Traduzione di Paragrafo 6, Libro 6 di Livio

Versione originale in latino


De agro Pomptino ab L. Sicinio tribuno plebis actum ad frequentiorem iam populum mobilioremque ad cupiditatem agri quam fuerat. Et de Latino Hernicoque bello mentio facta in senatu maioris belli cura, quod Etruria in armis erat, dilata est. Res ad Camillum tribunum militum consulari potestate rediit; collegae additi quinque, Ser. Cornelius Maluginensis Q. Servilius Fidenas sextum L. Quinctius Cincinnatus L. Horatius Pulvillus P. Valerius. Principio anni aversae curae hominum sunt a bello Etrusco, quod fugientium ex agro Pomptino agmen repente inlatum in urbem attulit Antiates in armis esse Latinorumque populos iuventutem suam summisisse ad id bellum, eo abnuentes publicum fuisse consilium quod non prohibitos tantummodo voluntarios dicerent militare ubi vellent. Desierant iam ulla contemni bella. Itaque senatus dis agere gratias quod Camillus in magistratu esset: dictatorem quippe dicendum eum fuisse si privatus esset; et collegae fateri regimen omnium rerum, ubi quid bellici terroris ingruat, in viro uno esse sibique destinatum in animo esse Camillo summittere imperium nec quicquam de maiestate sua detractum credere quod maiestati eius viri concessissent. Conlaudatis ab senatu tribunis et ipse Camillus confusus animo gratias egit. Ingens inde ait onus a populo Romano sibi, qui se [dictatorem] iam quartum creasset, magnum ab senatu talibus de se iudiciis [eius ordinis], maximum tam honoratorum collegarum obsequio iniungi; itaque si quid laboris vigiliarumque adici possit, certantem secum ipsum adnisurum ut tanto de se consensu civitatis opinionem, quae maxima sit, etiam constantem efficiat. Quod ad bellum atque Antiates attineat, plus ibi minarum quam periculi esse; se tamen, ut nihil timendi, sic nihil contemnendi auctorem esse. Circumsederi urbem Romanam ab invidia et odio finitimorum; itaque et ducibus pluribus et exercitibus administrandam rem publicam esse. 'Te' inquit, 'P. Valeri, socium imperii consiliique legiones mecum adversus Antiatem hostem ducere placet; te, Q. Servili, altero exercitu instructo paratoque in urbe castra habere, intentum sive Etruria se interim, ut nuper, sive nova haec cura, Latini atque Hernici moverint; pro certo habeo ita rem gesturum ut patre avo teque ipso ac sex tribunatibus dignum est. Tertius exercitus ex causariis senioribusque a L. Quinctio scribatur, qui urbi moenibusque praesidio sit. L. Horatius arma, tela, frumentum, quaeque alia [belli] tempora poscent provideat. Te, Ser. Corneli, praesidem huius publici consilii, custodem religionum, comitiorum, legum, rerum omnium urbanarum, collegae facimus.' Cunctis in partes muneris sui benigne pollicentibus operam Valerius, socius imperii lectus, adiecit M. Furium sibi pro dictatore seque ei pro magistro equitum futurum; proinde, quam opinionem de unico imperatore, eam spem de bello haberent. Se vero bene sperare patres et de bello et de pace universaque re publica erecti gaudio fremunt nec dictatore unquam opus fore rei publicae, si tales viros in magistratu habeat, tam concordibus iunctos animis, parere atque imperare iuxta paratos laudemque conferentes potius in medium quam ex communi ad se trahentes.

Traduzione all'italiano


La questione dell'agro Pontino venne riproposta dal tribuno della plebe Lucio Sicinio al popolo ormai più numeroso nelle assemblee e sempre più pronto che in precedenza a cedere al desiderio di possedere la terra. In senato si accennò a una guerra contro Ernici e Latini, ma la preoccupazione di un conflitto di ben altre proporzioni (gli Etruschi erano infatti in armi) fecero differire l'iniziativa. La faccenda fu di nuovo rimessa a Camillo, tribuno militare con potestà consolare. Gli vennero assegnati cinque colleghi: Servio Cornelio Maluginense, Quinto Servilio Fidenate (per la sesta volta tribuno militare), Lucio Quinzio Cincinnato, Lucio Orazio Pulvillo e Publio Valerio. All'inizio dell'anno l'attenzione di tutti venne distolta dalla guerra con gli Etruschi perché una turba di gente fuggita dall'agro Pontino arrivò all'improvviso in città riferendo che gli Anziati erano in armi e che le comunità latine avevano inviato i propri giovani a questa guerra, negando però che l'iniziativa fosse il prodotto di una decisione ufficiale, visto che si erano limitati a non impedire ai volontari di militare dove volevano. Ma i Romani avevano ormai smesso di prendere alla leggera qualunque guerra. Così i senatori ringraziarono gli dèi per il fatto che Camillo fosse in quel momento in carica: in caso contrario, se cioè fosse stato un privato cittadino, avrebbero dovuto nominarlo dittatore. I suoi colleghi riconoscevano che, nel caso di una qualche incombente minaccia di guerra, la guida dello Stato toccava a un uomo solo: si dicevano quindi pronti a sottomettere il loro potere a quello di Camillo e ritenevano che qualunque concessione avessero dovuto fare all'autorità di quell'uomo non sarebbe stata una riduzione della propria. I senatori elogiarono i tribuni e Camillo stesso, profondamente commosso, ebbe parole di ringraziamento per loro. Poi disse che eleggendolo per la quarta volta il popolo romano lo aveva gravato di un'enorme responsabilità. E se da parte del senato, con il suo lusinghiero giudizio, si trattava di una grossa responsabilità, grossissima lo era per la deferenza manifestata verso di lui da colleghi così degni di stima. Di conseguenza, se gli era possibile aggiungere ancora altre fatiche e altre veglie, avrebbe gareggiato con se stesso per conservare stabilmente l'altissima stima che i suoi concittadini, unanimi, avevano dimostrato di possedere nei suoi riguardi. Quanto alla guerra con gli abitanti di Anzio, a sua detta si trattava più di minacce che di reali pericoli. Tuttavia, pur consigliando di non temere nulla, invitava anche a non prendere nulla alla leggera. La città di Roma era circondata dall'invidia e dal risentimento dei suoi vicini. Pertanto lo Stato aveva bisogno dell'opera di più generali e di più eserciti. "Il mio volere", disse, "è che tu, Publio Valerio, divida con me l'autorità e le decisioni e mi affianchi alla guida dell'esercito contro gli Anziati; quanto a te, Quinto Servilio, desidero che tu organizzi e tenga pronto un secondo esercito, e che ti accampi vicino a Roma, stando continuamente allerta, nel caso ci siano nel contempo dei movimenti sia da parte dell'Etruria, come è successo poto tempo fa, sia dalla zona di questo nuovo allarme, cioè Latini ed Ernici. Sono certo che condurrai l'operazione in maniera degna di tuo padre, di tuo nonno, di te stesso e dei tuoi sei tribunati. Lucio Quinzio arruoli poi un terzo esercito, composto di riformati e veterani, col compito di presidiare la città e le mura. Lucio Orazio si occupi invece di provvedere ad armi, proiettili, viveri e a tutto quanto si richiede in tempo di guerra. Quanto a te, Servio Cornelio, io e i tuoi colleghi ti preponiamo a questo consiglio di Stato, ti nominiamo custode dei riti religiosi, delle elezioni, delle leggi e di tutte le questioni relative alla città". Dopo che tutti ebbero garantito lealmente di fare del proprio meglio nei rispettivi incarichi assegnati, Valerio, che era stato associato al comando supremo, aggiunse che avrebbe considerato Marco Furio in qualità di dittatore e che per quest'ultimo egli stesso sarebbe stato alla stregua di un maestro di cavalleria. Di conseguenza le speranze di vincere la guerra avrebbero dovuto essere in proporzione alla fiducia nutrita nei confronti di quell'unico comandante. A quel pun to i senatori, al colmo dell'entusiasmo, dichiararono di avere la massima fiducia circa l'esito della guerra, la pace e il benessere dell'intera comunità, aggiungendo che il paese non avrebbe avuto più bisogno di un dittatore se le magistrature avessero continuato a detenerle personalità di quel calibro, unite in un accordo armonioso di intenti, pronte tanto ad obbedire quanto a comandare, e capaci di riferire gli elogi alla collettività piuttosto che a sottrarli a quest'ultima per attribuirli a se stesse.