Traduzione di Paragrafo 38, Libro 8 di Livio

Versione originale in latino


Insequenti anno, Q. Fabio L. Fulvio consulibus, A. Cornelius Arvina dictator et M. Fabius Ambustus magister equitum, metu gravioris in Samnio belli conducta enim pretio a finitimis iuventus dicebatur intentiore dilectu habito egregium exercitum adversus Samnites duxerunt. Castra in hostico incuriose ita posita tamquam procul abesset hostis, cum subito advenere Samnitium legiones tanta ferocia ut vallum usque ad stationem Romanam inferrent. Nox iam appetebat; id prohibuit munimenta adoriri; nec dissimulabant orta luce postero die facturos. Dictator ubi propiorem spe dimicationem vidit, ne militum virtuti damno locus esset, ignibus crebris relictis qui conspectum hostium frustrarentur, silentio legiones educit; nec tamen fallere propter propinquitatem castrorum potuit. Eques extemplo insecutus ita institit agmini ut, donec lucesceret, proelio abstineret; ne pedestres quidem copiae ante lucem castris egressae. Eques luce demum ausus incursare in hostem carpendo novissimos premendoque iniquis ad transitum locis agmen detinuit. Interim pedes equitem adsecutus et totis iam copiis Samnis urgebat. Tum dictator, postquam sine magno incommodo progredi non poterat, eum ipsum in quo constiterat locum castris dimetari iussit. Id vero circumfuso undique equitatu ut vallum peteretur opusque inciperet fieri non poterat. Itaque ubi neque eundi neque manendi copiam esse videt, instruit aciem impedimentis ex agmine remotis. Instruunt contra et hostes et animis et viribus pares. Auxerat id maxime animos quod ignari loco iniquo, non hosti cessum, velut fugientes ac territos terribiles ipsi secuti fuerant. Id aliquamdiu aequavit pugnam iam pridem desueto Samnite clamorem Romani exercitus pati; et hercule illo die ab hora diei tertia ad octavam ita anceps dicitur certamen stetisse ut neque clamor, ut primo semel concursu est sublatus, iteratus sit neque signa promota loco retrove recepta neque recursum ab ulla sit parte. In suo quisque gradu obnixi, urgentes scutis, sine respiratione ac respectu pugnabant; fremitus aequalis tenorque idem pugnae in defatigationem ultimam aut noctem spectabat. Iam viris vires, iam ferro sua vis, iam consilia ducibus deerant, cum subito Samnitium equites, cum turma una longius provecta accepissent impedimenta Romanorum procul ab armatis sine praesidio, sine munimento stare, aviditate praedae impetum faciunt. Quod ubi dictatori trepidus nuntius attulit, 'sine modo' inquit, 'sese praeda praepediant.' alii deinde super alios diripi passim ferrique fortunas militum vociferabantur. Tum magistro equitum accito 'vides tu' inquit, 'M. Fabi, ab hostium equite omissam pugnam? Haerent impediti impedimentis nostris. Adgredere, quod inter praedandum omni multitudini evenit, dissipatos raros equis insidentes, raros, quibus ferrum in manu sit, invenies equosque dum praeda onerant, caede inermes cruentamque illis praedam redde. Mihi legiones peditumque pugna curae erunt; penes te equestre sit decus.'

Traduzione all'italiano


L'anno seguente, durante il consolato di Quinto Fabio e di Lucio Fulvio, per la minaccia di una guerra più grave con i Sanniti (che si diceva avessero raccolto una milizia mercenaria assoldandola tra le popolazioni dei dintorni), il dittatore Aulo Cornelio Arvina e il maestro di cavalleria Marco Fabio Ambusto con un'energica leva militare formarono un eccellente esercito che condussero contro i Sanniti. Si erano accampati in territorio nemico senza quasi preoccuparsi della loro posizione, come se gli avversari fossero stati a miglia di distanza, quando all'improvviso arrivarono le legioni dei Sanniti che avanzarono con tanta sicurezza da arrivare a costruire la trincea nei pressi dei posti di guardia romani. Ormai stava per calare la notte, e questo impedì loro di assaltare le difese dei Romani. Ma non nascondevano affatto l'intenzione di farlo il giorno successivo, alle prime luci dell'alba. Il dittatore, quando vide che lo scontro era più vicino di quanto si aspettasse, nel timore che la posizione svantaggiosa nuocesse al valore dei suoi uomini, lasciò dietro di sé molti fuochi accesi la cui vista ingannasse il nemico, e in silenzio portò fuori le legioni. Ma la vicinanza dei due accampamenti gli impedì di passare inosservato. La cavalleria sannita, gettatasi immediatamente all'inseguimento, tenne sotto pressione l'esercito in marcia, pur senza arrivare allo scontro, fino a quando non fu giorno. Nemmeno la fanteria uscì dall'accampamento prima dell'alba. Alla fine, quando sorse il sole, la cavalleria si spinse ad attaccare i Romani: agganciandone la retroguardia e incalzandoli in corrispondenza di passaggi difficili ne rallentò la marcia. Nel frattempo la fanteria seguì la cavalleria e ormai i Sanniti premevano con tutte le loro forze. Allora il dittatore, rendendosi conto di non poter avanzare se non a prezzo di gravi disagi, ordinò di porre l'accampamento nello stesso punto in cui si era fermato. Ma, circondati com'erano dalla cavalleria nemica, non fu loro possibile andare in cerca di legname per la palizzata e iniziare i lavori di fortificazione. E così, quando vide che non gli era possibile né avanzare né accamparsi, Cornelio schierò l'esercito in ordine di battaglia, dopo aver spostato i carriaggi dalla linea d'attacco. Si schierano anche i nemici, con pari forze e determinazione. Ciò che più di ogni altra cosa ne accresceva l'animosità era questo: ignorando che i Romani si erano ritirati di fronte non al nemico ma a una posizione svantaggiosa, pensavano che avessero ripiegato per paura. Questa convinzione per qualche tempo mantenne in equilibrio la battaglia, benché da anni ormai i Sanniti non riuscissero a sostenere nemmeno l'urlo di guerra dell'esercito romano. E, per Ercole, si dice che quel giorno, dall'ora terza all'ottava, l'esito dello scontro fu così incerto, che l'urlo di battaglia non venne rinnovato dopo quello che diede inizio al combattimento, che le insegne non vennero spostate in avanti né ritirate nelle retrovie e che da una parte e dall'altra non vi furono cedimenti, in alcun punto. Ciascuno combatteva restando fermo al proprio posto, opponendo gli scudi agli scudi, senza tirare il fiato e senza fermarsi a guardare indietro. Il fremito inesausto e l'andamento costante della battaglia facevano pensare che solo la fine delle energie o il calare della notte avrebbero posto termine allo scontro. Ormai agli uomini venivano meno le forze, alle spade la tempra abituale, ai comandanti le idee: quand'ecco che all'improvviso i cavalieri sanniti, appreso da un loro squadrone spintosi più avanti che le salmerie romane si trovavano lontane dagli uomini armati e non erano protette da guarnigioni o da dispositivi di difesa, si gettarono all'assalto spinti dall'avidità di bottino. Quando un messaggero trafelato riferì la cosa al dittatore, questi disse: "Lasciate pure che si appesantiscano con la preda". Arrivarono poi altri messaggeri e altri ancora, a riferire che i nemici stavano saccheggiando e portando via i beni dei soldati. Allora, convocato il maestro di cavalleria, gli disse: "Ma non vedi, o Marco Fabio, che i cavalieri nemici hanno smesso di combattere? Sono rimasti invischiati alle nostre salmerie. Aggrediscili mentre sono dispersi, come tutti i soldati occupati a razziare! Ne troverai pochi in sella, pochi con la spada in pugno. Mentre stanno caricando di bottino se stessi e i propri cavalli, massacrali, inermi come sono, copri di sangue il loro bottino. Io mi occuperò delle legioni e delle manovre dei fanti: sia tuo l'onore della battaglia equestre!".