Traduzione di Paragrafo 27, Libro 8 di Livio

Versione originale in latino


Aliud subinde bellum cum alterius orae Graecis exortum. Namque Tarentini cum rem Palaepolitanam vana spe auxilii aliquamdiu sustinuissent, postquam Romanos urbe potitos accepere, velut destituti ac non qui ipsi destituissent, increpare Palaepolitanos, ira atque invidia in Romanos furere, eo etiam quod Lucanos et Apulos nam utraque eo anno societas coepta est in fidem populi Romani venisse allatum est: quippe propemodum perventum ad se esse iamque in eo rem fore ut Romani aut hostes aut domini habendi sint. Discrimen profecto rerum suarum in bello Samnitium eventuque eius verti; eam solam gentem restare nec eam ipsam satis validam, quando Lucanus defecerit; quem revocari adhuc impellique ad abolendam societatem Romanam posse, si qua ars serendis discordiis adhibeatur. Haec consilia cum apud cupidos rerum novandarum valuissent, ex iuventute quidam Lucanorum pretio adsciti, clari magis inter populares quam honesti, inter se mulcati ipsi virgis, cum corpora nuda intulissent in civium coetum, vociferati sunt se, quod castra Romana ingredi ausi essent, a consulibus virgis caesos ac prope securi percussos esse. Deformis suapte natura res cum speciem iniuriae magis quam doli prae se ferret, concitati homines cogunt clamore suo magistratus senatum vocare; et alii circumstantes concilium bellum in Romanos poscunt, alii ad concitandam in arma multitudinem agrestium discurrunt, tumultuque etiam sanos consternante animos decernitur ut societas cum Samnitibus renovaretur, legatique ad eam rem mittuntur. Repentina res quia quam causam nullam tam ne fidem quidem habebat, coacti a Samnitibus et obsides dare et praesidia in loca munita accipere, caeci fraude et ira nihil recusarunt. Dilucere deinde brevi fraus coepit postquam criminum falsorum auctores Tarentum commigravere; sed amissa omni de se potestate nihil ultra quam ut paeniteret frustra restabat.

Traduzione all'italiano


Sùbito dopo scoppiò un'altra guerra con i Greci della costa orientale. Infatti i Tarentini, dopo aver per qualche tempo sostenuto la causa dei Paleopolitani con vane speranze di aiuto, quando vennero a sapere che i Romani si erano impossessati della città, quasi non avessero essi stessi abbandonato i Paleopolitani ma fossero stati abbandonati, inveirono contro questi ultimi, spinti da rabbia e invidia verso i Romani, specialmente quando arrivò la notizia che Lucani e Apuli si erano messi sotto la protezione del popolo romano (e infatti quell'anno era stata stipulata un'alleanza con l'uno e l'altro popolo). Sostenevano che i Romani erano ormai giunti quasi a Taranto e che presto essi si sarebbero trovati nella condizione di avere i Romani o come nemici o come padroni. Era chiaro che la loro sorte dipendeva dall'esito della guerra coi Sanniti: questo era l'unico popolo che continuava a resistere, e non era sufficientemente forte per i Romani, vista la defezione dei Lucani. Ma questi ultimi li si poteva ancora far recedere dalla loro decisione e indurli a ripudiare l'allenza coi Romani, qualora si fosse fatto ricorso a un po' di astuzia nel seminare discordie. Siccome queste tesi ebbero la meglio presso quanti miravano a rivolgimenti politici, vennero corrotti alcuni giovani lucani (famosi tra i propri concittadini più di quanto non fossero onesti): questi, dopo essersi colpiti a vicenda con dei bastoni, si presentarono nudi in pubblico gridando di essere stati fustigati per ordine dei consoli e di aver rischiato l'esecuzione solo per aver osato entrare nell'accampamento romano. Siccome quello spettacolo, effettivamente raccapricciante, dava l'impressione di essere più un atto di violenza che un inganno, la folla eccitata costrinse i magistrati a convocare il senato. Alcuni chiedevano a gran voce la guerra contro i Romani, altri invece si sparpagliarono da una parte e dall'altra per spingere le masse rurali a prendere le armi; e dato che quel clima di agitazione aveva fatto perdere la testa anche ai più assennati, fu votato di rinnovare l'alleanza con i Sanniti, inviando ambasciatori per mettere in atto la deliberazione. Ma siccome l'iniziativa non aveva ragioni plausibili e non dava garanzie, i Tarentini, costretti dai Sanniti a consegnare ostaggi e ad accettare guarnigioni armate all'interno delle loro piazzeforti, accecati com'erano dal raggiro e dalla rabbia accettarono tutte le condizioni. Poco dopo, ritiratisi a Taranto gli autori delle false accuse, l'inganno cominciò a venire alla luce. Ma avendo ormai perso ogni libertà d'azione, non restava loro altro che pentirsi invano.