Traduzione di Paragrafo 11, Libro 8 di Livio

Versione originale in latino


Haec, etsi omnis divini humanique moris memoria abolevit nova peregrinaque omnia priscis ac patriis praeferendo, haud ab re duxi verbis quoque ipsis, ut tradita nuncupataque sunt, referre. Romanis post proelium demum factum Samnites venisse subsidio exspectato eventu pugnae apud quosdam auctores invenio. Latinis quoque ab Lavinio auxilium, dum deliberando terunt tempus, victis demum ferri coeptum; et, cum iam portis prima signa et pars agminis esset egressa, nuntio allato de clade Latinorum cum conversis signis retro in urbem rediretur, praetorem eorum nomine Milionium dixisse ferunt pro paulula via magnam mercedem esse Romanis solvendam. Qui Latinorum pugnae superfuerant, multis itineribus dissipati cum se in unum conglobassent, Vescia urbs eis receptaculum fuit. Ibi in conciliis Numisius imperator eorum, adfirmando communem vere Martem belli utramque aciem pari caede prostravisse victoriaeque nomen tantum penes Romanos esse, ceteram pro victis fortunam et illos gerere; funesta duo consulum praetoria, alterum parricidio filii, alterum consulis devoti caede; trucidatum exercitum omnem, caesos hastatos principesque, stragem et ante signa et post signa factam; triarios postremo rem restituisse. Latinorum etsi pariter accisae copiae sint, tamen supplemento vel Latium propius esse vel Volscos quam Romam; itaque si videatur eis, se ex Latinis et ex Volscis populis iuventute propere excita rediturum infesto exercitu Capuam esse Romanosque nihil tum minus quam proelium exspectantes necopinato adventu perculsurum. Fallacibus litteris circa Latium nomenque Volscum missis, quia qui non interfuerant pugnae ad credendum temere faciliores erant, tumultuarius undique exercitus raptim conscriptus convenit. Huic agmini Torquatus consul ad Trifanum inter Sinuessam Minturnasque is locus est occurrit. Priusquam castris locus caperetur, sarcinis utrimque in acervum coniectis pugnatum debellatumque est; adeo enim accisae res sunt ut consuli victorem exercitum ad depopulandos agros eorum ducenti dederent se omnes Latini deditionemque eam Campani sequerentur. Latium Capuaque agro multati. Latinus ager Privernati addito agro et Falernus, qui populi Campani fuerat, usque ad Volturnum flumen plebi Romanae dividitur. Bina in Latino iugera ita ut dodrante ex Privernati complerent data, terna in Falerno quadrantibus etiam pro longinquitate adiectis. Extra poenam fuere Latinorum Laurentes Campanorumque equites, quia non desciverant; cum Laurentibus renovari foedus iussum renovaturque ex eo quotannis post diem decimum Latinarum. Equitibus Campanis civitas Romana data, monumentoque ut esset, aeneam tabulam in aede Castoris Romae fixerunt. Vectigal quoque eis Campanus populos iussus pendere in singulos quotannis fuere autem mille et sexcenti denarios nummos quadringenos quinquagenos.

Traduzione all'italiano


Anche se la memoria di ogni usanza sacra e profana è stata cancellata dal favore che gli uomini tributano alle cose nuove e straniere, preferendole a quelle antiche e trasmesse dagli antenati, ho ritenuto che non fosse fuori luogo riferire queste procedure con le parole con le quali sono state formulate e tramandate. Presso alcuni autori ho trovato che fu soltanto a battaglia conclusa che i Sanniti intervennero in aiuto dei Romani, dopo aver atteso l'esito dello scontro. E anche che i Latini erano già stati messi in fuga quando gli abitanti di Lavinio, che continuavano a perdere tempo in discussioni sul da farsi, portarono finalmente il loro aiuto. E ricevuta la notizia della disfatta patita dai Latini quando ormai la loro avanguardia e parte dell'esercito erano usciti dalle porte, con una rapida inversione di marcia sarebbero rientrati in città, poiché il loro pretore di nome Milonio - a quanto si racconta - avrebbe ricordato ai suoi che quella breve sortita sarebbe costata cara ai Romani. I Latini sopravvissuti alla battaglia, dispersi in varie direzioni, si riunirono in un unico nucleo e si rifugiarono nella città di Vescia. Lì, nelle assemblee che essi tenevano, il loro comandante in capo Numisio affermava che in realtà l'esito della guerra era stato incerto, che entrambe le parti avevano subito un ugual numero di perdite e che i Romani avevano vinto soltanto nominalmente, trovandosi invece, di fatto, nella condizione di sconfitti. Le tende di entrambi i consoli erano in lutto: una per l'uccisione del figlio, l'altra per la morte del console che si era offerto in voto. Il loro intero esercito era stato fatto a pezzi, hastati e principes massacrati, la carneficina aveva coinvolto dall'avanguardia alla retroguardia, e soltanto alla fine i triarii erano riusciti a ristabilire le sorti della battaglia. Anche se le forze latine erano state ugualmente decimate, tuttavia, per fornire nuovi rinforzi, tanto il Lazio quanto la terra dei Volsci erano più vicini di Roma. Perciò, se sembrava loro opportuno, egli avrebbe rapidamente messo insieme dei giovani in età militare reclutandoli dalle genti del Lazio e da quelle dei Volsci, sarebbe ritornato a Capua con un esercito pronto a combattere: il suo arrivo inatteso avrebbe gettato nello scompiglio i Romani, i quali in quel momento tutto si aspettavano fuorché una battaglia. Vennero così inviate delle lettere piene di menzogne in tutto il Lazio e nella terra dei Volsci: poiché quanti non avevano preso parte alla battaglia erano pronti a credere ciecamente al messaggio in esse contenuto, venne rapidamente messo insieme, da tutte le parti, un esercito raccogliticcio. A questo contingente andò incontro presso Trifano - tra Sinuessa e Minturno - il console Torquato. Entrambi gli eserciti, senza neppure aver scelto un punto per porre l'accampamento, ammassate le salmerie, vennero a battaglia e posero fine alla guerra. Le truppe nemiche subirono infatti una tale decimazione che, quando il console guidò il suo esercito vincitore a devastare il territorio dei Latini, questi ultimi si consegnarono dal primo all'ultimo, e i Campani seguirono il loro esempio. Il Lazio e Capua vennero privati del territorio. Il territorio dei Latini, invece, in aggiunta a quello dei Privernati e a quello di Falerno (appartenuto al popolo campano) fino al fiume Volturno, venne diviso tra la plebe romana. A ciascun cittadino furono assegnati due iugeri nel Lazio, in modo da aggiungere un terzo di iugero nel territorio di Priverno, mentre in quello di Falerno vennero assegnati tre iugeri di terra a testa con in più un quarto di iugero dato come compenso per la lontananza. Tra i Latini non incorsero in punizioni i Laurenti, tra i Campani i cavalieri, in quanto non avevano preso parte all'ammutinamento. Fu data disposizione di rinnovare il trattato coi Laurenti, e da quel giorno è stato rinnovato ogni anno dieci giorni dopo le ferie latine. Ai cavalieri campani venne concessa la cittadinanza romana e per commemorare la cosa venne affissa una tavoletta di bronzo nel tempio di Castore a Roma. Inoltre venne ordinato al popolo campano di pagare a ciascuno di essi (si trattava di mille e seicento uomini) un tributo annuo di quattrocentocinquanta denari.