Traduzione di Paragrafo 7, Libro 6 di Livio

Versione originale in latino


Iustitio indicto dilectuque habito Furius ac Valerius ad Satricum profecti, quo non Volscorum modo iuventutem Antiates ex nova subole lectam sed ingentem Latinorum Hernicorumque [vim] conciverant ex integerrimis diutina pace populis. Itaque novus hostis veteri adiunctus commovit animos militis Romani. Quod ubi aciem iam instruenti Camillo centuriones renuntiaverunt, turbatas militum mentes esse, segniter arma capta, cunctabundosque et resistentes egressos castris esse, quin voces quoque auditas cum centenis hostibus singulos pugnaturos et aegre inermem tantam multitudinem, nedum armatam, sustineri posse, in equum insilit et ante signa obversus in aciem ordines interequitans: 'Quae tristitia, milites, haec, quae insolita cunctatio est? Hostem an me an vos ignoratis? Hostis est quid aliud quam perpetua materia virtutis gloriaeque vestrae? Vos contra me duce, ut Falerios Veiosque captos et in capta patria Gallorum legiones caesas taceam, modo trigeminae victoriae triplicem triumphum ex his ipsis Volscis et Aequis et ex Etruria egistis. An me, quod non dictator vobis sed tribunus signum dedi, non agnoscitis ducem? Neque ego maxima imperia in vos desidero, et vos in me nihil praeter me ipsum intueri decet; neque enim dictatura mihi unquam animos fecit, ut ne exsilium quidem ademit. Iidem igitur omnes sumus, et cum eadem omnia in hoc bellum adferamus quae in priora attulimus, eundem eventum belli exspectemus. Simul concurreritis, quod quisque didicit ac consuevit faciet: vos vincetis, illi fugient.'

Traduzione all'italiano


Dopo aver proclamato la sospensione di ogni attività giudiziaria e indetto una leva militare, Furio e Valerio partirono alla volta di Satrico, dove gli Anziati avevano raccolto non soltanto la gioventù dei Volsci, tratta dalla nuova generazione, ma anche un massiccio contingente di Latini ed Ernici, popoli pieni di vigore per via della lunga pace. Di conseguenza, l'aggiungersi di questo nuovo nemico a quelli di un tempo fu motivo di apprensione per i soldati romani. Quando i centurioni si presentarono a Camillo che stava già schierando le truppe in ordine di battaglia riferendogli che gli uomini erano demoralizzati, che avevano preso le armi senza entusiasmo, che erano usciti dal campo esitanti e riluttanti, e che anzi si era anche sentito qualcuno dire che in battaglia sarebbero stati uno contro cento e che una massa simile di nemici la si sarebbe potuta a stento contenere se disarmata e figurarsi con le armi in pugno, Camillo balzò in sella e cavalcando in mezzo alle file davanti alle insegne si rivolse ai suoi uomini in questi termini: "Che cosa significano queste facce tetre e questa insolita titubanza? Non conoscete il nemico, o me, o voi stessi? I nemici che altro sono per voi se non fonte inesauribile di gloria e di valore sul campo? Lasciamo da parte la conquista di Faleri e di Veio, il massacro inflitto alle legioni dei Galli quando Roma era in loro mano: sotto il mio comando, voi avete poco tempo fa celebratoun triplice trionfo per tre vittorie contemporanee ottenute su questi stessi Volsci ed Equi e sull'Etruria. O forse non mi riconoscete come vostro comandante solo perché non vi ho dato il segnale di battaglia in qualità di dittatore ma di tribuno? Ma io non desidero avere la massima autorità su di voi, Nè voi dovreste vedere nella mia persona nient'altro che me stesso. E infatti non è mai stata la dittatura a infordermi coraggio, come non me l'ha tolto l'esilio. Noi siamo quelli di prima, tutti, e siccome in questa guerra impiegheremo le stesse qualità utilizzate nelle precedenti campagne, dobbiamo attenderci gli stessi risultati. Non appena vi butterete all'assalto, ciascuno di voi farà ciò che ha imparato ed è abituato a fare: voi vincerete e loro si daranno alla fuga."