Traduzione di Paragrafo 15, Libro 8 di Livio

Versione originale in latino


C. Sulpicio Longo P. Aelio Paeto consulibus, cum omnia non opes magis Romanae quam beneficiis parta gratia bona pace obtineret, inter Sidicinos Auruncosque bellum ortum. Aurunci, T. Manlio consule in deditionem accepti, nihil deinde moverant; eo petendi auxilii ab Romanis causa iustior fuit. Sed priusquam consules ab urbe iusserat enim senatus defendi Auruncos exercitum educerent, fama adfertur Auruncos metu oppidum deseruisse profugosque cum coniugibus ac liberis Suessam communisse, quae nunc Aurunca appellatur, moenia antiqua eorum urbemque ab Sidicinis deletam. Ob ea infensus consulibus senatus, quorum cunctatione proditi socii essent, dictatorem dici iussit. Dictus C. Claudius Inregillensis magistrum equitum C. Claudium Hortatorem dixit. Religio inde iniecta de dictatore et, cum augures vitio creatum videri dixissent, dictator magisterque equitum se magistratu abdicarunt. Eo anno Minucia Vestalis, suspecta primo propter mundiorem iusto cultum, insimulata deinde apud pontifices ab indice servo, cum decreto eorum iussa esset sacris abstinere familiamque in potestate habere, facto iudicio viva sub terram ad portam Collinam dextra viam stratam defossa Scelerato campo; credo ab incesto id ei loco nomen factum. Eodem anno Q. Publilius Philo praetor primum de plebe adversante Sulpicio consule, qui negabat rationem eius se habiturum, est factus senatu, cum in summis imperiis id non obtinuisset, minus in praetura tendente.

Traduzione all'italiano


Durante il consolato di Gaio Sulpicio Longo e di Publio Elio Peto, mentre tutti i popoli, più per la gratitudine guadagnata dai Romani con la generosità di comportamento che per la paura suscitata dalla loro potenza, non prendevano iniziative, scoppiò una guerra tra Sidicini e Aurunci. Gli Aurunci, arresisi durante il consolato di Tito Manlio, da allora non erano più stati motivo di preoccupazione, e proprio per questo avevano tutti i diritti di aspettarsi assistenza militare da parte dei Romani. Ma prima che i consoli avessero fatto uscire l'esercito da Roma - il senato aveva infatti dato disposizione di intervenire a fianco degli Aurunci - cominciò a circolare la voce che essi in preda al panico avevano abbandonato la loro città e si erano rifugiati con mogli e figli a Suessa - oggi detta Aurunca -, difendendosi con fortificazioni; la loro vecchia città e le antiche mura erano state distrutte dai Sidicini. Il senato, adirato per queste notizie con i consoli, le cui esitazioni avevano consegnato gli alleati nelle mani del nemico, ordinarono di nominare un dittatore. La scelta cadde su Gaio Claudio Regillense che scelse come maestro di cavalleria Gaio Claudio Ortatore. Poi emerse uno scrupolo religioso sulla validità della nomina del dittatore: siccome gli àuguri dichiararono che la nomina non sembrava regolare, il dittatore e il maestro di cavalleria rinunciarono alla carica. Quell'anno la vestale Minucia, sospettata in prima istanza per un abbigliamento non adeguato alla posizione occupata, e poi accusata di fronte ai pontefici in base alla testimonianza di un servo, venne costretta da un decreto pontificale ad astenersi dai riti sacri e a tenere sotto la sua potestà gli schiavi. Processata e condannata, fu sepolta viva nei pressi della porta Collina, a destra della strada lastricata nel campo Scellerato (il cui nome credo derivi dalla trasgressione al voto di castità perpetrata dalla vestale). In quello stesso anno Quinto Publilio Filone fu il primo plebeo a essere eletto pretore, non ostante il console Sulpicio si fosse opposto alla nomina dichiarando di non essere disposto a considerare valida quell'elezione. Ma il senato, non essendo riuscito a ostacolare l'accesso dei candidati plebei alle più alte cariche, si mostrò meno ostinato nel caso della pretura.