Traduzione di Paragrafo 21, Libro 7 di Livio

Versione originale in latino


Extremo anno comitia consularia certamen patrum ac plebis diremit, tribunis negantibus passuros comitia haberi ni secundum Liciniam legem haberentur, dictatore obstinato tollere potius totum e re publica consulatum quam promiscuum patribus ac plebi facere. Prolatandis igitur comitiis cum dictator magistratu abisset, res ad interregnum rediit. Infestam inde patribus plebem interreges cum accepissent, ad undecimum interregem seditionibus certatum est. Legis Liciniae patrocinium tribuni iactabant: propior dolor plebi fenoris ingravescentis erat curaeque privatae in certaminibus publicis erumpebant. Quorum taedio patres L. Cornelium Scipionem interregem concordiae causa observare legem Liciniam comitiis consularibus iussere. P. Valerio Publicolae datus e plebe collega C. Marcius Rutulus. Inclinatis semel in concordiam animis novi consules fenebrem quoque rem, quae distinere una animos videbatur, levare adgressi solutionem alieni aeris in publicam curam verterunt quinqueviris creatis quos mensarios ab dispensatione pecuniae appellarunt. Meriti aequitate curaque sunt, ut per omnium annalium monumenta celebres nominibus essent; fuere autem C. Duillius P. Decius Mus M. Papirius Q. Publilius et T. Aemilius. Qui rem difficillimam tractatu et plerumque parti utrique, semper certe alteri gravem cum alia moderatione tum impendio magis publico quam iactura sustinuerunt. Tarda enim nomina et impeditiora inertia debitorum quam facultatibus aut aerarium mensis cum aere in foro positis dissolvit, ut populo prius caveretur, aut aestimatio aequis rerum pretiis liberavit, ut non modo sine iniuria sed etiam sine querimoniis partis utriusque exhausta vis ingens aeris alieni sit. Terror inde vanus belli Etrusci, cum coniurasse duodecim populos fama esset, dictatorem dici coegit. Dictus in castris - eo enim ad consules missum senatus consultum est - C. Iulius, cui magister equitum adiectus L. Aemilius. Ceterum foris tranquilla omnia fuere:

Traduzione all'italiano


Verso la fine dell'anno, la frizione tra patrizi e plebei impedì lo svolgimento delle elezioni consolari: mentre i tribuni della plebe sostenevano che avrebbero permesso di convocare l'assemblea soltanto se lo si fosse fatto in conformità alla legge Licinia, dall'altra parte il dittatore insisteva con ostinazione che si dovesse eliminare del tutto il consolato dalle istituzioni statali, piuttosto che avere una magistratura aperta, senza alcuna distinzione, a patrizi e plebei. Mentre la convocazione dell'assemblea veniva di continuo rinviata, il dittatore completò il proprio mandato e si arrivò così a un interregno. Ma dato che gli interré continuavano a constatare nella plebe una profonda ostilità verso i patrizi, gli scontri tra le due classi proseguirono fino all'undicesimo interré. I tribuni si vantavano di proteggere la legge Licinia: la plebe, invece, era toccata più da vicino dal continuo aumento dei debiti e le preoccupazioni private si scaricavano nelle contese di natura pubblica. Infastiditi dalla situazione, i patrizi ordinarono all'interré Lucio Cornelio Scipione di far sì che in occasione delle elezioni consolari ci si attenesse alla legge Licinia in nome della concordia interna. Venne eletto Publio Valerio Publicola, cui fu affidato un collega di estrazione plebea, Gaio Marcio Rutulo. Ora che gli animi inclinavano alla concordia, i nuovi consoli tentarono di trovare una soluzione anche al problema dell'usura, che a quel punto sembrava essere il solo ostacolo all'armonia interna. Per loro intervento fu lo Stato ad occuparsi del problema dei debiti: furono nominati cinque commissari, che ebbero il nome di banchieri per la facoltà a essi assegnata di dispensare denaro. Questi uomini operarono in maniera così equilibrata e scrupolosa da essere poi menzionati in tutti gli annali: si trattava di Gaio Duilio, Publio Decio Mure, Marco Papirio, Quinto Publilio e Tito Emilio. Nell'assolvere un cómpito quanto mai delicato, con il solito rischio di scontentare l'una e l'altra parte o almeno di alienarsi il consenso di una delle due, essi dimostrarono grande equità e soprattutto seppero fare in modo che un onere per lo Stato non si trasformasse in un disastro finanziario. Infatti i debiti arretrati, dovuti più all'incuria dei debitori che alla reale mancanza di fondi, l'erario li pagò in contanti, previo però il versamento di una cauzione, tramite le banche piazzate appositamente nel foro, oppure li estingueva con beni valutati a prezzi equi. Il risultato dell'operazione fu che una grande quantità di debiti venne cancellata non solo senza commettere ingiustizie, ma riuscendo anche a evitare lamentele da entrambe le parti in causa. In séguito un falso allarme relativo a una guerra contro gli Etruschi - allarme dovuto a una notizia infondata secondo cui i dodici popoli etruschi avrebbero costituito una coalizione -, indusse a nominare un dittatore. La nomina venne fatta nell'accampamento perché fu lì inviata ai consoli la disposizione votata dal senato e la scelta cadde su Gaio Giulio cui venne associato come maestro di cavalleria Lucio Emilio. Per il resto dell'anno non ci furono dall'esterno motivi di allarme.