Traduzione di Paragrafo 37, Libro 8 di Livio

Versione originale in latino


Dictator triumphans urbem est ingressus; et cum se dictatura abdicare vellet, iussu patrum priusquam abdicaret consules creavit C. Sulpicium Longum iterum Q. Aemilium Cerretanum. Samnites infecta pace quia de condicionibus agebatur indutias annuas ab urbe rettulerunt; nec earum ipsarum sancta fides fuit; adeo, postquam Papirium abisse magistratu nuntiatum est, arrecti ad bellandum animi sunt. C. Sulpicio Q. Aemilio Aulium quidam annales habent consulibus ad defectionem Samnitium Apulum novum bellum accessit. Utroque exercitus missi. Sulpicio Samnites, Apuli Aemilio sorte evenerunt. Sunt qui non ipsis Apulis bellum inlatum sed socios eius gentis populos ab Samnitium vi atque iniuriis defensos scribant; ceterum fortuna Samnitium, vix a se ipsis eo tempore propulsantium bellum, propius ut sit vero facit non Apulis ab Samnitibus arma inlata sed cum utraque simul gente bellum Romanis fuisse. Nec tamen res ulla memorabilis acta; ager Apulus Samniumque evastatum; hostes nec hic nec illic inventi. Romae nocturnus terror ita ex somno trepidam repente civitatem excivit ut Capitolium atque arx moeniaque et portae plena armatorum fuerint; et cum concursatum clamatumque ad arma omnibus locis esset, prima luce nec auctor nec causa terroris comparuit. Eodem anno de Tusculanis Flavia rogatione populi fuit iudicium. M. Flavius tribunus plebis tulit ad populum ut in Tusculanos animadverteretur, quod eorum ope ac consilio Veliterni Privernatesque populo Romano bellum fecissent. Populus Tusculanus cum coniugibus ac liberis Romam venit. Ea multitudo veste mutata et specie reorum tribus circuit genibus se omnium advolvens; plus itaque misericordia ad poenae veniam impetrandam quam causa ad crimen purgandum valuit. Tribus omnes praeter Polliam antiquarunt legem: Polliae sententia fuit puberes verberatos necari, coniuges liberosque sub corona lege belli venire. Memoriam eius irae Tusculanis in poenae tam atrocis auctores mansisse ad patrum aetatem constat nec quemquam ferme ex Pollia tribu candidatum Papiriam ferre solitum.

Traduzione all'italiano


Il dittatore entrò a Roma in trionfo. Avrebbe voluto rinunciare alla carica, ma per ordine del senato, prima di abdicare, nominò consoli Gaio Sulpicio Longo (eletto per la terza volta) e Quinto Emilio Cerretano. I Sanniti, in disaccordo sui termini del trattato, partirono da Roma senza avere concluso la pace, ma ottenendo una tregua annuale. Neppure quest'ultima essi rispettarono lealmente: quando appresero che Papirio era uscito di carica si sentirono incoraggiati a riprendere le armi. Durante il consolato di Gaio Sulpicio e di Quinto Emilio - alcuni annali riportano Aulio -, alla defezione dei Sanniti si aggiunse una nuova guerra con gli Apuli. A Sulpicio toccarono i Sanniti, a Emilio gli Apuli. Alcuni storici scrivono che la guerra non fu combattuta propriamente contro gli Apuli, bensì in difesa di popoli loro alleati minacciati dalla violenza e dalle offese dei Sanniti. Ma le condizioni di questi ultimi, che in quel periodo erano a malapena in grado di respingere la guerra dal loro territorio, rendono più verosimile che non siano stati loro ad attaccare gli Apuli, ma che i Romani abbiano combattuto contemporaneamente l'uno e l'altro popolo. Ciò non ostante non ci furono scontri degni di essere menzionati. I Romani devastarono il territorio degli Apuli e dei Sanniti, senza mai incontrare nemici in entrambe le zone. A Roma un allarme notturno svegliò all'improvviso la popolazione, spaventandola al punto che Campidoglio, cittadella, mura e porte si riempirono di armati. E dopo che in ogni parte della città si corse e si gridò "Alle armi!", alle prime luci del giorno non si scoprirono né l'autore né la causa di quel panico. Nel corso di quello stesso anno, su proposta del tribuno della plebe Marco Flavio, i Tuscolani vennero giudicati di fronte al popolo. Il tribuno propose di punire gli abitanti di Tuscolo per aver offerto aiuto e consigli a Veliterni e Privernati nella guerra contro il popolo romano. I cittadini di Tuscolo vennero a Roma con mogli e figli. Questa massa di persone, vestite da supplici e con l'aspetto di imputati, fece il giro delle tribù, gettandosi alle ginocchia di tutti. E così accadde che la compassione suscitata fu più efficace nell'ottenere la remissione della pena di quanto non lo fossero gli argomenti usati per scagionare i Tuscolani dalle accuse. Tutte le tribù, salvo la Pollia, respinsero la proposta. La Pollia votò invece che gli uomini in età adulta venissero fustigati e passati per le armi, e che mogli e figli venissero venduti all'asta attenendosi alla legge di guerra. È noto che fino al tempo dei nostri padri i cittadini di Tuscolo mantennero vivo il ricordo di una proposta tanto atroce, e che di solito un candidato della tribù Pollia non riusciva mai a ottenere il voto favorevole da parte della Papiria.