Traduzione di Paragrafo 1, Libro 9 di Livio

Versione originale in latino


Sequitur hunc annum nobilis clade Romana Caudina pax T. Veturio Calvino Sp. Postumio consulibus. Samnites eo anno imperatorem C. Pontium Herenni filium habuerunt, patre longe prudentissimo natum, primum ipsum bellatorem ducemque. Is, ubi legati qui ad dedendas res missi erant pace infecta redierunt, "ne nihil actum" inquit "hac legatione censeatis, expiatum est quidquid ex foedere rupto irarum in nos caelestium fuit. Satis scio, quibuscumque dis cordi fuit subigi nos ad necessitatem dedendi res quae ab nobis ex foedere repetitae fuerant, iis non fuisse cordi tam superbe ab Romanis foederis expiationem spretam. Quid enim ultra fieri ad placandos deos mitigandosque homines potuit quam quod nos fecimus? Res hostium in praeda captas, quae belli iure nostrae videbantur, remisimus; auctores belli, quia vivos non potuimus, perfunctos iam fato dedidimus; bona eorum, ne quid ex contagione noxae remaneret penes nos, Romam portavimus. Quid ultra tibi, Romane, quid foederi, quid dis arbitris foederis debeo? Quem tibi tuarum irarum, quem meorum suppliciorum iudicem feram? Neminem, neque populum neque privatum, fugio. Quod si nihil cum potentiore iuris humani relinquitur inopi, at ego ad deos vindices intolerandae superbiae confugiam et precabor, ut iras suas vertant in eos quibus non suae redditae res, non alienae accumulatae satis sint; quorum saevitiam non mors noxiorum, non deditio exanimatorum corporum, non bona sequentia domini deditionem exsatient, [placari nequeant] nisi hauriendum sanguinem laniandaque viscera nostra praebuerimus. Iustum est bellum, Samnites, quibus necessarium, et pia arma, quibus nulla nisi in armis relinquitur spes. Proinde, cum rerum humanarum maximum momentum sit quam propitiis rem, quam adversis agant dis, pro certo habete priora bella adversus deos magis quam homines gessisse, hoc quod instat ducibus ipsis dis gesturos."

Traduzione all'italiano


Nel corso dell'anno successivo ci fu la pace di Caudio, rimasta celebre per la disfatta subita dai Romani, durante il consolato di Tito Veturio Calvino e Spurio Postumio. Quell'anno il comandante in capo dei Sabini era Gaio Ponzio figlio di Erennio, figlio di un padre che eccelleva in saggezza, e lui stesso guerriero e stratega di prim'ordine. Quando gli ambasciatori inviati a chiedere soddisfazione rientrarono senza aver concluso la pace, Gaio Ponzio disse: "Non crediate che questa ambasceria non abbia avuto esito alcuno, perché con essa abbiamo espiato l'ira degli dèi sorta nei nostri confronti per aver violato i patti. Qualunque sia stato il dio che ha voluto farci sottostare all'obbligo di restituire ciò che ci era stato richiesto in base alle clausole del trattato, sono sicuro che questo stesso dio non ha gradito che i Romani abbiano respinto con tanta arroganza la nostra riparazione per l'avvenuta rottura dei patti. Ma che cos'altro si sarebbe potuto fare per placare gli dèi e rabbonire gli uomini, più di quello che già abbiamo fatto? Quel che è stato tolto ai nemici come bottino, e che secondo le leggi di guerra avrebbe già potuto dirsi a buon diritto nostro, l'abbiamo restituito. I responsabili della guerra li abbiamo riconsegnati morti, visto che non ci è stato possibile consegnarli vivi. Le loro cose, per evitare che ci rimanesse addosso qualcosa che potesse far ricadere la colpa su di noi, le abbiamo portate a Roma. Cos'altro devo a voi, o Romani, cosa ai trattati, e agli dèi testimoni dei trattati? Chi vi devo proporre a giudice della vostra rabbia e della nostra pena? Non voglio sottrarmi al giudizio di nessuna popolazione e di nessun privato cittadino. Se infatti il più forte non concede al più debole alcun diritto umano, allora mi rivolgerò agli dèi che si vendicano degli eccessi di superbia, e li implorerò di rivolgere le loro ire contro quanti non hanno ritenuto sufficiente la restituzione delle proprie cose né l'aggiunta delle altrui, contro quanti la cui ferocia non è stata saziata dalla morte dei colpevoli, né dalla consegna dei cadaveri né dai beni che accompagnavano la resa dei loro legittimi proprietari, contro quanti non potranno mai essere placati se noi non offriremo loro il nostro sangue da succhiare e le nostre membra da sbranare. La guerra, o Sanniti, è giusta per coloro ai quali risulta necessaria, e il ricorso alle armi è sacrosanto per quelli cui non restano altre speranze se non nelle armi. Di conseguenza, se nelle imprese degli uomini è una cosa di assoluta importanza avere gli dèi dalla propria parte piuttosto che contro, state pur certi che le guerre del passato le abbiamo condotte più contro gli dèi che contro gli uomini, mentre questa che è ormai alle porte la condurremo agli ordini degli dèi in persona".