Traduzione di Paragrafo 11, Libro 7 di Livio

Versione originale in latino


Et hercule tanti ea ad universi belli eventum momenti dimicatio fuit, ut Gallorum exercitus proxima nocte relictis trepide castris in Tiburtem agrum atque inde societate belli facta commeatuque benigne ab Tiburtibus adiutus mox in Campaniam transierit. Ea fuit causa cur proximo anno C. Poetelius Balbus consul, cum collegae eius M. Fabio Ambusto Hernici provincia evenisset, adversus Tiburtes iussu populi exercitum duceret. Ad quorum auxilium cum Galli ex Campania redissent, foedae populationes in Labicano Tusculanoque et Albano agro haud dubie Tiburtibus ducibus sunt factae; et, cum adversus Tiburtem hostem duce consule contenta res publica esset, Gallicus tumultus dictatorem creari coegit. Creatus Q. Servilius Ahala T. Quinctium magistrum equitum dixit et ex auctoritate patrum, si prospere id bellum evenisset, ludos magnos vovit. Dictator ad continendos proprio bello Tiburtes consulari exercitu iusso manere, omnes iuniores nullo detractante militiam sacramento adegit. Pugnatum haud procul porta Collina est totius viribus urbis in conspectu parentum coniugumque ac liberorum; quae magna etiam absentibus hortamenta animi tum subiecta oculis simul verecundia misericordiaque militem accendebant. Magna utrimque edita caede avertitur tandem acies Gallorum. Fuga Tibur sicut arcem belli Gallici petunt; palati a consule Poetelio haud procul Tibure excepti, egressis ad opem ferendam Tiburtibus, simul cum iis intra portas compelluntur. Egregie cum ab dictatore tum ab consule res gesta est. Et consul alter Fabius proeliis primum parvis, postremo una insigni pugna, cum hostes totis adorti copiis essent, Hernicos devincit. Dictator consulibus in senatu et apud populum magnifice conlaudatis et suarum quoque rerum illis remisso honore dictatura se abdicavit. Poetelius de Gallis Tiburtibusque geminum triumphum egit: Fabio satis visum ut ovans urbem iniret. Inridere Poeteli triumphum Tiburtes: ubi enim eum secum acie conflixisse? Spectatores paucos fugae trepidationisque Gallorum extra portas egressos, postquam in se quoque fieri impetum viderint et sine discrimine obvios caedi, recepisse se intra urbem; eam rem triumpho dignam visam Romanis. Ne nimis mirum magnumque censerent tumultum exciere in hostium portis, maiorem ipsos trepidationem ante moenia sua visuros.

Traduzione all'italiano


E per Ercole quel duello fu così determinante nello svolgimento dell'intera guerra che l'esercito dei Galli la notte successiva lasciò l'accampamento in fretta e furia e si diresse nel territorio dei Tiburtini. Di lì, stipulato un trattato di alleanza con i Tiburtini e ricevuti da loro generosi rifornimenti, partirono sùbito alla volta della Campania. Fu per questa ragione che l'anno dopo il popolo volle assegnare al console Gaio Petelio Balbo il cómpito di guidare una spedizione contro i Tiburtini, mentre al suo collega Marco Fabio Ambusto era toccata la campagna contro gli Ernici. I Galli tornarono indietro dalla Campania per intervenire in loro aiuto e le tremende devastazioni registrate nei territori di Labico, Tuscolo e Alba Longa avvennero senza alcun dubbio per istigazione dei Tiburtini. Mentre lo Stato era soddisfatto del comando affidato al console nella campagna contro i Tiburtini, la minaccia dei Galli rese necessaria la nomina di un dittatore. La scelta cadde su Quinto Servilio Aala che come maestro di cavalleria scelse Tito Quinzio e che, su consiglio del senato, fece voto di celebrare dei grandi giochi nel caso in cui la guerra si fosse conclusa positivamente. Il dittatore, dopo aver ordinato all'esercito del console di rimanere dov'era in modo da impedire ai Tiburtini di intervenire in conflitti che non li riguardavano, fece prestare giuramento a tutti i giovani in età militare, senza che nessuno di essi cercasse di tirarsi indietro. La battaglia venne combattuta non lontano dalla porta Collina. I cittadini impiegarono tutte le loro forze combattendo al cospetto di genitori, mogli e figli: se questi erano già un incentivo fortissimo anche lontani dalla vista, ora, posti di fronte agli occhi, infiammarono gli animi dei soldati toccandone il senso dell'onore e l'amore verso la famiglia. Le perdite furono numerosissime da entrambe le parti, ma alla fine l'esercito dei Galli venne respinto. Messi in fuga, i Galli si diressero verso Tivoli, come se questa fosse la piazzaforte della loro guerra. Nella loro rotta disordinata vennero intercettati dal console Petelio: quando però i Tiburtini uscirono dalla città per portare aiuto, i Galli vennero respinti a forza dentro le mura. La campagna venne condotta in maniera impeccabile tanto dal dittatore quanto dal console. Fabio, l'altro console, prima in battaglie di scarsa importanza e alla fine in uno scontro campale nel quale il nemico aveva schierato tutte le sue forze, piegò la resistenza degli Ernici. Il dittatore ebbe parole di straordinario elogio, in senato e di fronte al popolo, per i due consoli cui attribuì il merito anche delle proprie imprese. Quindi rinunciò alla dittatura. Petilio celebrò un doppio trionfo per le vittorie su Galli e Tiburtini. Quanto a Fabio, invece, sembrò sufficiente concedergli di rientrare in città con l'onore dell'ovazione. I Tiburtini si facevano beffe del trionfo di Petilio: quando mai aveva combattuto con loro? Un pugno di uomini era uscito dalle porte per assistere alla fuga e al panico dei Galli: poi, vedendo che anche loro venivano attaccati e che quanti si imbattevano nei Romani venivano fatti a pezzi, si erano ritirati all'interno delle mura. Era questa la grande impresa che agli occhi dei Romani era parsa degna di un trionfo! Perché non considerassero cosa troppo straordinaria e valorosa il fare rumore davanti alle porte dei nemici, i Romani avrebbero dovuto assistere a qualcosa di ben più tremendo di fronte alle loro porte.