Traduzione di Paragrafo 20, Libro 8 di Livio

Versione originale in latino


Duobus consularibus exercitibus cum obsideretur, alter consul comitiorum causa Romam revocatus. Carceres eo anno in circo primum statuti. Nondum perfunctos cura Privernatis belli tumultus Gallici fama atrox invasit, haud ferme unquam neglecta patribus. Extemplo igitur consules novi, L. Aemilius Mamercinus et C. Plautius, eo ipso die, Kalendis Quinctilibus, quo magistratum inierunt, comparare inter se provincias iussi, Mamercinus, cui Gallicum bellum evenerat, scribere exercitum sine ulla vacationis venia; quin opificum quoque volgus et sellularii, minime militiae idoneum genus, exciti dicuntur; Veiosque ingens exercitus contractus, ut inde obviam Gallis iretur; longius discedi, ne alio itinere hostis falleret ad urbem incedens, non placuit. Paucos deinde post dies satis explorata temporis eius quiete a Gallis Privernum omnis conversa vis. Duplex inde fama est: alii vi captam urbem Vitruviumque vivum in potestatem venisse: alii priusquam ultima adhiberetur vis, ipsos se in deditionem consuli caduceum praeferentes permisisse auctores sunt Vitruviumque ab suis traditum. Senatus de Vitruvio Privernatibusque consultus consulem Plautium dirutis Priverni muris praesidioque valido imposito ad triumphum accersit: Vitruvium in carcere adservari iussit quoad consul redisset, tum verberatum necari: aedes eius, quae essent in Palatio, diruendas, bona Semoni Sango censuerunt consecranda. Quodque aeris ex eis redactum est, ex eo aenei orbes facti positi in sacello Sangus adversus aedem Quirini. De senatu Privernate ita decretum, ut qui senator Priverni post defectionem ab Romanis mansisset trans Tiberim lege eadem qua Veliterni habitaret. His ita decretis usque ad triumphum Plauti silentium de Privernatibus fuit; post triumphum consul necato Vitruvio sociisque eius noxae apud satiatos iam suppliciis nocentium tutam mentionem de Privernatibus ratus, 'quoniam auctores defectionis' inquit, 'meritas poenas et ab dis immortalibus et a vobis habent, patres conscripti, quid placet de innoxia multitudine fieri? Equidem, etsi meae partes exquirendae magis sententiae quam dandae sunt, tamen, cum videam Privernates vicinos Samnitibus esse, unde nunc nobis incertissima pax est, quam minimum irarum inter nos illosque relinqui velim'.

Traduzione all'italiano


Mentre Priverno era assediata dai due eserciti consolari, l'altro console venne richiamato a Roma per presiedere le elezioni. In quell'anno vennero allestiti per la prima volta dei recinti per i cavalli nel circo. Le preoccupazioni per la guerra contro Priverno non si erano ancora esaurite, quando arrivò la grave notizia di una sollevazione dei Galli: un annunzio che quasi mai veniva trascurato dai senatori. E così i due nuovi consoli Lucio Emilio Mamercino e Gaio Plauzio, lo stesso giorno in cui erano entrati in carica (le calende di luglio), ricevettero disposizione di dividere tra loro le missioni: a Mamercino, cui era toccata la campagna contro i Galli, fu ordinato di tenere la leva militare senza concedere alcun tipo di esenzione. Anzi, si racconta che vennero chiamati in massa anche gli operai e gli artigiani sedentari, gente per nulla adatta al servizio militare. A Veio venne concentrato un enorme esercito, per muovere di lì contro i Galli. Si decise però di non spingersi oltre, per timore che il nemico ingannasse tutti dirigendosi a Roma per un'altra via. E così, siccome dopo pochi giorni fu abbastanza evidente che i Galli restavano per ora tranquilli, tutta la forza venne concentrata su Priverno. Da questo momento in poi si ha una duplice versione dei fatti: alcuni storici sostengono che la città venne presa con la forza e che Vitruvio fu catturato vivo; altri invece che, prima dell'assalto finale, il popolo stesso uscì dalle mura e recando il ramoscello della pace si arrese nelle mani del console, consegnando Vitruvio. Il senato, consultato in merito al destino di Vitruvio e dei Privernati, ordinò al console Plauzio di radere al suolo le mura di Priverno, di lasciarvi una robusta guarnigione e di tornare a Roma in trionfo. Quanto a Vitruvio avrebbe dovuto rimanere in carcere fino al ritorno del console, e quindi essere fustigato a morte. Fu disposto che la sua casa sul Palatino venisse rasa al suolo, mentre i suoi beni vennero consacrati a Semone Sango. Col denaro ricavato dalla loro vendita vennero forgiati anelli di bronzo che furono collocati nel santuario di Semone, di fronte al tempio di Quirino. Quanto al senato di Priverno, fu deciso che tutti i senatori rimasti in città dopo la defezione da Roma avrebbero dovuto stabilirsi al di là del Tevere, alle stesse condizioni riservate ai Veliterni. Prese queste decisioni, fino al momento del trionfo di Plauzio non si parlò più dei Privernati. Dopo il trionfo il console fece uccidere Vitruvio e i suoi complici; pensando che di fronte a uomini ormai saziati dalle pene toccate ai responsabili di quel crimine si potesse affrontare serenamente la questione dei Privernati, parlò in questi termini: "Visto che i responsabili della defezione hanno avuto giuste pene tanto dagli dèi immortali quanto da voi, senatori, che cosa avete intenzione di fare circa la massa incolpevole? Quanto a me, anche se mi spetta più chiedere che non dare pareri, tuttavia, vedendo che i Privernati sono vicini ai Sanniti con i quali i nostri rapporti di pace sono attualmente precari, vorrei che tra noi e loro restassero meno motivi di risentimento possibile".