Postumio ha percosso col ginocchio un ambasciatore feziale: così gli dèi penseranno che Postumio sia cittadino sannita e non romano, che l'ambasciatore romano sia stato offeso da un sannita, e che di conseguenza sia giusta la guerra che ci avete dichiarato! Possibile che non proviate vergogna a inscenare questa farsa della religione, che uomini avanti con gli anni, già consoli, debbano tentare l'inganno con trucchi degni a malapena di bambini? Littore, procedi: togli le corde ai Romani, che nessuno impedisca loro di andare dove preferiscono". E così i Romani, liberati probabilmente anche del vincolo di natura pubblica (visto che dalla promessa personale lo erano già di certo), rientrarono da Caudio all'accampamento romano senza che nessuno li sfiorasse.