Traduzione di Paragrafo 37, Libro 7 di Livio

Versione originale in latino


Ita rebus gestis consul advocata contione P. Deci non coeptas solum ante sed cumulatas nova virtute laudes peragit et praeter militaria alia dona aurea corona eum et centum bubus eximioque uno albo opimo auratis cornibus donat. Milites, qui in praesidio simul fuerant, duplici frumento in perpetuum, in praesentia bubus privis binisque tunicis donati. Secundum consulis donationem legiones gramineam coronam obsidialem, clamore donum approbantes, Decio imponunt; altera corona, eiusdem honoris index, a praesidio suo imposita est. His decoratus insignibus bovem eximium Marti immolavit, centum boves militibus dono dedit qui secum in expeditione fuerant. Iisdem militibus legiones libras farris et sextarios vini contulerunt; omniaque ea ingenti alacritate per clamorem militarem, indicem omnium adsensus, gerebantur. Tertia pugna ad Suessulam commissa est; quia fugatus a M. Valerio Samnitium exercitus, omni robore iuventutis domo accito, certamine ultimo fortunam experiri statuit. Ab Suessula nuntii trepidi Capuam, inde equites citati ad Valerium consulem opem oratum veniunt. Confestim signa mota relictisque impedimentis castrorum cum valido praesidio raptim agitur agmen; nec procul ab hoste locum perexiguum, ut quibus praeter equos ceterorum iumentorum calonumque turba abesset, castris cepit. Samnitium exercitus, velut haud ulla mora pugnae futura esset, aciem instruit; deinde, postquam nemo obvius ibat, infestis signis ad castra hostium succedit. Ibi ut militem in vallo vidit missique ab omni parte exploratum quam in exiguum orbem contracta castra essent - paucitatem inde hostium colligentes - rettulerunt, fremere omnis acies complendas esse fossas scindendumque vallum et in castra inrumpendum; transactumque ea temeritate bellum foret, ni duces continuissent impetum militum. Ceterum, quia multitudo sua commeatibus gravis et prius sedendo ad Suessulam et tum certaminis mora haud procul ab rerum omnium inopia esset, placuit, dum inclusus paveret hostis, frumentatum per agros militem duci: interim quieto Romano, qui expeditus quantum umeris inter arma geri posset frumenti secum attulisset, defutura omnia. Consul palatos per agros cum vidisset hostes, stationes infrequentes relictas, paucis milites adhortatus ad castra oppugnanda ducit. Quae cum primo clamore atque impetu cepisset, pluribus hostium in tentoriis suis quam in portis valloque caesis signa captiva in unum locum conferri iussit; relictisque duabus legionibus custodiae et praesidii causa, gravi edicto monitis ut, donec ipse revertisset, praeda abstinerent, profectus agmine instructo, cum praemissus eques velut indagine dissipatos Samnites ageret, caedem ingentem fecit. Nam neque quo signo coirent inter se neque utrum castra peterent an longiorem intenderent fugam, territis constare poterat; tantumque fugae ac formidinis fuit, ut ad quadraginta milia scutorum- nequaquam tot caesis - et signa militaria cum iis quae in castris capta erant ad centum septuaginta ad consulem deferrentur. Tum in castra hostium reditum ibique omnis praeda militi data.

Traduzione all'italiano


Portata a termine la battaglia in questo modo, il console convocò l'adunata, durante la quale esaltò Publio Decio, aggiungendo alle congratulazioni dovute alle gesta passate quelle legate ai fatti del giorno, e gli fece dono - in aggiunta ad altri riconoscimenti militari - di una corona d'oro e di cento buoi, cui ne aggiunse uno bianco ben pasciuto e con corna dorate. Ai soldati che erano nel suo drappello concesse invece una doppia razione di frumento per il resto della vita, e un bue e due tuniche per il presente. Dopo i riconoscimenti dati dal console, le legioni, tra urla di giubilo, posero sul capo di Decio la corona di gramigna riservata a quanti liberano da un assedio. Un'altra corona, segno di analogo onore, gli venne poi imposta dagli uomini del suo drappello. Adorno di tutti i riconoscimenti ottenuti, Decio immolò a Marte il bue più grosso, regalando invece gli altri cento ai soldati che avevano preso parte con lui alla spedizione. A quegli stessi uomini le truppe offrirono poi una libbra di farro e mezzo litro di vino. Tutte queste manifestazioni avvennero in un clima di entusiasmo collettivo, a testimonianza dell'approvazione generale. Una terza battaglia venne combattuta nei pressi di Suessula, perché i Sanniti, dopo il disastro subito per mano di Marco Valerio, avevano chiamato dalla patria tutti i giovani in età di portare le armi, tentando il tutto per tutto. Da Suessula questa allarmante notizia giunse a Capua, da dove partirono messaggeri a cavallo con una richiesta di aiuto da rivolgere al console Valerio. Le truppe vennero immediatamente mobilitate e, deposto l'equipaggiamento pesante e lasciata una valida guarnigione a presidiare l'accampamento, si misero in marcia. Giunte a breve distanza dal nemico, si accamparono in una striscia di terra ridottissima, non avendo con sé, eccetto i cavalli, né animali né la massa dei palafrenieri. I Sanniti, convinti che la battaglia sarebbe iniziata di lì a poco, si schierarono in ordine di battaglia. Poi, dato che nessuno andava loro incontro, avanzarono minacciosi verso l'accampamento nemico. Quando videro i soldati sulla palizzata e i ricognitori inviati a perlustrare i lati dell'accampamento tornarono riferendone le modeste dimensioni - di qui si deduceva l'esiguo numero dei nemici -, l'intero esercito cominciò a mormorare impaziente che si doveva riempire il fossato, schiantare la palizzata e irrompere nell'accampamento. Un gesto tanto audace avrebbe posto fine alla guerra sul nascere, se i comandanti non avessero trattenuto l'animosità dei soldati. Ma poi, dato che era gravoso rifornire quella massa di effettivi e visto che, causa prima il lungo periodo di inoperosità trascorso sotto le mura di Suessula e poi il ritardo con cui le operazioni erano incominciate, la truppa aveva ormai pressoché bisogno di tutto, si decise di inviare dei soldati a rifornirsi di frumento nei campi, mentre il nemico, impaurito, restava barricato nell'accampamento. Nel frattempo i Romani, rimanendo inoperosi, si sarebbero trovati nella stessa situazione di necessità generale, perché si erano presentati provvisti di un equipaggiamento leggero, con il solo frumento che erano stati in grado di trasportare insieme alle armi. Vedendo i nemici disseminati per le campagne e i loro posti di guardia sguarniti, il console rivolse qualche parola di incoraggiamento ai suoi uomini e li guidò all'assalto dell'accampamento. Catturatolo alla prima carica, dopo aver ucciso più uomini dentro le rispettive tende che davanti alle porte e sulla palizzata, ordinò di ammassare le insegne nemiche in un unico punto. Lasciate due legioni con il cómpito di vigilare e presidiare il campo e ammoniti severamente gli uomini di astenersi dalle razzie di bottino almeno finché non fosse ritornato, partì con l'esercito schierato in ordine di battaglia. Poi, dopo aver mandato avanti la cavalleria ad accerchiare i Sanniti dispersi, come in una battuta di caccia, ne massacrò un numero enorme, perché i nemici, in preda al panico, non trovarono un'insegna sotto cui raccogliersi e non capivano se avessero dovuto rifugiarsi nell'accampamento oppure scegliere di fuggire verso qualche località più lontana. L'ansia della fuga e il terrore furono così grandi che i Romani consegnarono al console circa quarantamila scudi - ma le vittime furono molto meno numerose - e centosettanta insegne militari, tra le quali c'erano anche quelle catturate all'interno dell'accampamento. Ai soldati vincitori tornati al campo venne concesso l'intero bottino.