Traduzione di Paragrafo 39, Libro 7 di Livio

Versione originale in latino


Consul educto in aestiva milite, dum quietos Samnites habebat, exercitum purgare missionibus turbulentorum hominum instituit, aliis emerita dicendo stipendia esse, alios graves iam aetate aut viribus parum validos; avidam in commeatus mittebantur, singuli primo, deinde et cohortes quaedam, quia procul ab domo ac rebus suis hibernassent; per speciem etiam militarium usuum, cum alii alio mitterentur, magna pars ablegati. Quam multitudinem consul alter Romae praetorque alias ex aliis fingendo moras retinebat. Et primo quidem ignari ludificationis minime inviti domos revisebant; postquam neque reverti ad signa primos nec ferme alium quam qui in Campania hibernassent praecipueque ex his seditionis auctores mitti viderunt, primum admiratio, deinde haud dubius timor incessit animos consilia sua emanasse: iam quaestiones, iam indicia, iam occulta singulorum supplicia impotensque et crudele consulum ac patrum in se regnum passuros. Haec qui in castris erant occultis sermonibus serunt, nervos coniurationis electos arte consulis cernentes. Cohors una, cum haud procul Anxure esset, ad Lautulas saltu angusto inter mare ac montes consedit ad excipiendos quos consul aliis atque aliis, ut ante dictum est, causis mittebat. Iam valida admodum numero manus erat nec quicquam ad iusti exercitus formam praeter ducem deerat. Incompositi itaque praedantes in agrum Albanum perveniunt et sub iugo Albae Longae castra vallo cingunt. Perfecto inde opere reliquum diei de imperatore sumendo sententiis decertant, nulli ex praesentibus satis fidentes: quem autem ab Roma posse exciri? Quem patrum aut plebis esse qui aut se tanto periculo sciens offerat aut cui ex iniuria insanientis exercitus causa recte committatur? Postero die cum eadem deliberatio teneret, ex praedatoribus vagis quidam compertum attulerunt T. Quinctium in Tusculano agrum colere, urbis honorumque immemorem. Patriciae hic vir gentis erat; cui cum militiae magna cum gloria actae finem pes alter ex volnere claudus fecisset, ruri agere vitam procul ambitione ac foro constituit. Nomine audito extemplo agnovere virum et, quod bene verteret, acciri iusserunt. Sed parum spei erat voluntate quicquam facturum; vim adhiberi ac metum placuit. Itaque silentio noctis cum tectum villae qui ad id missi erant intrassent, somno gravem Quinctium oppressum, nihil medium aut imperium atque honorem aut ubi restitaret mortem ni sequeretur denuntiantes, in castra pertraxerunt. Imperator extemplo adveniens appellatus, insigniaque honoris exterrito subitae rei miraculo deferunt et ad urbem ducere iubent. Suo magis inde impetu quam consilio ducis convolsis signis infesto agmine ad lapidem octavum viae, quae nunc Appia est, perveniunt; issentque confestim ad urbem, ni venire contra exercitum dictatoremque adversus se M. Valerium Corvum dictum audissent et magistrum equitum L. Aemilium Mamercum.

Traduzione all'italiano


Condotti i suoi uomini nell'accampamento estivo, il console - visto che i Sanniti si mantenevano tranquilli - decise di epurare i ranghi dell'esercito allontanando gli elementi più turbolenti: di alcuni disse che avevano concluso il periodo di ferma, di altri sostenne che si trattava di soggetti ormai troppo avanti con gli anni oppure non sufficientemente forti. Alcuni uomini vennero inviati in licenza: in un primo tempo vennero fatti partire alla spicciolata, poi fu la volta di intere coorti, allontanate col pretesto che avevano trascorso l'inverno lontano dalla loro case e dai loro interessi. Buona parte venne congedata con il pretesto di impieghi militari: furono inviati chi in una zona, chi in un'altra. L'altro console e il pretore trattennero a Roma tutta questa massa di soldati, spiegando la manovra con una serie di motivazioni sempre nuove. E sulle prime, non nutrendo alcun sospetto, i congedati non erano affatto dispiaciuti all'idea di rivedere le loro case. Ma poi, quando si resero conto che i primi di loro ad esser stati allontanati non facevano più ritorno ai reparti e che gli unici a risultare congedati erano quanti avevano svernato in Campania e, tra di essi, in particolar modo quelli che avevano fomentato la rivolta, sulle prime si meravigliarono, e poi iniziarono a temere senza più margini di dubbio che i loro piani fossero stati scoperti. Presto ci sarebbero state inchieste, sarebbero iniziate le delazioni e li avrebbero puniti in segreto uno per uno, costringendoli a provare sulla loro pelle il crudele dispotismo dei consoli e dei patrizi. Erano questi i discorsi che facevano in segreto i soldati rimasti nell'accampamento, comprendendo che l'abilità del console aveva stroncato l'anima della congiura. Una coorte che si trovava non lontano da Anxur si andò ad accampare nei pressi di Lautule, in uno stretto passo tra mare e monti, dove sarebbe stato possibile intercettare gli uomini che il console con vari pretesti stava congedando. Ben presto si formò un reparto di ragguardevoli proporzioni, cui non mancava altro che un comandante per costituire un esercito vero e proprio. Così, privi di ordini com'erano e affidandosi a razzie, arrivarono nel territorio albano e si accamparono sotto i monti di Alba Longa cingendo il campo di un fossato. Ultimata la costruzione, passarono il resto della giornata a discutere sulla scelta di un comandante (nessuno dei presenti godeva di sufficiente fiducia). Ma chi potevano far venire da Roma? Chi tra i patrizi o tra i plebei si sarebbe offerto di affrontare consapevolmente un pericolo tanto grande? A chi poteva essere affidata senza rischi la causa di un esercito esasperato dall'offesa patita? Il giorno dopo, mentre ancora continuavano a discutere, alcuni dei razziatori che si aggiravano nei dintorni riferirono di aver sentito dire che Tito Quinzio si dedicava ai suoi campi nei pressi di Tuscolo, senza più preoccuparsi di Roma e della sua vita pubblica. Quest'uomo, che apparteneva a una famiglia patrizia, dopo aver ottenuto grandi riconoscimenti in campo militare, si era visto stroncare la carriera da una ferita che lo aveva menomato rendendolo zoppo, e si era ritirato in campagna lontano dal foro e dalla politica. Non appena udirono il suo nome, lo riconobbero e lo fecero chiamare nella speranza che le cose potessero prendere una buona piega. Ma siccome le speranze che quell'uomo scegliesse spontaneamente di aiutarli erano assai ridotte, decisero di ricorrere alla forza e all'intimidazione. Giunti così nel cuore della notte alla sua fattoria, gli incaricati della missione sorpresero Quinzio immerso nel sonno. Non gli offrirono alternativa: o avrebbe accettato la carica e il comando, oppure, se avesse rifiutato di seguirli, lo avrebbero ucciso. Così, lo trascinarono nell'accampamento. Non appena vi mise piede, lo nominarono comandante, gli conferirono le insegne del grado e gli chiesero di condurli a Roma. Messisi poi in marcia più per loro iniziativa che per decisione del comandante, arrivarono in assetto di guerra a otto miglia da Roma, su quella che oggi è la via Appia. E di lì avrebbero immediatamente puntato sulla città, se non avessero sentito che un esercito muoveva ad affrontarli agli ordini di Marco Valerio, che era stato nominato dittatore con Lucio Emilio Mamerco in qualità di maestro di cavalleria.