Traduzione di Paragrafo 17, Libro 7 di Livio

Versione originale in latino


Novi consules inde, M. Fabius Ambustus iterum et M. Popilius Laenas iterum, duo bella habuere, facile alterum cum Tiburtibus, quod Laenas gessit, qui hoste in urbem compulso agros vastavit; Falisci Tarquiniensesque alterum consulem prima pugna fuderunt. Inde terror maximus fuit quod sacerdotes eorum facibus ardentibus anguibusque praelatis incessu furiali militem Romanum insueta turbaverunt specie. Et tum quidem velut lymphati et attoniti munimentis suis trepido agmine inciderunt; deinde, ubi consul legatique ac tribuni puerorum ritu vana miracula paventes inridebant increpabantque, vertit animos repente pudor et in ea ipsa quae fugerant velut caeci ruebant. Discusso itaque vano apparatu hostium, cum in ipsos armatos se intulissent, averterunt totam aciem castrisque etiam eo die potiti praeda ingenti parta victores reverterunt, militaribus iocis cum apparatum hostium tum suum increpantes pavorem. Concitatur deinde omne nomen Etruscum et Tarquiniensibus Faliscisque ducibus ad Salinas perveniunt. Adversus eum terrorem dictator C. Marcius Rutulus primus de plebe dictus magistrum equitum item de plebe C. Plautium dixit. Id vero patribus indignum videri etiam dictaturam iam in promiscuo esse; omnique ope impediebant ne quid dictatori ad id bellum decerneretur parareturve. Eo promptius cuncta ferente dictatore populus iussit. Profectus ab urbe utraque parte Tiberis, ratibus exercitu, quocumque fama hostium ducebat, traiecto multos populatores agrorum vagos palantes oppressit; castra quoque necopinato adgressus cepit et octo milibus hostium captis, ceteris aut caesis aut ex agro Romano fugatis sine auctoritate patrum populi iussu triumphavit. Quia nec per dictatorem plebeium nec per consulem comitia consularia haberi volebant et alter consul Fabius bello retinebatur, res ad interregnum redit. Interreges deinceps Q. Servilius Ahala M. Fabius Cn. Manlius C. Fabius C. Sulpicius L. Aemilius Q. Servilius M. Fabius Ambustus. In secundo interregno orta contentio est, quod duo patricii consules creabantur, intercedentibusque tribunis interrex Fabius aiebat in duodecim tabulis legem esse ut, quodcumque postremum populus iussisset, id ius ratumque esset; iussum populi et suffragia esse. Cum intercedendo tribuni nihil aliud quam ut differrent comitia valuissent, duo patricii consules creati sunt, C. Sulpicius Peticus tertium M. Valerius Publicola eodemque die magistratum inierunt,

Traduzione all'italiano


In séguito i due nuovi consoli, Marco Fabio Ambusto e Marco Popilio Lenate (entrambi eletti per la seconda volta), combatterono due guerre. La prima, contro i Tiburtini, non presentò problemi perché Marco Popilio, dopo aver costretto i nemici all'interno della città, ne devastò le campagne. Nella seconda Falisci e Tarquiniesi sbaragliarono l'altro console al primo urto. Il panico fu dovuto soprattutto a questo: i sacerdoti dei due popoli, reggendo nelle mani fiaccole accese e serpenti, si avventarono come furie sui Romani, che si lasciarono spaventare da quell'insolito spettacolo. Sulle prime, come se avessero perso l'uso della ragione, ruppero le righe e corsero a rifugiarsi all'interno delle fortificazioni. Ma poi, quando i consoli, i luogotenenti e i tribuni li dileggiarono rimproverandoli di essersi spaventati come bambini di fronte a un insulso trucco, la vergogna mutò il loro atteggiamento, spingendoli a gettarsi con cieco furore contro quegli stessi che li avevano terrorizzati. Così, dopo aver disperso quel falso apparato nemico, si lanciarono contro gli uomini realmente armati, mettendo in fuga l'intera armata nemica e conquistandone quello stesso giorno anche l'accampamento: tornando vincitori con l'enorme bottino razziato, i soldati deridevano con lazzi militareschi non solo la messa in scena allestita dai nemici ma anche la propria paura. In séguito tutti i popoli etruschi entrarono in guerra, dirigendosi verso le Saline, agli ordini dei comandanti di Tarquinia e di Faleri. Per fronteggiare quella minaccia, venne eletto dittatore Gaio Marcio Rutulo - il primo plebeo a occupare tale magistratura -, che scelse come maestro di cavalleria un altro plebeo, Gaio Plauzio. Ma i patrizi ritennero fosse una vergogna il dividere con i plebei anche la dittatura. Perciò esercitarono tutta la loro influenza per evitare che venissero approvati decreti o fatti i preparativi necessari al dittatore per condurre quella guerra. Tanto più prontamente il popolo votò tutte le proposte avanzate dal dittatore. Partito da Roma, il dittatore, servendosi di zattere, dispose le sue truppe su entrambe le rive del Tevere, dovunque veniva a sapere che si trovavano i nemici, e sorprese molti che vagavano saccheggiando le campagne. Con un attacco a sorpresa catturò poi anche l'accampamento nemico insieme con ottomila uomini. I restanti vennero massacrati o allontanati dal territorio romano; al dittatore il popolo tributò il trionfo, senza però che questo venisse autorizzato dal senato. Siccome i patrizi non permettevano che né il dittatore plebeo né il console presiedessero le elezioni consolari e l'altro console, Marco Fabio Ambusto, era trattenuto dalla guerra, la situazione sfociò in un interregno. La carica venne detenuta successivamente da Quinto Servilio Aala, Marco Fabio, Gneo Manlio, Gaio Fabio, Gaio Sulpicio, Lucio Emilio, Quinto Servilio e Marco Fabio Ambusto. Durante il secondo interregno ci fu un contrasto dovuto al fatto che stavano per essere eletti consoli due patrizi: ma avendo i tribuni opposto il loro veto, l'interré Fabio sosteneva che, giusta una legge delle XII Tavole, qualunque cosa il popolo avesse decretata per ultima aveva valore di norma e doveva essere ratificata; inoltre anche il voto del popolo doveva considerarsi una deliberazione. Ma siccome il ricorso al veto da parte dei tribuni non portò ad altro che a differire la data delle elezioni, vennero eletti consoli due patrizi, Gaio Sulpicio Petico (al terzo consolato) e Marco Valerio Publicola, i quali entrarono in carica lo stesso giorno.