Traduzione di Paragrafo 42, Libro 6 di Livio

Versione originale in latino


Oratio Appi ad id modo valuit ut tempus rogationum iubendarum proferretur. Refecti decumum iidem tribuni, Sextius et Licinius, de decemviris sacrorum ex parte de plebe creandis legem pertulere. Creati quinque patrum, quinque plebis; graduque eo iam via facta ad consulatum videbatur. Hac victoria contenta plebes cessit patribus ut in praesentia consulum mentione omissa tribuni militum crearentur. Creati A. Et M. Cornelii iterum M. Geganius P. Manlius L. Veturius P. Valerius sextum. Cum praeter Velitrarum obsidionem, tardi magis rem exitus quam dubii, quietae externae res Romanis essent, fama repens belli Gallici allata perpulit civitatem ut M. Furius dictator quintum diceretur. Is T. Quinctium Poenum magistrum equitum dixit. Bellatum cum Gallis eo anno circa Anienem flumen auctor est Claudius inclitamque in ponte pugnam, qua T. Manlius Gallum cum quo provocatus manus conseruit in conspectu duorum exercituum caesum torque spoliavit, tum pugnatam. Pluribus auctoribus magis adducor ut credam decem haud minus post annos ea acta, hoc autem anno in Albano agro cum Gallis dictatore M. Furio signa conlata. Nec dubia nec difficilis Romanis, quamquam ingentem Galli terrorem memoria pristinae cladis attulerant, victoria fuit. Multa milia barbarorum in acie, multa captis castris caesa; palati alii Apuliam maxime petentes cum fuga [se] longinqua tum quod passim eos simul pavor errorque distulerant, ab hoste sese tutati sunt. Dictatori consensu patrum plebisque triumphus decretus. Vixdum perfunctum eum bello atrocior domi seditio excepit, et per ingentia certamina dictator senatusque victus, ut rogationes tribuniciae acciperentur; et comitia consulum adversa nobilitate habita, quibus L. Sextius de plebe primus consul factus. Et ne is quidem finis certaminum fuit. Quia patricii se auctores futuros negabant, prope secessionem plebis res terribilesque alias minas civilium certaminum venit cum tandem per dictatorem condicionibus sedatae discordiae sunt concessumque ab nobilitate plebi de consule plebeio, a plebe nobilitati de praetore uno qui ius in urbe diceret ex patribus creando. Ita ab diutina ira tandem in concordiam redactis ordinibus, cum dignam eam rem senatus censeret esse meritoque id, si quando unquam alias, deum immortalium [causa libenter facturos] fore ut ludi maximi fierent et dies unus ad triduum adiceretur, recusantibus id munus aedilibus plebis, conclamatum a patriciis est iuvenibus se id honoris deum immortalium causa libenter facturos [ut aediles fierent]. Quibus cum ab universis gratiae actae essent, factum senatus consultum, ut, duumviros aediles ex patribus dictator populum rogaret, patres auctores omnibus eius anni comitiis fierent.

Traduzione all'italiano


Il discorso di Appio riuscì soltanto a ritardare il passaggio delle proposte di legge. Eletti per la decima volta tribuni, Sestio e Licinio fecero approvare la legge sulla nomina dei decemviri preposti ai riti sacri da scegliersi in parte tra i plebei. Avendo nominato cinque patrizi e cinque plebei, il popolo ebbe l'impressione che con questo passo la via al consolato fosse ormai aperta. Soddisfatti per questo successo, i plebei, abbandonando per il momento la discussione relativa al problema del consolato, concessero ai patrizi di eleggere dei tribuni militari nelle persone di Aulo e Marco Cornelio (per la seconda volta), di Marco Geganio, di Publio Manlio, di Lucio Veturio e di Publio Valerio (per la sesta volta). Salvo l'assedio di Velletri - il cui esito favorevole, anche se assai ritardato nel tempo, non poteva essere messo in dubbio -, all'estero la situazione era tranquilla, l'improvvisa notizia di una guerra da parte dei Galli portò il paese a eleggere per la quinta volta dittatore Marco Furio. Questi scelse come maestro di cavalleria Tito Quinzio Peno. Claudio riporta che nel corso di quell'anno si combattè coi Galli nei pressi del fiume Aniene, e che ci fu il famoso duello sul ponte, durante il quale Tito Manlio - sotto gli occhi dei due eserciti - uccise un Gallo che lo aveva sfidato a duello e ne spogliò il cadavere della collana. Ma io sono più propenso a credere, con la maggior parte delle fonti, che questo episodio ebbe luogo non meno di dieci anni più tardi, e che nell'anno del quale mi sto occupando il dittatore Marco Furio affrontò i Galli nel territorio albano. E non ostante l'enorme spavento ingenerato dai Galli e dal ricordo della vecchia disfatta, i Romani conquistarono una vittoria che non fu né difficile né mai in bilico. Molte migliaia di barbari vennero uccise nel corso della battaglia e molte altre dopo la presa dell'accampamento. I sopravvissuti, dispersi, ripararono soprattutto in Puglia, riuscendo a evitare i Romani sia per la grande distanza della fuga, sia per il fatto di essersi sparpagliati in preda al panico. Al dittatore venne concesso il trionfo per volontà unanime del senato e della plebe. Camillo aveva appena portato a termine quella guerra che in patria esplosero lotte più violente. Dopo aspri conflitti, senato e dittatore ebbero la peggio, così che le misure proposte dai tribuni furono approvate. Non ostante l'opposizione dei patrizi, si tennero elezioni consolari nelle quali Lucio Sestio fu il primo plebeo a essere eletto console. Ma neppure questa vittoria pose fine ai contrasti. I patrizi dichiararono che non avrebbero ratificato l'elezione e gli scontri intestini arrivarono molto vicino alla nuova secessione della plebe e a nuove terribili minacce, quando alla fine il dittatore riuscì a sedare i disordini con una soluzione di compromesso: i patrizi diedero via libera alla plebe sulla questione del console plebeo, mentre i plebei concessero ai patrizi di nominare pretore un loro membro col compito di amministrare la giustizia in città. Tornata così finalmente la concordia tra le classi dopo tutti quegli anni di ira, il senato ritenne che quell'evento fosse un'occasione appropriata per onorare gli dèi - cui spettava di pieno diritto in quel frangente, se mai altre volte lo era stato - con la celebrazione dei Ludi Massimi e l'aggiunta di un giorno ai tre previsti dalla tradizione. Dato che gli edili della plebe rifiutarono quel compito, i giovani patrizi dichiararono che se ne sarebbero occupati loro di buon grado per onorare gli dèi immortali. Siccome tutta la popolazione dimostrò gratitudine nei loro confronti, il senato emise un decreto in base al quale il dittatore avrebbe dovuto chiedere al popolo l'elezione di due edili patrizi e i senatori ratificare tutte le elezioni di quell'anno.