Traduzione di Paragrafo 2, Libro 8 di Livio

Versione originale in latino


T. Aemilius praetor senatum consuluisset reddendumque iis foedus patres censuissent, praetor Samnitibus respondit nec, quo minus perpetua cum eis amicitia esset, per populum Romanum stetisse nec contradici quin, quoniam ipsos belli culpa sua contracti taedium ceperit, amicitia de integro reconcilietur; quod ad Sidicinos attineat, nihil intercedi quo minus Samniti populo pacis bellique liberum arbitrium sit. Foedere icto cum domum revertissent extemplo inde exercitus Romanus deductus annuo stipendio et trium mensum frumento accepto, quod pepigerat consul ut tempus indutiis daret quoad legati redissent. Samnites copiis iisdem, quibus usi adversus Romanum bellum fuerant, contra Sidicinos profecti haud in dubia spe erant mature urbis hostium potiundae, cum ab Sidicinis deditio prius ad Romanos coepta fieri est. Dein, postquam patres ut seram eam ultimaque tandem necessitate expressam aspernabantur, ad Latinos iam sua sponte in arma motos facta est. Ne Campani quidem adeo iniuriae Samnitium quam beneficii Romanorum memoria praesentior erat his se armis abstinuere. Ex his tot populis unus ingens exercitus duce Latino fines Samnitium ingressus plus populationibus quam proeliis cladium fecit; et quamquam superiores certaminibus Latini erant, haud inviti, ne saepius dimicandum foret, agro hostium excessere. Id spatium Samnitibus datum est Romam legatos mittendi; qui cum adissent senatum, conquesti eadem se foederatos pati quae hostes essent passi, precibus infimis petiere ut satis ducerent Romani victoriam quam Samnitibus ex Campano Sidicinoque hoste eripuissent; ne vinci etiam se ab ignavissimis populis sinerent; Latinos Campanosque, si sub dicione populi Romani essent, pro imperio arcerent Samniti agro: sin imperium abnuerent, armis coercerent. Adversus haec responsum anceps datum, quia fateri pigebat in potestate sua Latinos iam non esse timebantque ne arguendo abalienarent: Campanorum aliam condicionem esse, qui non foedere sed per deditionem in fidem venissent; itaque Campanos, seu velint seu nolint, quieturos; in foedere Latinos nihil esse quod bellare cum quibus ipsi velint prohibeant.

Traduzione all'italiano


Il pretore Tito Emilio consultò il senato riguardo le richieste dei Sanniti, e avendo i senatori deciso di rinnovare il trattato di alleanza con loro, il pretore rispose agli inviati che non era colpa del popolo romano se i rapporti di amicizia si erano interrotti, e che siccome erano stati i Sanniti stessi a pentirsi di una guerra iniziata per colpa loro, non c'erano ostacoli a una ripresa delle relazioni amichevoli. Quanto ai Sidicini, i Romani non intendevano interferire nell'autonomia che il popolo sannita aveva in fatto di pace e di guerra. Quando gli inviati sanniti rientrarono in patria a séguito della ratifica del trattato, l'esercito romano venne immediatamente richiamato da quella zona, dopo aver ricevuto lo stipendio di un anno e razioni di viveri per tre mesi (il console aveva stabilito che questo fosse il prezzo giusto di una tregua, almeno fino al rientro degli ambasciatori). I Sanniti marciarono contro i Sidicini con le stesse truppe che avevano utilizzato nella guerra con Roma, ed erano convinti di impossessarsi della città nemica in breve tempo: ma i Sidicini tentarono di anticiparli arrendendosi ai Romani. Quando però i senatori ebbero rifiutato la loro resa giudicandola troppo tardiva e frutto solo della più disperata necessità, si rivolsero ai Latini che si erano già preparati a muovere guerra di loro spontanea volontà. Ma neppure i Campani - tanto più vivo era in loro il ricordo dell'affronto subito dai Sanniti che del beneficio ricevuto dai Romani - si astennero dall'unirsi alla spedizione. Un grande esercito formato da quei popoli e agli ordini di un comandante latino invase il territorio dei Sanniti, causando più danni con le sue razzie che in campo di battaglia. E sebbene i Latini avessero la meglio in ogni scontro, non furono affatto contrari all'idea di abbandonare il territorio nemico, per evitare di dover combattere così spesso. I Sanniti ebbero perciò tempo di inviare degli ambasciatori a Roma. Una volta ammessi al cospetto del senato, essi si lamentarono di ricevere, in qualità di alleati, lo stesso trattamento che era stato loro riservato quando erano nemici, e implorarono umilmente i Romani di accontentarsi di strappare ai Sanniti la vittoria conquistata su Campani e Sidicini, non permettendo però che essi fossero vinti dai più codardi dei popoli. Se Latini e Campani erano sottomessi ai Romani, che allora i Romani li costringessero con l'autorità ad astenersi dall'invadere il territorio sannita; se invece rifiutavano tale autorità, li convincessero allora con la forza. A queste parole i Romani replicarono in termini ambigui: erano imbarazzati a dover ammettere che ormai i Latini non erano più sotto il loro controllo, e temevano, accusandoli, di provocarne il definitivo distacco. I Campani si trovavano invece in condizione diversa, essendo entrati nella loro sfera di influenza non con un trattato, ma a séguito di una resa. Pertanto i Campani avrebbero dovuto, volenti o nolenti, rimanere tranquilli. Nel trattato stretto con i Latini non c'era invece clausola che impedisse a quel popolo di combattere contro chi avesse voluto.