Traduzione di Paragrafo 8, Libro 8 di Livio

Versione originale in latino


Quae ubi frequens convenit, 'quandoque' inquit, 'tu, T. Manli, neque imperium consulare neque maiestatem patriam veritus, adversus edictum nostrum extra ordinem in hostem pugnasti et, quantum in te fuit, disciplinam militarem, qua stetit ad hanc diem Romana res, solvisti meque in eam necessitatem adduxisti, ut aut rei publicae mihi aut mei [meorum] obliviscendum sit, nos potius nostro delicto plectemur quam res publica tanto suo damno nostra peccata luat; triste exemplum sed in posterum salubre iuventuti erimus. Me quidem cum ingenita caritas liberum tum specimen istud virtutis deceptum vana imagine decoris in te movet; sed cum aut morte tua sancienda sint consulum imperia aut impunitate in perpetuum abroganda, nec te quidem, si quid in te nostri sanguinis est, recusare censeam, quin disciplinam militarem culpa tua prolapsam poena restituas i, lictor, deliga ad palum'. Exanimati omnes tam atroci imperio nec aliter quam in se quisque destrictam cernentes securem metu magis quam modestia quievere. Itaque velut demerso ab admiratione animo cum silentio defixi stetissent, repente, postquam cervice caesa fusus est cruor, tam libero conquestu coortae voces sunt, ut neque lamentis neque exsecrationibus parceretur spoliisque contectum iuvenis corpus, quantum militaribus studiis funus ullum concelebrari potest, structo extra vallum rogo cremaretur, Manlianaque imperia non in praesentia modo horrenda sed exempli etiam tristis in posterum essent. Fecit tamen atrocitas poenae oboedientiorem duci militem; et praeterquam quod custodiae vigiliaeque et ordo stationum intentioris ubique curae erant, in ultimo etiam certamine, cum descensum in aciem est, ea severitas profuit. Fuit autem civili maxime bello pugna similis; adeo nihil apud Latinos dissonum ab Romana re praeter animos erat. Clipeis antea Romani usi sunt, dein, postquam stipendiarii facti sunt, scuta pro clipeis fecere; et quod antea phalanges similes Macedonicis, hoc postea manipulatim structa acies coepit esse: postremi in plures ordines instruebantur [ordo sexagenos milites, duos centuriones, vexillarium unum habebat]. Prima acies hastati erant, manipuli quindecim, distantes inter se modicum spatium; manipulus leves vicenos milites, aliam turbam scutatorum habebat; leves autem, qui hastam tantum gaesaque gererent, vocabantur. Haec prima frons in acie florem iuvenum pubescentium ad militiam habebat. Robustior inde aetas totidem manipulorum, quibus principibus est nomen, hos sequebantur, scutati omnes, insignibus maxime armis. Hoc triginta manipulorum agmen antepilanos appellabant, quia sub signis iam alii quindecim ordines locabantur, ex quibus ordo unusquisque tres partes habebat earum unam quamque primam pilum vocabant. Tribus ex vexillis constabat ordo; sexagenos milites, duos centuriones, vexillarium unum habebat vexillum; centum octoginta sex homines erant. Primum vexillum triarios ducebat, veteranum militem spectatae virtutis, secundum rorarios, minus roboris aetate factisque, tertium accensos, minimae fiduciae manum; eo et in postremam aciem reiciebantur. Ubi his ordinibus exercitus instructus esset, hastati omnium primi pugnam inibant. Si hastati profligare hostem non possent, pede presso eos retro cedentes in intervalla ordinum principes recipiebant. Tum principum pugna erat; hastati sequebantur; triarii sub vexillis considebant, sinistro crure porrecto, scuta innixa umeris, hastas suberecta cuspide in terra fixas, haud secus quam vallo saepta inhorreret acies, tenentes. Si apud principes quoque haud satis prospere esset pugnatum a prima acie ad triarios se sensim referebant; inde rem ad triarios redisse, cum laboratur, proverbio increbruit. Triarii consurgentes, ubi in intervalla ordinum suorum principes et hastatos recepissent, extemplo compressis ordinibus velut claudebant vias unoque continenti agmine, iam nulla spe post relicta, in hostem incidebant; id erat formidolosissimum hosti, cum velut victos insecuti novam repente aciem exsurgentem, auctam numero, cernebant. Scribebantur autem quattuor fere legiones quinis milibus peditum, equitibus in singulas legiones trecenis. Alterum tantum ex Latino dilectu adiciebatur, qui ea tempestate hostes erant Romanis eodemque ordine instruxerant aciem; nec vexilla cum vexillis tantum, universi hastati cum hastatis, principes cum principibus, sed centurio quoque cum centurione, si ordines turbati non essent, concurrendum sibi esse sciebat. Duo primi pili ex utraque acie inter triarios erant, Romanus corpore haudquaquam satis validus, ceterum strenuus vir peritusque militiae, Latinus viribus ingens bellatorque primus, notissimi inter se, quia pares semper ordines duxerunt. Romano haud satis fidenti viribus iam Romae permissum erat ab consulibus, ut subcenturionem sibi quem vellet legeret qui tutaretur eum ab uno destinato hoste; isque iuvenis in acie oblatus ex centurione Latino victoriam tulit. Pugnatum est haud procul radicibus Vesuvii montis, qua via ad Veserim ferebat.

Traduzione all'italiano


Tuttavia la brutalità di quella punizione rese più obbedienti i soldati, e non solo i servizi di guardia, i turni di sentinella e di picchetto vennero dovunque effettuati con maggiore attenzione, ma quell'eccesso di severità fu d'aiuto anche nella parte finale della lotta, quando si arrivò allo scontro in campo aperto. Quella battaglia, però, ricordò molto da vicino una guerra civile: a tal punto i Latini non differivano in nulla dai Romani se non per il valore. In passato i Romani avevano utilizzato piccoli scudi rotondi. Ma in séguito, quando l'esercito venne pagato, li rimpiazzarono con grandi scudi rettangolari. E ciò che prima era stata una falange simile a quella dei Macedoni, con gli anni iniziò a essere una linea di battaglia formata da gruppi di manipoli, con le retroguardie inquadrate in più compagnie, ciascuna delle quali aveva sessanta soldati, due centurioni e un alfiere. In prima linea c'erano gli hastati, organizzati in quindici manipoli l'uno a ridosso dell'altro. Ogni manipolo constava di venti soldati armati alla leggera, mentre il resto portava lo scudo pesante. Inoltre erano definiti leves gli uomini che portavano soltanto l'asta e i giavellotti pesanti. Questa prima linea dello schieramento era formata dal fiore della gioventù in età militare. Alle loro spalle c'era una linea costituita dallo stesso numero di manipoli, a loro volta formati da uomini più maturi e chiamati principes. Provvisti tutti di grandi scudi rettangolari, essi erano dotati delle armi migliori. A questa formazione di trenta manipoli veniva dato il nome di antepilani, perché dietro alle insegne erano schierate altre quindici compagnie, ciascuna delle quali risultava formata da tre plotoni, che a loro volta prendevano il nome di pili. Ogni manipolo, costituito da centottantasei effettivi, aveva tre insegne. Dalla prima insegna dipendevano i triarii, soldati di provato valore; dalla seconda i rorarii, meno validi per età e precedenti sul campo, mentre dalla terza gli accensi, cioè dei soldati su cui si poteva fare scarso affidamento e che proprio per questo motivo venivano relegati nelle estreme retrovie. Quando l'esercito veniva inquadrato in questa formazione, i primi a entrare nel vivo dello scontro erano gli hastati. Se questi ultimi non riuscivano a piegare la resistenza del nemico, si ritiravano a passo lento e andavano a occupare gli spazi vuoti tra i manipoli dei principes, cui toccava allora il cómpito di sfondare, avendo alle spalle gli hastati. I triarii stavano fermi presso le loro insegne con la gamba sinistra in avanti, gli scudi appoggiati alle spalle, le aste piantate in terra con la punta rivolta in alto, dando così l'impressione che la loro linea fosse protetta dalle punte di una palizzata. Se poi anche i principes non combattevano in maniera sufficientemente efficace, dalla prima linea retrocedevano a poco a poco fino all'altezza dei triarii (di qui il proverbio 'arrivare ai triarii', in uso per indicare che le cose inclinano al peggio). I triarii, alzandosi a combattere dopo aver raccolto negli spazi vuoti tra le loro unità i principes e gli hastati, serravano sùbito le fila chiudendo ogni passaggio; poi, senza più alcuna protezione alle spalle, caricavano il nemico a ranghi compatti. Questa manovra incuteva enorme terrore negli avversari che, gettandosi all'inseguimento di chi credevano ormai sconfitto, all'improvviso si trovavano davanti agli occhi una nuova schiera più numerosa della precedente. Di solito venivano arruolate anche quattro legioni costituite da cinquemila fanti ciascuna, più trecento cavalieri per ogni legione. Un contingente di analoghe proporzioni veniva poi aggiunto con la leva effettuata tra i Latini, che in quella circostanza erano però nemici dei Romani e avevano schierato la loro linea di battaglia seguendo lo stesso schema di formazione. Ed i Latini sapevano che in battaglia si sarebbero scontrati non solo i manipoli con i manipoli, gli hastati con gli hastati, i principes con i principes, ma - ammesso che gli schieramenti in campo non subissero modifiche - anche i centurioni con i centurioni. In entrambi gli eserciti il primipilo si trovava tra i triarii. E se il Romano non era eccessivamente forte dal punto di vista fisico, ma dotato di coraggio e di grande esperienza in campo militare, il Latino era un combattente di prima qualità, aiutato da un fisico possente. I due si conoscevano benissimo perché avevano sempre comandato compagnie dello stesso rango. Il centurione romano, non avendo abbastanza fiducia nella propria forza fisica, prima di lasciare Roma aveva ottenuto dai consoli il permesso di scegliersi un centurione a lui subordinato, che lo proteggesse dall'avversario che gli era destinato. E il giovane prescelto, scontratosi in battaglia con il centurione latino, ebbe la meglio su di lui. La battaglia venne combattuta non lontano dalle pendici del Vesuvio, nel punto in cui la strada portava al Veseri.