Traduzione di Paragrafo 4, Libro 8 di Livio

Versione originale in latino


Cum aliud alii censerent, tum Annius: 'quamquam ipse ego rettuli quid responderi placeret, tamen magis ad summam rerum nostrarum pertinere arbitror quid agendum nobis quam quid loquendum sit. Facile erit explicatis consiliis accommodare rebus verba. Nam si etiam nunc sub umbra foederis aequi servitutem pati possumus, quid abest quin proditis Sidicinis non Romanorum solum sed Samnitium quoque dicto pareamus respondeamusque Romanis nos, ubi innuerint, posituros arma? Sin autem tandem libertatis desiderium remordet animos, si foedus [est], si societas aequatio iuris est, si consanguineos nos Romanorum esse, quod olim pudebat, nunc gloriari licet, si socialis illis exercitus is est quo adiuncto duplicent vires suas, quem secernere ab se consilia bellis propriis ponendis sumendisque nolint, cur non omnia aequantur? Cur non alter ab Latinis consul datur? Ubi pars virium, ibi et imperii pars est. Est quidem nobis hoc per se haud nimis amplum quippe concedentibus Romam caput Latio esse; sed ut amplum videri posset, diuturna patientia fecimus. Atqui si quando unquam consociandi imperii, usurpandae libertatis tempus optastis, en hoc tempus adest et virtute vestra et deum benignitate vobis datum. Tempestatis patientiam negando militem; quis dubitat exarsisse eos, cum plus ducentorum annorum morem solveremus? Pertulerunt tamen hunc dolorem. Bellum nostro nomine cum Paelignis gessimus; qui ne nostrorum quidem finium nobis per nos tuendorum ius antea dabant, nihil intercesserunt. Sidicinos in fidem receptos, Campanos ab se ad nos descisse, exercitus nos parare adversus Samnites, foederatos suos, audierunt nec moverunt se ab urbe. Unde haec illis tanta modestia nisi a conscientia virium et nostrarum et suarum? Idoneos auctores habeo querentibus de nobis Samnitibus ita responsum ab senatu Romano esse, ut facile appareret ne ipsos quidem iam postulare ut Latium sub Romano imperio sit. Usurpate modo postulando quod illi vobis taciti concedunt. Si quem hoc metus dicere prohibet, en ego ipse audiente non populo Romano modo senatuque sed Iove ipso, qui Capitolium incolit, profiteor me dicturum, ut, si nos in foedere ac societate esse velint, consulem alterum ab nobis senatusque partem accipiant.' haec ferociter non suadenti solum sed pollicenti clamore et adsensu omnes permiserunt, ut ageret diceretque quae e re publica nominis Latini fideque sua viderentur.

Traduzione all'italiano


Le proposte furano quanto mai varie, e al termine Annio disse: "Anche se sono stato proprio io a richiedere il vostro parere sulle nostre risposte al senato romano, ciò non ostante ritengo più importante per la nostra causa decidere che cosa dobbiamo fare piuttosto che dire. Quando vi avremo esposto i nostri piani, non sarà difficile trovare parole adatte ai fatti. Infatti se anche adesso riusciamo a sopportare la schiavitù che ci lega sotto la parvenza di pari condizioni, cos'altro ci resta, una volta abbandonati i Sidicini al loro destino, se non obbedire non solo agli ordini dei Romani, ma anche a quelli dei Sanniti, dichiararci pronti a deporre le armi a un cenno dei Romani? Se invece un minimo desiderio di libertà sfiora i vostri animi, se le parole 'trattato' e 'alleanza' significano parità di diritti, se i Romani sono davvero nostri consanguinei (di questo in passato ci si vergognava, mentre adesso è motivo di vanto), se con 'esercito alleato' essi davvero intendono un esercito che unito al loro raddoppi le forze di ciascuno, da non impiegare se non per avviare o concludere guerre comuni, allora perché non siamo uguali in tutto? Perché uno dei due consoli non tocca ai Latini? Là dove c'è una partecipazione di forze dovrebbe esserci anche partecipazione di autorità. E questo, per altro, non sarebbe particolare motivo di vanto per noi: in fondo, abbiamo già accettato che Roma fosse capitale del Lazio! Ma prolungando all'infinito la nostra sopportazione abbiamo fatto sì che questa condizione sembrasse motivo d'onore. Se però avete mai accarezzato il desiderio di dividere il comando e di godere della libertà, ecco arrivato il momento opportuno, ora che l'occasione vi viene offerta dal vostro valore e dalla benevolenza degli dèi. Negando loro l'invio di truppe ne avete messo alla prova la pazienza: chi può aver dubbi che siano furenti per aver visto interrompersi una consuetudine che risaliva a più di duecento anni fa? Eppure hanno incassato il colpo. Abbiamo combattuto coi Peligni di nostra iniziativa: il popolo che in passato non ci concedeva nemmeno il diritto di difendere da soli la nostra terra non ha fatto opposizione. Hanno sentito che i Sidicini si sono messi sotto la nostra protezione, che i Campani li hanno abbandonati per schierarsi dalla nostra parte e che noi stiamo preparando un esercito per affrontare i Sanniti: eppure non si sono mossi da Roma. Da dove viene tutta questa loro moderazione, se non dalla consapevolezza della nostra e della loro forza? So da fonte sicura che ai Sanniti presentatisi a lamentarsi di noi il senato romano ha risposto in maniera da non lasciar dubbi sulla situazione: ormai nemmeno i suoi stessi membri pretendono più che il Lazio resti sotto l'autorità di Roma. Nelle vostre domande chiedete ora senza esitazioni quei diritti che essi tacitamente vi concedono. Se c'è qualcuno che non ha il coraggio di parlare, allora dichiaro che sarò io stesso a farlo di fronte non solo al popolo e al senato romano, ma anche a Giove che abita sul Campidoglio: se vogliono che osserviamo il trattato di alleanza, allora accettino che il nostro popolo fornisca uno dei consoli e parte del senato". Queste proposte e queste promesse spregiudicate vennero accolte con un urlo di approvazione generale e ad Annio fu conferito il potere di agire e parlare nella maniera che gli fosse sembrata più conveniente alla causa e all'onore del popolo latino.