Traduzione di Paragrafo 31, Libro 8 di Livio

Versione originale in latino


Fabius contione extemplo advocata obtestatus milites est ut, qua virtute rem publicam ab infestissimis hostibus defendissent, eadem se cuius ductu auspicioque vicissent ab impotenti crudelitate dictatoris tutarentur: venire amentem invidia, iratum virtuti alienae felicitatique; furere quod se absente res publica egregie gesta esset; malle, si mutare fortunam posset, apud Samnites quam Romanos victoriam esse; imperium dictitare spretum, tamquam non eadem mente pugnari vetuerit qua pugnatum doleat. Et tunc invidia impedire virtutem alienam voluisse cupidissimisque arma ablaturum fuisse militibus, ne se absente moveri possent; et nunc id furere, id aegre pati, quod sine L. Papirio non inermes, non manci milites fuerint, quod se Q. Fabius magistrum equitum duxerit ac non accensum dictatoris. Quid illum facturum fuisse, si, quod belli casus ferunt Marsque communis, adversa pugna evenisset, qui sibi devictis hostibus, re publica bene gesta ita ut non ab illo unico duce melius geri potuerit, supplicium magistro equitum tunc victori minetur? Neque illum magistro equitum infestiorem quam tribunis militum, quam centurionibus, quam militibus esse. Si posset, in omnes saeviturum fuisse: quia id nequeat, in unum saevire. Etenim invidiam tamquam ignem summa petere; in caput consilii, in ducem incurrere; si se simul cum gloria rei gestae exstinxisset, [tunc victorem] velut in capto exercitu dominantem quidquid licuerit in magistro equitum in militibus ausurum. Proinde adessent in sua causa omnium libertati. Si consensum exercitus eundem qui in proelio fuerit in tuenda victoria videat et salutem unius omnibus curae esse, inclinaturum ad clementiorem sententiam animum. Postremo se vitam fortunasque suas illorum fidei virtutique permittere.

Traduzione all'italiano


Convocata immediatamente l'adunata, Fabio implorò i soldati di difenderlo - sotto i suoi auspici, sotto il suo comando essi avevano conquistato la vittoria - dalla crudeltà implacabile del dittatore con quello stesso coraggio con il quale avevano difeso lo Stato dai peggiori nemici. Il dittatore arrivava pazzo di invidia ed esasperato per l'eroismo e il successo di un altro. Era furente per il fatto che la repubblica avesse conquistato una vittoria memorabile in sua assenza. Se avesse potuto intervenire sulla sorte, avrebbe preferito che la vittoria fosse andata ai Sanniti piuttosto che ai Romani. Continuava a ripetere che la sua autorità era stata calpestata, come se non avesse vietato di combattere con quella stessa disposizione d'animo con la quale si rammaricava che si fosse combattuto: allora aveva voluto soffocare per invidia il valore altrui, e avrebbe strappato le armi ai soldati più impazienti di combattere, perché non si potessero muovere durante la sua assenza; adesso era furibondo e non riusciva a tollerare che anche senza Lucio Papirio agli uomini non fossero mancate né le armi né le capacità, e che Quinto Fabio si fosse comportato da maestro di cavalleria e non da appendice del dittatore. Che cosa avrebbe fatto se i casi della guerra e le sorti comuni della battaglia avessero dato un esito sfavorevole, lui che minacciava di punire il maestro di cavalleria uscito vincitore, non ostante questi avesse sbaragliato i nemici e condotto le operazioni in maniera che mai avrebbero potuto avere esito migliore, nemmeno se guidate da quel-l'unico condottiero? Quell'uomo odiava il maestro di cavalleria non meno di quanto odiasse i tribuni militari, i centurioni e i soldati. Se avesse potuto, si sarebbe scatenato contro tutti: dato che non poteva farlo, si scatenava contro un unico soggetto. La verità è che l'invidia, come il fuoco, tende verso l'alto: si avventava contro il responsabile dell'iniziativa, contro il comandante. Se assieme a Fabio fosse riuscito ad annientare anche la gloria della sua vittoria, allora, come un vincitore nei confronti di un esercito fatto prigioniero, avrebbe osato contro i soldati qualsiasi atto di crudeltà gli fosse stato concesso infliggere al maestro di cavalleria. Che dunque difendessero la sua causa per difendere la libertà di tutti. Se il dittatore avesse visto che nel difendere la vittoria gli uomini mostravano lo stesso spirito di coesione messo in mostra in battaglia, e che a tutti stava a cuore la salvezza di uno solo di essi, si sarebbe rivolto a più miti consigli. In conclusione Fabio affidava la propria vita e la propria sorte alla loro lealtà e al loro coraggio.