Traduzione di Paragrafo 30, Libro 8 di Livio

Versione originale in latino


In Samnium incertis itum auspiciis est; cuius rei vitium non in belli eventum, quod prospere gestum est, sed in rabiem atque iras imperatorum vertit. Namque Papirius dictator a pullario monitus cum ad auspicium repetendum Romam proficisceretur, magistro equitum denuntiavit ut sese loco teneret neu absente se cum hoste manum consereret. Q. Fabius cum post profectionem dictatoris per exploratores comperisset perinde omnia soluta apud hostes ac si nemo Romanus in Samnio esset, seu ferox adulescens indignitate accensus quod omnia in dictatore viderentur reposita esse seu occasione bene gerendae rei inductus, exercitu instructo paratoque profectus ad Imbrinium ita vocant locum acie cum Samnitibus conflixit. Ea fortuna pugnae fuit ut nihil relictum sit quo, si adfuisset dictator, res melius geri potuerit; non dux militi, non miles duci defuit. Eques etiam auctore L. Cominio tribuno militum, qui aliquotiens impetu capto perrumpere non poterat hostium agmen, detraxit frenos equis atque ita concitatos calcaribus permisit ut sustinere eos nulla vis posset; per arma, per viros late stragem dedere; secutus pedes impetum equitum turbatis hostibus intulit signa. Viginti milia hostium caesa eo die traduntur. Auctores habeo bis cum hoste signa conlata dictatore absente, bis rem egregie gestam; apud antiquissimos scriptores una haec pugna invenitur; in quibusdam annalibus tota res praetermissa est. Magister equitum ut ex tanta caede multis potitus spoliis congesta in ingentem acervum hostilia arma subdito igne concremavit, seu votum id deorum cuipiam fuit seu credere libet Fabio auctori eo factum ne suae gloriae fructum dictator caperet nomenque ibi scriberet aut spolia in triumpho ferret. Litterae quoque de re prospere gesta ad senatum non ad dictatorem missae argumentum fuere minime cum eo communicantis laudes. Ita certe dictator id factum accepit, ut laetis aliis victoria parta prae se ferret iram tristitiamque. Misso itaque repente senatu se ex curia proripuit, tum vero non Samnitium magis legiones quam maiestatem dictatoriam et disciplinam militarem a magistro equitum victam et eversam dictitans, si illi impune spretum imperium fuisset. Itaque plenus minarum iraeque profectus in castra, cum maximis itineribus isset, non tamen praevenire famam adventus sui potuit; praecucurrerant enim ab urbe qui nuntiarent dictatorem avidum poenae venire, alternis paene verbis T. Manli factum laudantem.

Traduzione all'italiano


La spedizione nel Sannio fu accompagnata da auspici incerti: la loro irregolarità non influì sull'esito finale della guerra (che fu condotta in maniera positiva), ma sull'animosità e sulla follia dei comandanti in capo. Il dittatore Papirio, infatti, messo in guardia dal custode dei polli sacri mentre stava partendo alla volta di Roma per rinnovare gli auspici, intimò al maestro di cavalleria di mantenersi sulle proprie posizioni e di non scontrarsi col nemico durante la sua assenza. Ma Quinto Fabio, quando - dopo la partenza del dittatore - venne a sapere dai suoi ricognitori che il nemico aveva completamente trascurato ogni tipo di vigilanza, come se non ci fosse stato nemmeno un Romano nel Sannio, sia perché, essendo un giovane impetuoso, era indignato all'idea che tutto il potere apparisse riposto nel dittatore, sia perché tentato dall'opportunità di assestare un colpo vincente, dopo aver fatto preparare l'esercito e averlo schierato in assetto di battaglia, partì alla volta di una località chiamata Imbrinio, dove si scontrò con i Sanniti. Quella battaglia ebbe un esito così favorevole che le cose non sarebbero potute in nessun modo andar meglio, anche se il dittatore fosse stato presente. Il comandante fu all'altezza dei soldati e i soldati del comandante. Anche i cavalieri, su suggerimento del tribuno dei soldati Lucio Cominio, dopo aver caricato alcune volte senza riuscire a fare breccia tra le schiere nemiche, tolsero le briglie ai cavalli e, piantando gli speroni, li slanciarono contro il nemico con un impeto tale che nessuna forza riuscì a contenerli, e abbatterono armi e uomini in lungo e in largo. La fanteria seguì la carica dei cavalieri e attaccò i nemici già sbandati. Si tramanda che quel giorno vennero uccisi ventimila nemici. Presso alcuni autori ho trovato che, durante l'assenza del dittatore, Quinto Fabio combatté due volte con il nemico, e che in entrambi i casi ottenne brillanti vittorie. Gli storici più antichi riportano invece quest'unica battaglia, mentre in taluni annali manca qualsiasi cenno in proposito. Il maestro di cavalleria, impossessatosi di moltissime spoglie dopo una strage di quelle proporzioni, fece un enorme mucchio delle armi nemiche e dopo avervi dato fuoco le ridusse in cenere: lo fece o per adempiere a un voto fatto a un qualche dio, o - se si vuol credere alla versione di Fabio - per evitare che il dittatore si appropriasse del frutto della sua gloria, iscrivendo il proprio nome sulle armi spogliate e portandole con sé in trionfo. Inoltre il resoconto della vittoria inviato da Fabio al senato e non al dittatore dimostrò che egli non voleva affatto dividere la propria gloria con il dittatore. In ogni caso, mentre gli altri salutavano con entusiasmo la vittoria, il dittatore accolse la notizia mostrandosi triste e risentito. E così, dopo aver frettolosamente congedato il senato, uscì di corsa dalla curia, continuando a dire che in quella battaglia, più delle legioni sannite, sarebbero state sconfitte dal maestro di cavalleria l'autorità del dittatore e la disciplina militare, se fosse rimasto impunito il suo disprezzo verso gli ordini ricevuti. E così, schiumando rabbia e minacce, partì alla volta dell'accampamento. Tuttavia, pur avendo coperto la distanza il più veloce possibile, non riuscì a evitare che la notizia del suo arrivo lo precedesse. Infatti erano in precedenza partiti da Roma dei corrieri per avvertire che stava arrivando il dittatore assetato di vendetta e con in bocca quasi a ogni parola un elogio per il comportamento di Tito Manlio.