Traduzione di Paragrafo 13, Libro 7 di Livio

Versione originale in latino


Septimum primum pilum iam Tullius ducebat neque erat in exercitu, qui quidem pedestria stipendia fecisset, vir factis nobilior. Is praecedens militum agmen ad tribunal pergit mirantique Sulpicio non turbam magis quam turbae principem Tullium, imperiis oboedientissimum militem, "si licet, dictator" inquit, "condemnatum se universus exercitus a te ignaviae ratus et prope ignominiae causa destitutum sine armis oravit me ut suam causam apud te agerem. Equidem, sicubi loco cessum, si terga data hosti, si signa foede amissa obici nobis possent, tamen hoc a te impetrari aequum censerem ut nos virtute culpam nostram corrigere et abolere flagitii memoriam nova gloria patereris. Etiam ad Alliam fusae legiones eandem quam per pavorem amiserant patriam profectae postea a Veiis virtute reciperavere. Nobis deum benignitate, felicitate tua populique Romani, et res et gloria est integra; quamquam de gloria vix dicere ausim, si nos et hostes haud secus quam feminas abditos intra vallum omnibus contumeliis eludunt, et tu imperator noster - quod aegrius patimur - exercitum tuum sine animis, sine armis, sine manibus iudicas esse et, priusquam expertus nos esses, de nobis ita desperasti ut te mancorum ac debilium ducem iudicares esse. Quid enim aliud esse causae credamus, cur veteranus dux, fortissimus bello, compressis, quod aiunt, manibus sedeas? Utcumque enim se habet res, te de nostra virtute dubitasse videri quam nos de tua verius est. Sin autem non tuum istuc sed publicum est consilium, et consensus aliqui patrum, non Gallicum bellum, nos ab urbe, a penatibus nostris ablegatos tenet, quaeso, ut ea quae dicam non a militibus imperatori dicta censeas sed a plebe patribus - quae si, ut vos vestra habeatis consilia, sic se sua habituram dicat, quis tandem suscenseat? - milites nos esse non servos vestros, ad bellum non in exsilium missos; si quis det signum, in aciem educat, ut viris ac Romanis dignum sit, pugnaturos: si nihil armis opus sit, otium Romae potius quam in castris acturos. Haec dicta sint patribus. Te, imperator, milites tui oramus ut nobis pugnandi copiam facias; cum vincere cupimus, tum te duce vincere, tibi lauream insignem deferre, tecum triumphantes urbem inire, tuum sequentes currum Iovis optimi maximi templum gratantes ovantesque adire." Orationem Tulli exceperunt preces multitudinis et undique, ut signum daret, ut capere arma iuberet, clamabant.

Traduzione all'italiano


In quella campagna Tullio serviva per la settima volta come centurione primipilo e in tutto l'esercito non c'era nessun altro - almeno all'interno della fanteria - che si fosse distinto quanto lui per i servizi prestati. Marciando in testa alle truppe, Tullio salì sulla tribuna e si avvicinò a Sulpicio che era sbalordito non tanto al vedersi davanti quella massa di soldati, quanto piuttosto al fatto che a guidarla fosse Tullio, un soldato assolutamente ligio alla gerarchia militare. "Se mi è concesso, o dittatore", disse "l'intero esercito, sentendosi condannato alla viltà dal tuo comportamento e quasi privato delle armi per ignominia, mi ha pregato di venire a perorare la sua causa presso di te. A dir la verità, se noi potessimo essere accusati di aver in qualche luogo ceduto la posizione, di aver voltato le spalle ai nemici o di aver abbandonato vergognosamente le insegne, ciò non ostante continuerei a pensare che sia giusto chiederti di offrirci l'opportunità di riparare alla nostra colpa con una prova di valore e di conquistare nuova gloria cancellando il ricordo del nostro disonore. Anche le legioni che furono messe in fuga all'Allia partirono poi alla volta di Veio e riconquistarono con il valore quella stessa patria che avevano perduto per codardia. Quanto a noi, per la benevolenza degli dèi e la fortuna che arride a te e al popolo romano, la nostra causa e la nostra gloria sono ancora intatte. Anche se della gloria sarei meno sicuro, visto che i nemici ci hanno insultato in tutti i modi possibili, come fossimo donnicciole nascoste al riparo della trincea, e tu, il nostro comandante - cosa questa ben più difficile da sopportare - ci consideri un esercito privo di nerbo, di armi e di mani e prima ancora di averci messo alla prova hai disperato di noi a tal punto da ritenerti il comandante di un'armata di invalidi e di storpi. Perché in quale altro modo potremmo spiegarci che un generale esperto e temerario quale tu sei se ne stia, come si suole dire, con le mani in mano? Comunque stiano le cose, è più ragionevole che tu dia l'impressione di avere dei dubbi circa il nostro valore piuttosto che ad avere dubbi sul tuo siamo noi soldati. Ma se invece questa tattica non dipende da te ma ti è imposta dallo Stato, e se a tenerci lontano da Roma è qualche accordo stretto dai senatori e non la guerra contro i Galli, allora io ti prego di ascoltare le parole che sto per dirti non come se fossero rivolte dalla truppa al comandante, ma come se a parlare fosse la plebe ai patrizi (e visto che voi patrizi avete i vostri piani, chi potrebbe prendersela coi plebei se anche loro decidessero di averne?): noi siamo soldati, non vostri servi; siamo stati inviati a combattere una guerra e non mandati in esilio. Se qualcuno vorrà dare il segnale e guidarci in battaglia, noi saremo pronti a combattere come si conviene a degli uomini e a dei Romani. Ma se non c'è bisogno delle armi, allora preferiamo riposarci a Roma piuttosto che dentro un accampamento. Ai patrizi è questo che mandiamo a dire. Ma a te, o comandante, noi che siamo i tuoi soldati chiediamo imploranti di concederci l'opportunità di combattere. Non abbiamo voglia soltanto di vincere: vogliamo vincere sotto il tuo comando, conquistare per te l'alloro prestigioso, entrare con te in trionfo a Roma e accompagnare con ovazioni e ringraziamenti il tuo carro trionfale fino al tempio di Giove Ottimo Massimo". Il discorso di Tullio venne sostenuto dalle invocazioni della folla, mentre da ogni parte si udivano voci che chiedevano a tutta forza di dare il segnale di battaglia e l'ordine di prendere le armi.