Traduzione di Paragrafo 12, Libro 8 di Livio

Versione originale in latino


Ita bello gesto, praemiis poenaque pro cuiusque merito persolutis T. Manlius Romam rediit; cui venienti seniores tantum obviam exisse constat, iuventutem et tunc et omni vita deinde aversatam eum exsecratamque. Antiates in agrum Ostiensem Ardeatem Solonium incursiones fecerunt. Manlius consul quia ipse per valetudinem id bellum exsequi nequierat, dictatorem L. Papirium Crassum, qui tum forte erat praetor, dixit; ab eo magister equitum L. Papirius Cursor dictus. Nihil memorabile adversus Antiates ab dictatore gestum est, cum aliquot menses stativa in agro Antiati habuisset. Anno insigni victoria de tot ac tam potentibus populis, ad hoc consulum alterius nobili morte, alterius sicut truci ita claro ad memoriam imperio, successere consules Ti. Aemilius Mamercinus <q.> Publilius Philo, neque in similem materiam rerum, et ipsi aut suarum rerum aut partium in re publica magis quam patriae memores. Latinos ob iram agri amissi rebellantes in campis Fenectanis fuderunt castrisque exuerunt. Ibi Publilio, cuius ductu auspicioque res gestae erant, in deditionem accipiente Latinos populos, quorum ibi iuventus caesa erat, Aemilius ad Pedum exercitum duxit. Pedanos tuebatur Tiburs Praenestinus Veliternusque populus; venerant et ab Lanuvio Antioque auxilia. Ubi cum proeliis quidem superior Romanus esset, ad urbem ipsam Pedum castraque sociorum populorum, quae urbi adiuncta erant, integer labor restaret, bello infecto repente omisso consul, quia collegae decretum triumphum audivit, ipse quoque triumphi ante victoriam flagitator Romam rediit. Qua cupiditate offensis patribus negantibusque nisi Pedo capto aut dedito triumphum, hinc alienatus ab senatu Aemilius seditiosis tribunatibus similem deinde consulatum gessit. Nam neque, quoad fuit consul, criminari apud populum patres destitit, collega haudquaquam adversante quia et ipse de plebe erat materiam autem praebebat criminibus ager in Latino Falernoque agro maligne plebei divisus et postquam senatus finire imperium consulibus cupiens dictatorem adversus rebellantes Latinos dici iussit, Aemilius, [tum] cuius fasces erant, collegam dictatorem dixit; ab eo magister equitum Iunius Brutus dictus. Dictatura popularis et orationibus in patres criminosis fuit, et quod tres leges secundissimas plebei, adversas nobilitati tulit: unam, ut plebi scita omnes Quirites tenerent; alteram, ut legum quae comitiis centuriatis ferrentur ante initum suffragium patres auctores fierent; tertiam, ut alter utique ex plebe cum eo ventum sit ut utrumque plebeium fieri liceret censor crearetur. Plus eo anno domi acceptum cladis ab consulibus ac dictatore quam ex victoria eorum bellicisque rebus foris auctum imperium patres credebant.

Traduzione all'italiano


Dopo aver portato a termine la guerra in questa maniera e aver distribuito ricompense e punizioni in relazione ai meriti di ciascuno, Tito Manlio rientrò a Roma. Si dice che al suo arrivo gli andarono incontro soltanto gli anziani: i giovani, allora come per il resto dei suoi giorni, lo odiarono e lo maledirono. Gli Anziati effettuarono incursioni nei territori di Ostia, Ardea e Solonio. Il console Manlio, non avendo potuto seguire di persona questa campagna militare per ragioni di salute, nominò dittatore Lucio Papirio Crasso, il quale era allora in carica come pretore. Egli nominò a sua volta maestro di cavalleria Lucio Papirio Cursore. Contro gli Anziati il dittatore non compì nulla di straordinario, pur essendo rimasto accampato per alcuni mesi nel loro territorio. A un anno reso memorabile dalla vittoria su tanti popoli così potenti, nonché dalla morte gloriosa di uno dei due consoli e dalla severità dell'altro (tanto crudele quanto famosa nel corso dei secoli), seguì il consolato di Tiberio Emilio Mamercino e di Quinto Publilio Filone, i quali non ebbero tali opportunità e si preoccuparono più dei propri casi personali e degli interessi delle rispettive fazioni che del bene della patria. Adirati per la confisca del territorio, i Latini si ribellarono, ma vennero travolti nella pianura Fenectana dai consoli i quali tolsero loro l'accampamento. Mentre Publilio, sotto il cui comando e i cui auspici era stata condotta la campagna, stava accettando la resa dei popoli latini i cui soldati erano caduti in quello scontro, Emilio condusse l'esercito a Pedo. Gli abitanti di questa città erano sostenuti dai Tiburtini, dai Prenestini e dai Veliterni, mentre rinforzi erano anche arrivati da Lanuvio e da Anzio. Anche se i Romani si erano dimostrati superiori in più di una battaglia, ciò non ostante dovevano ancora essere avviate le operazioni per espugnare la città stessa di Pedo e gli accampamenti dei popoli alleati che si trovavano in prossimità della città. All'improvviso il console, appreso che al suo collega era stato concesso il trionfo, lasciò a metà le operazioni e rientrò a Roma pretendendo anche per se stesso il trionfo ancor prima di aver ottenuto la vittoria. I senatori, urtati da questa smaniosa ambizione, gli negarono il trionfo fino a quando non avesse conquistato Pedo o ne avesse ottenuto la resa; e da quel momento Emilio, risentito nei confronti del senato, svolse il consolato con lo spirito di un tribuno sedizioso. Infatti, fino a quando rimase in carica, non cessò mai di calunniare i senatori di fronte al popolo, senza che il collega - anch'egli di estrazione plebea - gli opponesse la minima resistenza. Offriva terreno alle accuse il fatto che la divisione dell'agro Latino e di quello Falerno era stata iniqua per i plebei. E quando il senato, desiderando porre fine al potere dei consoli, ordinò di nominare un dittatore da opporre ai Latini ribelli, Emilio, che in quel momento deteneva i fasci, nominò dittatore il collega, il quale a sua volta scelse Giunio Bruto come maestro di cavalleria. Il dittatore fu popolare sia per i discorsi pronunciati contro i patrizi, sia per aver fatto approvare tre leggi più che vantaggiose per la plebe ma contrarie alla nobiltà. La prima prevedeva che le deliberazioni della plebe vincolassero tutti i Quiriti. La seconda che i senatori ratificassero le proposte nei comizi centuriati prima che esse venissero sottoposte al voto. La terza che almeno uno dei censori fosse plebeo (siccome si era arrivati al punto da consentire che entrambi potessero essere plebei). Stando all'opinione dei patrizi, nel corso di quell'anno il danno subito in patria ad opera dei consoli e del dittatore era stato superiore all'incremento di potenza conseguito all'esterno grazie alla loro vittoria e alle loro imprese militari.