Traduzione di Paragrafo 5, Libro 7 di Livio

Versione originale in latino


Omnium potius his criminationibus quam ipsius iuvenis inritatus est animus; quin contra se quoque parenti causam invidiae atque criminum esse aegre passus, ut omnes di hominesque scirent se parenti opem latam quam inimicis eius malle, capit consilium rudis quidem atque agrestis animi et quamquam non civilis exempli, tamen pietate laudabile. Inscientibus cunctis cultro succinctus mane in urbem atque a porta domum confestim ad M. Pomponium tribunum pergit; ianitori opus esse sibi domino eius convento extemplo ait; nuntiaret T. Manlium L. Filium esse. Mox introductus - etenim percitum ira in patrem spes erat aut criminis aliquid novi aut consilii ad rem agendam deferre - salute accepta redditaque esse ait quae cum eo agere arbitris remotis velit. Procul inde omnibus abire iussis cultrum stringit et super lectum stans ferro intento, nisi in quae ipse concepisset verba iuraret se patris eius accusandi causa concilium plebis nunquam habiturum, se eum extemplo transfixurum minatur. Pavidus tribunus, quippe qui ferrum ante oculos micare, se solum inermem, illum praevalidum iuvenem et, quod haud minus timendum erat, stolide ferocem viribus suis cerneret, adiurat in quae adactus est verba; et prae se deinde tulit ea vi subactum se incepto destitisse. Nec, perinde ut maluisset plebes sibi suffragii ferendi de tam crudeli et superbo reo potestatem fieri, ita aegre habuit filium id pro parente ausum; eoque id laudabilius erat quod animum eius tanta acerbitas patria nihil a pietate avertisset. Itaque non patri modo remissa causae dictio est sed ipsi etiam adulescenti ea res honori fuit et, cum eo anno primum placuisset tribunos militum ad legiones suffragio fieri - nam antea, sicut nunc quos Rufulos vocant, imperatores ipsi faciebant - , secundum in sex locis tenuit nullis domi militiaeque ad conciliandam gratiam meritis ut qui rure et procul coetu hominum iuventam egisset.

Traduzione all'italiano


Queste accuse suscitarono l'indignazione di tutti, salvo che del giovane stesso, il quale invece soffriva al pensiero di essere causa di ulteriore risentimento e accuse nei confronti del padre. E perché tutti in cielo e in terra sapessero che egli aveva preferito aiutare il padre piuttosto che i nemici del padre, organizzò un piano che, pur frutto di un'indole rozza e selvaggia e ben lontano dal risultare un esempio di condotta civica, era tuttavia elogiabile per l'attaccamento dimostrato al padre. Senza che nessuno lo sapesse, alle prime luci del giorno venne in città armato di coltello e dalla porta raggiunse in un attimo la casa del tribuno Marco Pomponio. Al portinaio disse di dover vedere immediatamente il suo padrone e lo pregò di riferire che si trattava di Tito Manlio, il figlio di Lucio. Fatto entrare senza esitazione - Marco sperava che a spingerlo fosse la rabbia nei confronti del padre o che fosse venuto a riferire qualche nuova accusa o a suggerire un piano -, dopo un reciproco scambio di saluti, il giovane disse che c'erano degli argomenti di cui voleva discutere con lui lontano da occhi indiscreti. Dopo che a tutti i presenti venne ordinato di allontanarsi dalla stanza, afferrò il coltello e, fermo in piedi sopra il letto del tribuno con in mano l'arma pronta a colpire, minacciò di pugnalarlo lì sul momento, se Pomponio non avesse giurato, nei termini che egli stesso avrebbe imposto, di non aver alcuna intenzione di convocare un'assemblea popolare per mettere suo padre sotto accusa. Il tribuno, in preda al panico, vedendo il bagliore della lama davanti agli occhi e rendendosi conto di essere da solo e disarmato di fronte a un giovane nel pieno delle forze e - cosa questa non meno preoccupante - brutalmente imbaldanzito dalla consapevolezza della propria forza, giurò secondo la formula che gli era stata dettata. In séguito dichiarò pubblicamente di essere stato costretto da quell'atto di forza ad abbandonare l'azione intrapresa. La plebe avrebbe preferito che le fosse concessa l'opportunità di esprimere il proprio voto circa un imputato tanto crudele e arrogante. Tuttavia non disapprovò che un figlio avesse osato quel gesto in difesa del padre. Gesto tanto più degno di elogi per il fatto che la severità esagerata del padre non aveva diminuito nel giovane l'amore per il genitore. Perciò non solo venne ritirata l'accusa nei confronti del padre, ma l'intera faccenda fu per il ragazzo addirittura motivo di onore. Dato che quell'anno si stabilì per la prima volta di assegnare i tribuni militari a capo delle legioni con una regolare votazione - fino ad allora a nominarli erano i generali in persona, come oggi avviene con quelli chiamati Rufuli - egli fu il secondo a essere eletto su sei posti disponibili, pur non avendo compiuto, in pace o in guerra, nulla che giustificasse tale popolarità, come per altro è naturale per uno che abbia trascorso la giovinezza in campagna e lontano dal consesso civile.