Traduzione di Paragrafo 8, Libro 7 di Livio

Versione originale in latino


Tunc inter primores duorum populorum res geritur; quidquid hinc aut illinc communis Mars belli aufert, multiplex quam pro numero damnum est. Volgus aliud armatorum, velut delegata primoribus pugna, eventum suum in virtute aliena ponit. Multi utrimque cadunt, plures volnera accipiunt; tandem equites alius alium increpantes, quid deinde restaret quaerendo, si neque ex equis pepulissent hostem neque pedites quicquam momenti facerent? Quam tertiam exspectarent pugnam? Quid ante signa feroces prosiluissent et alieno pugnarent loco? - his inter se vocibus concitati clamore renovato inferunt pedem et primum gradu moverunt hostem, deinde pepulerunt, postremo iam haud dubie avertunt; neque, tam vires pares quae superaverit res facile dictu est, nisi quod perpetua fortuna utriusque populi et extollere animos et minuere potuit. Usque ad castra fugientes Hernicos Romanus sequitur: castrorum oppugnatione, quia serum erat diei, abstinuere; - diu non perlitatum tenuerat dictatorem, ne ante meridiem signum dare posset; eo in noctem tractum erat certamen. - postero die deserta fuga castra Hernicorum et saucii relicti quidam inventi; agmenque fugientium ab Signinis, cum praeter moenia eorum infrequentia conspecta signa essent, fusum ac per agros trepida fuga palatum est. Nec Romanis incruenta victoria fuit: quarta pars militum amissa et, ubi haud minus iacturae fuit, aliquot equites Romani cecidere.

Traduzione all'italiano


In quel momento le sorti della battaglia erano affidate agli uomini più valenti dei due popoli. E qualunque fosse stata l'entità delle perdite inflitte dai casi della guerra all'una e all'altra parte, il danno avrebbe sicuramente superato di gran lunga il loro numero effettivo. La massa dei soldati semplici, come se avessero delegato a loro campioni il cómpito di combattere, affidavano il proprio destino al valore di altri. Da entrambe le parti ci furono moltissime perdite, anche se il numero dei feriti risultò ancora più alto. Alla fine i cavalieri, rimproverandosi l'uno con l'altro, si domandavano che altro restasse loro da fare, visto che non erano riusciti a sbaragliare il nemico quando erano in sella ai cavalli né avevano ottenuto grandi risultati quando avevano combattuto da terra. Stavano forse aspettando un terzo tipo di combattimento? Ma quale? Che cosa avevano combinato di buono lanciandosi baldanzosi al di là delle insegne e combattendo in un posto che non era il loro? Incitati da questi scambi di rimproveri, i cavalieri alzarono di nuovo il grido di battaglia e si gettarono all'assalto. Sulle prime riuscirono a far ripiegare il nemico, poi lo spinsero indietro e infine lo costrinsero apertamente alla fuga. Non è facile dire cosa avesse loro permesso di prevalere in uno scontro di forze così equilibrate, se non il fatto che la sorte, dopo aver sostenuto con costanza entrambi gli schieramenti, riuscì ad esaltare gli animi degli uni e a deprimere gli altri. I Romani inseguirono gli Ernici in fuga fino all'accampamento, ma non tentarono di conquistarlo perché era ormai tardi. Il dittatore non aveva infatti dato il segnale di battaglia prima di mezzogiorno perché era stato trattenuto dalla prolungata difficoltà di ottenere buoni auspici nel sacrificio: e per questo il combattimento si era trascinato fino al calare della notte. Il giorno dopo l'accampamento era deserto: gli Ernici erano fuggiti lasciando indietro soltanto qualche ferito. Mentre la colonna dei fuggitivi stava passando sotto le mura di Signia, i cittadini, scorti i reparti decimati, piombarono su di loro sbaragliandoli e disperdendoli in una fuga affannosa per le campagne. Per i Romani non fu però una vittoria priva di perdite: il numero delle vittime corrispondeva a un quarto degli effettivi e - danno non minore - ad alcuni elementi della cavalleria.